martedì 13 novembre 2012

Flying with Ryanair

In prinicipio fu Alitalia o Meridiana, a seconda dell'aeroporto di partenza. Correva l'anno 2001 io ero un timido studentello fuori sede al primo anno di università e le compagnie "low cost" una lontana ipotesi. Spendevo cinquecentomila lire a volo, limitando cosí i miei ritorni a casa alle sole feste comandate e partivo ad orari assurdi, tipo le sei e mezza di mattina, a cui aggiungere un odissea che cominciava almeno quattro ore prima per raggiungere lo scalo, farmi checkinare (non da uno col fucile di precisione appostato incima ad un palazzo peró...) ed infilare il bagaglio da stiva su di un rullo, dopo averlo fatto etichettare dalla signorina di turno.
I miei compagni di viaggio erano eleganti Signori in doppiopetto, che vestivano Burberry e profumavano di Penhaligon's, giustificando cotanto british style con l'essere dei manager in carriera che facevano su e giú tra la Sardegna e il "continente". Le regole del galateo non erano troppo dissimili da quelle di un ciricolo privato, con gli ospiti che ordinatamente si accomodavano su posti preassegnati e restavano in attesa che un'hostess dai tratti delicati e femminei porgesse loro quotidiano da sfogliare, salvietta rinfrescante, caramelle e colazione. Magari ogni tanto ci si scambiava un'occhiata d'intesa col vicino di posto, sempre peró con grande understatement e distaccata cortesia.
Anni dopo un qualche zelante politico s'inventó la storia della continuità territoriale. Praticamente la regione se eri nativo o residente ti pagava metà del biglietto o giú di lí, con l'unico inghippo che le compagnie aeree, fiutato l'affare, iniziavano a marciarci dentro, peggiorando la qualità del servizio a scapito dei nuovi clienti "plebei" e levando ai poveri cristi come il sottoscritto i privilegi del biglietto a prezzo pieno. Quindi: no salvietta, no giornale, no colazione e caramella forse (alquanto stantia peró).
Poi, quando i nativi non residenti sono stati esclusi dalla tariffa agevolata per lo scrivente è cominciata l'era Ryanair.
Ricordo che gli albori la compagnia praticava delle tariffe da urlo, tanto che per il volo inaugurale da Parma a Londra io ed i miei allegri compari avevamo sborsato si e no tre euro a cranio. Ma quel che voglio raccontare ha a che fare in maniera solo marginale con i prezzi. Viaggiare made in Ireland è una sorta di avventura all'ultimo respiro ed all'ultimo giro ne sono successe veramente di tutti i colori. Il fatto che la compagnia prevedesse il check in on line ed il fatto che in vista della partenza avessi deciso di soggiornare a poca distanza dall'aeroporto non mi ha certo salvato dall'imponderabile. Giunto sul posto con quasi due ore d'anticipo sull'orario di partenza del volo notavo una strana fila di fronte ai controlli di sicurezza. Camminavo per quasi settecento metri, ripercorrendo a ritroso quella marea umana, senza riuscire a trovare l'inizio dell'immenso serpentone. Che manco a dirlo, cominciava laddove finiva fisicamente l'aeroporto. Ricapitolando: qualcosa come due o tremila persone in fila, dieci addetti per circa cinque metal detector, diverse centinaia di metri da percorrere (con l'ultimo tratto labirintato) ed un volo in partenza. Queste sono le classiche circostanze in cui gli esseri umani danno il peggio di sè. Il mio angolo d'umanità era rappresentato da una suora che tentava il sorpasso ai box in danno degli altri viaggiatori, un signore distinto ed una badante rumena con prole al seguito. C'erano anche un paio di coppiette incredibili, nel senso che i due componenti maschili, conosciutisi in ufficio tre o quattro giorni prima avevano deciso di organizzare una vacanza di gruppo con le rispettive compagne, cosí che faticavo seriamente a capire chi tra loro fosse piú a disagio, mente organizzatrice a parte. Che poi era il lui della coppia meno giovane, il classico tipo alla vorrei ma non posso che cerca sempre di fare lo splendido. Di quelli che hanno il portachiavi di Cartier ma una vecchia Punto in garage e parlano di posti esotici e modelle anche se l'estate prima sono stati in vacanza con la nonna novantenne a Cesenatico. Mentre ragionavo su quanto tempo avesse impiegato a coinvolgere nei suoi diabolici piani il suo compare dalla faccia decisamente grulla, realizzavo che stante la velocità della fila, che avanzava rapida come un bradipo zoppo il mio volo era da considerarsi a rischio. Pensiero, peraltro, condiviso anche dai miei vicini di fila, che iniziavano a dare chiari segni d'insofferenza, ognuno a proprio modo. La suora abbatteva a colpi di trolley un'elegante signora che aveva provato a passarle avanti adducendo strane scuse, assolvendo peró la malcapitata dai propri peccati prima di sferrarle il colpo di grazia. La rumena, invece, iniziava a piangere e lanciare maledizioni zingaresche, chiedendoci di passare avanti in nome dei figli. Mentre io tentavo una difficile mediazione, spiegandole che ero nella cacca almeno quanto lei, il signore distinto di qualche rigo fa, prima la ammoniva sul fatto che gli stranieri come lei fossero irrispettosi delle regole italiane e poi, afferrandosi ad un divisorio, saltava ben due incanalamenti della zona labirintata, lasciandosi alle spalle almeno duecento persone. Mentre, con l'ausilio di voce e diaframma scandivo all'indirizzo del soggetto in questione un sentitissimo "Vaffanculo!!!" m'inerpicavo a mia volta sul divisorio, deciso ad arrivare al gate anche a costo della vita. La diretta conseguenza della mia azione era una di quelle scene che si vedono soltanto nei film apocalittici. Una marea di gente in procinto di perdere il volo seguiva il mio esempio, non so se per saccagnarmi di botte o per un atto di pura ribellione verso l'autorità preposta. Fatto sta che i poveretti venivano faticosamente arginati dalla vigilanza mentre tre guardie mi si paravano davanti minacciose. Cos'è il genio dunque?! Fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione. Cosí dopo aver riasettato il mio trench osservavo i tre tutori dell'ordine con sguardo pensoso e commentavo "È davvero disdicevole che la gente non sappia rispettare le file" I tre, dapprima sbigottiti, si scusavano e con deferente ossequio mi lasciavano passare oltre. Mi sentivo come il personaggio del film "Fuori in sessanta secondi" anche se di minuti me ne restavano sette e dovevo raggiungere il piano superiore dell'aeroporto. Ma le mie sfighe viaggianti non erano cessate. Una guardia s'interessava ad un sacchetto di riso dentro al trolley, salvo poi desistere davanti alla mia minacciosa offerta di una cenetta a due a base di zafferano e barbera. Poi seguiva la corsa folle verso il gate di riferimento, che nei moderni aeroporti è raggiungibile solo dopo esser passati per un dedalo di negozi del duty free, dopo essersi persi ed aver sacramentato piú e piú volte.
Alla fine arrivavo a destinazione, piú morto che vivo ma vincitore. Senza peró aver fatto i conti con quella cosa chiamata imbarco.
Innanzitutto misurano il bagaglio, facendotelo infilare in una gabbia ferrosa, progettata apposta per far si che tutti i tuoi miseri averi ci si incastrino dentro, senza possibilità di recupero. Le hostess se ne fregano se il trolley di un malcapitato si pianta lí dentro, allertando semplicemente gli omini delle pulizie, qualora un anziano passeggero cada a terra esanime dopo aver cercato invano di liberare il proprio bagaglio a mano dal diabolico strumento. Ovviamente quelle piú in difficoltà di tutti sono le donne con la borsa di Mary Poppins a tracolla, che hanno già stivato la valigia al limite delle possibilità umane e vengono messe davanti alla scelta di salire a bordo con un unico collo o non partire affatto.
Dopo ti scaglionano e strappano via metà del foglio A4 che costituisce il biglietto di viaggio. Prima passano avanti i passeggeri che alla modica cifra di tre euri hanno acquistato un diritto di priorità, peraltro molto relativo, nel senso che la marea umana di non paganti viene sguinzagliata alle loro spalle cinque o sei secondi dopo, che sono effettivamente pochini per salvarsi la vita. Cosí i malcapitati (quasi sempre anziani in sedia a rotelle o famigliole con bimbi in passeggino) vengono probabilmente trucidati dalla calca durante le operazioni si salita a bordo o, meglio, arrembaggio.
Il tutto assomiglia all'arrivo di un container pieno di cibo in una qualche zona del terzo mondo. Tutti ci si fiondano addosso in preda ad una sorta di estasi mistica, decisi a conquistare il proprio posto. I pochi metri che separano l'aeromobile dal terminal sono fondamentali. Io sceglo sempre di salire a bordo dalle porte posteriori. Quelle davanti sono piú vicine e quindi vengono subito ingorgate da vecchi e bimbi minchia, che in tema di lungimiranza sulla strada da seguire hanno molto in comune con la pecora media. Quí è tutto un fatto di agilità, nel senso che se vuoi viaggiare senzala valigia tra le gambe devi essere sufficientemente lestro a lanciare il trolley sulla cappelliera e, col movimento di richiamo (triplo carpiato con avvitamento) disporti sul sedile. Nel corso di questi viaggi spero sempre che mi capiti vicino qualche persona interessante, magari un'abile conversatrice con cui combattere il senso di claustrofobia che danno i sedili ultra ravvicinati. Cosa che ahimè non capita mai. A questo giro, per esempio, mi è toccato in sorte un tamarro. Di quelli veri, con sopracciglia rifatte, tatuaggi a gogó ed evidenti menomazioni della favella, capace solo di gorgogliare qualcosa, in tono alieno, quando un altro passeggero, colto da improvviso attacco di panico ha deciso di non partire piú, costringendo tutti quelli che avevano bagagli in stiva a scendere dal mezzo e riconoscere il prorio borsone, per scongiurare il rischio di attentati terroristici. Scena finale dedicata ad un ometto di mezza età, reo di aver aperto la cappelliera in fase di atterraggio: una voce gutturale, tipo SS levatasi dagli altoparlanti, gli intimava un minaccioso "chiudaimmediatamentequellacappellieraperlasuasicurezzaequelladeglialtripasseggeri". Lui al pari del pinguino Kowalsky sprofondava suadente sotto al sedile sussurrando un "....Tu non hai visto niente...".
Poi, tanto per dire sono anche arrivato a destinazione ...papparapapparaparapapa (musichetta trionfale da atterraggio, che mi da sempre l'idea del "anche stavolta siamo sopravvissuti")

giovedì 8 novembre 2012

Tornare a casa a novembre...

...è un pó come ammettere di avere una qualche questione irrisolta o forse solo la voglia di ripartire da lí dove tutto si era fermato.
Magari consiste anche nell'idea piú o meno inespressa di dover crescere, anche e soprattutto quando vorresti tornare piccolo, misurando la differenza tra ció che eri e ció che sei attraverso l'impietoso metro del cambiamento.
Concretamente implica il fatto di andare a trovare la mamma in cimitero quasi tutte le mattine, il pranzo dalla nonna a mezzogiorno e due lunghe camminate in mezzo alle vie dei ricordi, inesorabilmente uguali a se stesse.
È l'inevitabile contraddizione del dover distinguere i pochi che sono effettivamente felici di vederti e si preoccupano di come stia andando la tua vita dai tanti che gioiscono di tutto cuore nell'apprendere dalla viva voce del diretto interessato che le cose hanno preso una gran brutta piega.
Forse e dico forse potrebbe anche estrinsecarsi in un nuovo divano color tabacco su cui poltrire ore ed ore in attesa dell'ispirazione.
Significa magari allineare davanti a se tre vecchi cellulari e ripercorrere mentalmente un sentimento in formato sms. Perchè alcuni non riesci proprio a cancellarli.
E'la mancanza che percepisci tra la cucina ed il salotto, la voglia di raccontare la tua storia del giorno a qualcuno che non c'è, imparando faticosamente a comprendere il significato della parola assenza.
Insomma, tornare a casa a novembre puó rivelarsi un'idea contraddittoriamente infelice, non fosse altro per il fatto che il mese in sè ha la naturale tendenza a rubare qualche metro di speranza a chi lo incontra. Resta sempre, alla fine, il desiderio di ripartire, in considerazione del fatto che non si è mai abbastanza prudenti nel frapporre una ragionevole distanza tra se e i ricordi.

venerdì 19 ottobre 2012

Weekend e variazioni sul tema

Il mio peggior difetto è il non saper dir di no anche quando dovrei farlo. Potrebbero convincermi ad affittare un loft su Giove, fare una nuotatina in un mare infestato da squali o chiedere ad un ultraottantenne logorroico di raccontarmi la storia della sua vita. Sono davvero pessimo. Soprattutto al Sabato, quando avrei solo voglia di restarmene a casa in pantofole e celebrare la grandezza del mio trentadue pollici HD ed invece vengo costretto a uscire per impegnare tempo, denaro ed energie in qualche impresa dalla dubbia utilità.
E passi pure la mia dolce metà, che in preda a deliri da shopping compulsivo mi trascina in qualche esclusivissimo negozio di Mailand solo per osservare, in un'estasi mistica che ben poco comprendo, le ultime ballerine di Jimmy Choo. Ma non i suoi amici. M. & F. sono una coppia in crisi con pargolo in arrivo. Lei è la famosa protagonista in rosa di F.&F., lui l'eroe negativo della situazione, nel senso che tutte le amiche di lei lo odiano per come la sta trattando ed i rispettivi fidanzati di costoro, per contro, si chiedono grazie a quali super-poteri sia riuscito fin d'ora a passare indenne attraverso ben tre tradimenti conclamati.
Fatto stà che tre fine settimana su quattro ci tocca cuccarceli, con la mia girl che consola l'amica affranta ed il sottoscritto che medita di lanciare addosso al proprio dirimpettaio una boccetta di acqua benedetta, tanto per vedere se al contatto prende fuoco rivelando cosí la sua reale natura diabolica.
Capita quindi anche a me, in un mercoledí pomeriggio a caso, d'incarnare la parossisitica figura dell'uomo sbagliato, nel posto sbagliato, al momento sbagliato e di rispondere con un "Vedremo" all'invito che il cornificatore professionista aveva deciso di estendermi in vista della locale Beer Fest.
Che poi per me il concetto di "Vedremo" sia qualcosa a metà strada tra un "niet" ed un "col cavolo che vengo" poco importa, in particolar modo se la tua controparte lo prende per un si convinto e gioioso.
Vero è che un anno prima avevo opposto minori resistenze a predetta richiesta, ma stavolta la cappellata l'ho fatta a ragion veduta,con tutte le prevedibili conseguenze del caso.
Ecco, vi dico solo che il capannone industriale in cui si svolge l'evento ( mistificatoriamente definito "Stand") si trova a cinquanta metri da una fabbrica di lievito. Una delle cose piú puzzose in natura, al cui confronto una fogna Indiana sembra un mega tester di Chanel nº5.
Se questo non bastasse, ecco arrivare le immancabili co-protagoniste della serata: le amiche zitelle. Sono di quei personaggi mitologici che si materializzano solo in occasione della Beer Fest incriminata e poi spariscono misteriosamente, quasi non fossero mai esistite. Una è bionda sul bruttino andante, alla Bridget Jones della prima ora, la seconda è la versione cessosa di Amelie, quella del fantastico mondo, dopo la dialisi peró. Ad onor del vero ho omesso di raccontare che la prima delle due si è immorosata, con un tizio che a occhio e croce avrà dieci anni meno di lei e l'altra, per ripicca, ha tirato fuori dal cilindro un'amica di riserva: la piú brutta del trio.
Morale della favola, recuperate quelle che da quí in avanti definiró le tre grazie (in rigoroso ordine di apparizione: Grazia, Graziella e Grazie al caxxo) ed il fidanzato infraquattordicenne, on y va a la fetê.
Recarsi all'unico evento sociale della provincia, per giunta alle otto e mezza di Sabato sera è qualcosa di abbastanza simile ad un suicidio assistito. La fila di auto nonostante l'olezzo lievitante cominciava un paio di chilometri prima dei cancelli d'ingresso, dove uno stuolo di volontari di giallo vestiti, annunciava mestamente agli avventori che i parcheggi erano esauriti.
Dopo numerose sacramentazioni e la tentazione, parecchio forte, di abbattere i volontari di cui sopra come fossero birilli, il nostro eroe (cioè io) trova finalmente parcheggio in un campo arato di fronte al lievitificio.
Il leit motiv della serata erano i cinque euro, dato che tutto, ma proprio tutto, dall'ingresso alle birre, costava cosí. Pure i panini ahimè, che nonostante i prezzi da "Four Seasons" di Porchetta avevano giusto un'ombra. Delle birre poi non parliamo. In base all'assioma cardine del buon bevitore, qualsiasi bionda,vrossa o scura versata in un bicchiere di plastica prende un saporaccio, per quanto valido possa essere il prodotto iniziale. Aggiungiamo poi (ma questa è una notazione di carattere personale) che da qualche anno a questa parte spuntano come funghi i birrifici artigianali, dove degli snob dell'ultima ora producono dei beveroni imbevibili tipo la birra alle castagne, che già dopo il primo sorso opteresti per la soluzione di restare astemio a vita.
E quí succede il patatrac, perchè il moroso fedifrago si offre di andare a prendere una birra anche per il sottoscritto allo Stand del birrificio "La Cavallina" ubicato due metri ad est rispetto al gruppo e poi sparisce, per ben tre quarti d'ora. Tutti a chiedersi dove fosse finito, con la puerpera in angoscia ed il nascituro che scalciava, alla ricerca del papà perduto. Poi...L'inimmaginabile...O forse sarebbe meglio dire il conoscibile, se solo fossi stato capace di decifrare per tempo il rebus contenuto nelle sue ultime parole... La Cavallina, lui era andato a correrla, esattamente dall'altra parte della sala, dove probabilmente camuffata coi baffi e l'impermeabile da ispettore Gadget c'era l'amante! Che meraviglioso clichè esclamavo nel silenzio della mia mente! Purtroppo, F. intuita la piega che la situazione aveva preso, non si dimostrava altrettanto entusiasta dell'accaduto ed al ritorno del suo principe azzurro lo ricorpiva d'insulti, davanti alle tre grazie inebetite, alla mia bella furente ed al sottoscritto, costretto ad atti di autolesionismo sulla propria persona per evitare di far deflagrare l'intimo sentire in una fragorosa risata. A prescindere dai perbenismi quell'uomo lí è un genio del male! Moralmente parlando, i peggiori delinquenti che ho visto scorrere davanti a me in oltre tre anni di vita forense, sono agnellini al suo confronto.Insomma, come puoi mettere le corna a una che porta in grembo tuo figlio senza sentirti una carogna?! Ma soprattutto, come riesci ad evitare un sacrosanto e meritatissimo linciaggio?! Temo seriamente che queste domande rimarranno senza risposta, come quella relativa ai disturbi socio-relazionali degli organizzatori della festa, che ancora oggi mi assilla.
Atto primo:cover girl di Tina Turner, con la faccia da transessuale brasiliano e una voce in linea coi connotati esteriori,che dopo aver funestato l'intero repertorio della pantera di Nulbush,chiude si fa per dire in bellezza rovinando la Turandot di Puccini con un'interpretazione elettro/dance del "Nessun dorma".
Atto secondo:presentatrice della serata (faccia da nave scuola del paesello) che sentendosi in competizione con la raffinata musicista di cui sopra, prima declama il proprio prestigioso curriculum artistico (tre anni a SalameTV, quattro a FoxVacche e via cosí...) e poi trionfante annuncia "Cari spettatori,come saprete io sono la sosia italiana di Sarah Jessica Parker!" (Dopo la dialisi, come sopra...) ...Reazione: Pubblico ammutolito...
Atto terzo: "Carrie Bradshaw de noartri" regala alla serata il proprio personalissimo punto di non ritorno:"E adesso signore e signori applaudite con me la superstar del paese, nonno Ermete, il vero sosia di Robert De Niro!" Oddio. Oddio. Oddio. Questo il mio unico pensiero, nel vedere salire sul palco un vecchio rubicondo con vestito a quadrettoni anni 70. Somigliava al meccanico di mio nonno, piú che a De Niro e ben presto SJP in salsa "lumbard" doveva sottrargli il microfono, per impedirgli di dimostrare che un mix di demenza senile ed alcool possono abbassare ulteriormente il livello di una serata fallimentare.
Atto quarto: saró breve, perchè la rap band di paese subentrata a nonno Robert, in un drammatico ricambio generazionale, ha solleticato i miei peggiori istinti omicidi in senso musicale.
Erano talmente pessimi da rimettere pace in seno alla coppia scoppiata. Non tutte le canzoni d'amore sono canzoni d'amore no?!






lunedì 8 ottobre 2012

Cuatro tontos en Barcelona

"Avete preso i Voucher?!" Ecco, appunto. Le partenze per i viaggi memorabili cominciano sempre con una domanda cretina, meglio se a copyright del papà di uno dei tuoi migliori amici, che fino a quella sera non ti spiegavi come avesse potuto mandare gambe all'aria la florida impresa di famiglia. D'altra parte il personaggio in questione serbava in se tutta la grandeur medio borghese del provinciale benestante che ama riempirsi la bocca con termini esotici di cui percepisce vagamente il significato (ed ancor meno la pronuncia...).
Seguiva un mio sorriso falsissimo, modello Giuda che bacia Gesú, una disarmante spiegazione sul fatto che quattro studenti non potevano certo organizzare un viaggio in terra spagnola armandosi di voucher e che contrariamente alle aspetttive paterne il rampollo di famiglia avrebbe abdicato al lusso in nome di qualcosa low low low cost.
Rewind.
Non so come fosse saltata fuori l'idea di Barcellona, probabilemente in uno di quei momenti di follia in cui M. Prende le iniziative suicide, F. decide di seguirlo ed io vengo trascinato per i piedi. Nel baratro.
I biglietti per il baratro, nel nostro caso, li vendevano in un posto chiamato "I viaggi di Sossi" ubicato all'ingresso della tangenziale est e gestito da due gemelle affette da principi di nanismo e dal fidanzato di una di loro (o di entrambe, tanto non se ne sarebbe accorto), un egiziano di nome Salla.
Costui aveva un che del Re scorpione, nell'aspetto, ma la parlata purtroppo era tale e quale a quella dell'aiutante scemo di Marco Polo nella pubblicità della Telecom e l'intraprendenza pure.
La scena comicamente surreale era rappresentata da noi quattro, allineati dietro al bancone che gli chiedevamo di trovare un Hotel a Barcellona con parcheggio incluso e lui che cinque volte di fila telefonava ad un misterioso personaggio e proferiva d'un fiato la seguente tiritera :"Salveeeee sono Sallaaa Sossi Viaggiii prenotare Hotel per quattrooo Madrid..." seguiva coro da stadio con cui noi precisavamo "B-A-R-C-E-L-L-O-N-A!" lui si scusava, correggeva il tiro e riattaccava. Salvo riproporre il medesimo sketch alla chiamata seguente.
Dopo lunghe e penose sofferenze il nostro tronfio faraone ci informava di aver trovato un quattro stelle a duecento euro l'Hotel "Auto Hogar". Qualche settimana dopo avremmo scoperto che 3,5 di quegli astri dovevano essersi persi nella notte di S. Lorenzo.
Forward
Eravamo rimasti ai voucher, che quella sera non sarebbero stati l'unico titolo cartaceo a funestare la nostra partenza. Bisognava ancora passare a prendere D. con tutto quello che l'avventurarsi a casa sua avrebbe comportato.
Come raccontavo qualche post fa D. ha sempre avuto le manie, intese come eccentriche ed insalubri passioni che svilpuppava ed abbandonava nel volgere di pochi mesi. Quello era il periodo della Kickboxe e dei tarocchi. Adesso potrete immaginare la mia faccia quando, varcando la soglia di casa sua sono stato accolto da una dimostrazione di calci rotanti contro la libreria del salotto. Ed ancor meglio potrete immaginare dove sia finita la mano destra dopo che il caro amico aveva insistito per leggere i tarocchi sul mio futuro amoroso, con l'inquietante risultato della morte a testa in giú!
La scelta del mezzo con cui affrontare il viaggio della speranza che ci avrebbe condotto in Catalogna si era rivelata particolarmente combattuta, con improvvise variazioni tra lussuose berline e sgangherate utilitarie, salvo poi ricadere su una Volvo. Vecchia come i sassi peró, con incluso atlante stradale europeo datato 1986, tanto per mettere i puntini sulle i a riprova del fatto che di viaggio della speranza si trattava.
Sciropparsi mille e rotti chilometri in macchina puó essere vagamente letale, soprattutto se parti da casa alle dieci di sera.
F. aveva preparato per noi un mix dopante a base di M&Ms e Red Bull, col sottoscritto che ad ogni sorsata/sgranocchiata si avvicinava sempre piú al nirvana. Quantomeno per il sapore, degno dei peggiori yogurt al melone che albergano in certi strani frigoriferi felsinei (cit.)
Quando si va a Barcellona in macchina le colonne d'ercole sono rappresentate dallo svincolo autostradale di Nizza, dove si hanno piú o meno 15 opzioni diverse, dei cartelli verdi scritti in aramaico antico ed un tempo variabile tra i 2 ed i 3 secondi per decidere il da farsi.
Credo di aver voltato a sinistra, raccomandando l'anima al diavolo ed incrociando le dita dei piedi, mentre gli altri dormivano beati.
Sei ore e due soste dopo a svegliarmi erano le note di Freddie Mercury e le urla di M. che, alle porte della Catalogna, aveva deciso di avviare un curioso siparietto con due motociclisiti.
Loro mimavanoal nostro indirizzo un gesto simile allo starnazzare di una papera, battendo quattro dita sul pollice, lui continuava a mostrare il dito medio.
E fu cosí che al grido di "ci stanno dando dei mangia merda" il nostro decideva di seguire i malcapitati centauri in autogrill, dove, dopo una mezza rissa verbale, uno di loro sottolineava che ci eravamo scordati di spegnere i fari...
Soddisfatti del fatto di esserci resi protagonisti in negativo ancor prima di entrare in città, facevamo quindi rotta verso l'hotel.
Pretendere di arrivare a Barcellona con una cartina dell'86 è utopistico, sperare poi digirarci dentro addirittura fantascientifico. Perció dopo aver maledetto F., le edizioni Deagostiini e le nozioni geografiche di D. (che su una delle Rambla sosteneva di aver visto niente meno che il Consolato Spagnolo) arrivavamo finalmente all'hotel... Ecco, non affidatevi mai ad un agente di viaggio egiziano. Almeno in cui non vogliate ritrovarvi in un posto che si chiama "Auto Hogar" e che ha il parcheggio integrato nella reception, roba che se sbagliavi la retro accoppavi il concierge.
Le camere erano tremendamente sporche, con delle brandine tipo cella ed un affaccio panoramico su un cortile/discarica dai contenuti indicibili. In reception stava un tipo antipaticissimo identico a Pino Insegno, che fongeva di essere affetto da gravi turbe auditive ad ogni nostra domanda.
La città aveva il fascino decadente dei vecchi porti di mare, con le sue enormi contraddizioni, date da quartieri eleganti e patinati a viottoli in cui la polizia sconsigliava di avventurarsi. Inutile dire che nel nostro provincialismo ante litteram alcune cose finivano col farci correre un brivido lungo la schiena. Tipo il tossico che si faceva in vena alle dieci di mattina di fronte all'albergo ed un ciccione completamente nudo che ci sfrecciava di fianco su una delle vie principali.
La vita notturna poi, confermava il pessimo trend del nostro inizio di giornata. Io venivo spossessato di cinque euro di resto da una cameriera bionda che continuava a dire "Yo soy de Mallorca lalalala!" ed M. dopo essersi lavorato una biondina per quasi tre quarti d'ora subiva un umiliante sorpasso ai box dal sosia di Conan il barbaro. F. nel tentativo di dimenticare il perduto amore dell'epoca, tracannava qualcosa come 14 bottigliette di birra Foster, salvo poi mettersi ad insultare il nordico rivale amoroso di M. che, per nostra fortuna, di italiano non capiva un tubo. D. dava calci ai lampioni e questo vi basti.
Io ed M. eravamo in camera assieme, motivo per cui ci ritenevamo autorizzati a fare scherzi da prete agli occupanti delle stanze adiacenti. Tutto era nato quando, la seconda mattinata spagnola, si era aperta con delle milanesi spocchiose, che nella hall, ci avevano additato come "cafoni chiassosi". Allora come adesso, pur essendo una persona aperta alle critiche non tollero la falsità. Cosí la notte successiva, seguito dal mio fido compare giravo tutti i cartellini delle camere sul nostro piano, dalla posizione "Do not Disturb" a "Admission Free", propiziando per le nostre connazionali la visita inattesa della donna delle pulizie: alle sei di mattina! Nel sentirle imprecare, qualche ora dopo, travolte dal piú brusco dei risvegli sentivo crescere in me un sottile senso di soddisfaziine. Cafone si, ma incredibilmente silenzioso.
Il day three ci vedeva calcare le scene di Lloret de Mar, la Rimini spagnola. Spiaggia con sabbia a grana grossa e onde fortissime, con noi che cercavamo di entrare in acqua e venivamo rigettati pesantemente arriva. Mentre i miei bermuda pieni di sabbia,tradivano una'ostinazione tutta personale ad andare controcorrente, una specie di barcone piombava in acqua alle mie spalle, facendomi stabilire un nuovo record dei cinquanta stile libero.
Abbandonate le velleità natatorie, dirigevamo le nostre energie verso il sociale. Interi eserciti di inglesi ubriachi marci da metà pomeriggio infestavano le vie di questa particolare cittadina ed uno di loro giaceva riverso in strada. Alla ricerca della redenzione, io ed M. ci avvicinavamo a lui per prestargli soccorso e dopo averlo scosso assistevamo ad una vomitata degna de "L''esorcista". Prosit.
E poi si andava a donne. Con esiti quantomeno dubbi:
-Primo assalto: birra offerta a due bionde teutoniche, due di picche secco e otto euro in meno.
-Secondo assalto: chiacchierata su divanetto con alcune tipe di Aosta, io di ritorno dal bagno incrocio M. che mestamente mi annuncia di aver piazzato la frittata e poco piú in là una delle due che,imprecando, maledice il nostro eroe reo di averle rovesciato una birra addosso.
La serata si chiude in bellezza, con D. che pizzicato a dar calci rotanti ad un lampione veniva malmenato dalla gendarmeria locale, io che a causa di un commento inelegante sfioravo la rissai con one big black men ed un ritorno in macchina dove abbiamo rischiato bellamente di finire giú da un cavalcavia. Ottimo insomma.
Comicamente, le mattinate erano scandite da un'evento imperdibile, la Gazzetta del D.
Lui usciva a comprarsela presto presto, andava in spiaggia da solo a prendere il sole e tornava in camera per leggersela tranquillo. Senza fare i conti con F., che da pessimo personaggio qual'è gliela fregava da sotto il naso e gliela ridava tutta stropicciata, mandandolo su tutte le furie. Solo che il Giovedí successivo non riuscivamo a capire dove fosse finito, dato che a mezzogiorno ne di lui ne della Gazzetta v'era ancora traccia. F. non si capacitava di dover cominciare la mattinata rinuniciando alla sua lettura preferita ed io, avevo una fame tremenda. Ad un bel momento la rivelazione: si era addormentato per cinque ore sotto al sole della spiaggia cittadina. Color rosso aragosta, febbre a trentotto e niente Gazzetta. Seguiva un conciliabolo durante il quale ci si rimpallava l'onere di cospargere il nostro infuocatissimo amico di doposole...sulla schiena...Omofobi com'eravamo ( e come siamo) ce la giocavamo alla morra, con F. che piú torvo che mai, incremava il grande ustionato con la grazia di un muratore che da la prima mano d'intonaco.
Aperta parentesi: las zapatillas de atletismo.
Ecco, mai andare in vacanza con uno che fa atletica leggera e cerca delle scarpe da runner. M. ce l'ha fatto fare per tutta Barcellona, con medie chilometriche da maratoneti keniani. Perchè nonostante i giochi risalissero a dieci e rotti anni prima per lui Barcellona era sempre città olimpica e le sue dannate scarpe chiodate valevano bene lo sforzo di percorrerla a piedi alla ricerca dell'ennesima tienda de atletismo, che peró tutto aveva tranne che quelle.
Nel corso della nostra missione da legionari romani, armati di pilum e bramosie di conquista, decidevo di risolvere la carenza femminile a modo mio, approcciando un gruppetto di tipe sulla Sagrada Familia.
"Ce ne fosse stata una decente!" commentava F. avvilito qualche sera fa. Sarà per questo che appena una di loro proponeva di andare a pranzo assieme, lui faceva valere i suoi 194 cm e mi allontanava a forza dal gruppetto in rosa.
Certe vacanze proprio non si scordano. Neanche volendo.



venerdì 28 settembre 2012

Question of timing

Ultimo passaggio a Parma, giusto per regolare un paio di faccende professionali ancora in bilico, salutare gli amici di sempre ed andare  a mangiare qualcosa da Frank Focaccia.
....Ed incontrare di nuovo quegli occhi. Dopo soli tre mesi e forse, in un certo senso dopo tre lunghi anni.
La ragazza dal sorriso di perla ha i capelli più corti adesso.
Camminava di fronte a me nella via degli antiquari, con una borsa dalle trame etno curiosamente portata a spalla. Camminava  e sorrideva, nel raccontare non so quale mirabile storia all'amica che le stava accanto. Non ho avuto il coraggio di superarla, perchè facendomi vedere avrei interrotto la magia del momento, perdendo le variazioni del suo sorriso sotto la luce di pesca del tramonto.
La voce interiore degli insalubri consigli mi sussurrava di seguirla, camminando ancora per qualche centinaio di metri oltre la mia originaria destinazione. Ma così non doveva e non poteva essere, per una serie di ragioni ovvie, che circoscrivono le fascinazioni al campo dei desideri irrealizzabili. Così ho infilato il portone di casa, convinto di scrivere la parola fine ad un capitolo intitolato "ipotesi di remota verificazione".
Ma quì entra in gioco Frank Focaccia, che oltre ad essere la mia seconda panineria preferita della città è anche una delle mete d'elezione per i nostri pranzi infrasettimanali.
Come da tradizione arrivo a questi incontri sempre trafelato, con la cravatta allentata, la giacca appesa al braccio destro e l'incedere furioso di chi ha avuto una mattinata vissuta al limite delle possibilità umane.
Così mentre cercavo di infilarmi nell'accrocchio di sedie che da sul plateatico esterno,  provavo per una frazione di secondo quella strana sensazione che si ha nell'intravedere la sagoma di un'altra persona su una spiaggia completamente deserta.
E quando F. qualche minuto dopo, mi chiedeva incuriosito se conoscessi la ragazza che due tavoli dietro al nostro continuava a fissarmi, rischiavo neanche tanto metaforicamente di cascare dalla sedia.
Perchè avevo la netta percezione che si trattasse di lei ancor prima di vederla e a ben pensarci, non avevo grandi idee su quale atteggiamento sarebbe stato più consono adottare.
In fondo, se sei strafidanzato ed innamorato non ha un gran senso sottoporre al vaglio della realtà una seppur magnifica aspettativa.
Così mi limitavo a guardare F. e terminavo senza troppa soddisfazione il mio pranzo.
Al momento di andar via le passavo accanto cercando di dare l'impressione di chi è troppo preso dai propri pensieri per dare un peso specifico al resto del mondo, non potendo però fare a meno di ascoltare il suono della sua voce. Una cosa nuova e particolare anche per me.
Poi, qualche passo dopo mi fermavo e volgevo irrazionalmente lo sguardo nella sua direzione. Mi osservava e sorrideva, accompagnando ogni mio passo con quegli occhi e quel sorriso che per trenta secondi buoni riprendevano a danzare con la mia anima. 









venerdì 14 settembre 2012

Un reality da condominio

Mia madre diceva che ero, sono e saró sempre un impiccione, circostanza che per una serie di motivi non potró mai smentire. Aggiungiamo poi che ho sempre avuto degli amici pettegoli, tipo comari o giú di lí, roba che il poveretto di turno non aveva neanche voltato l'angolo e subito si scatenava una ridda di commenti taglienti e gossip da format pomeridiano. Errare è umano in fondo e come il riccio che amoreggiava con la spazzola continuo a ripetere che farlo mi fa sentire divino...
Nuova vita e nuova casa per il sottoscritto, come peraltro già anticipato nei precedenti post ed inevitabilmente, nuovi vicini. Intransigenti,decisamente intransigenti. Roba che per cambiare la targhetta sul campanello ho dovuto sottostare ai diktat dell'amministratore e farla dello stesso colore e carattere degli altri o, peggio ancora, subire le delazioni di qualche simpatico dirimpettaio per aver parcheggiato la macchina sotto casa pur essendo sprovvisto di permesso e, consequenzialmente, vedere arrivare un vigile taccuino munito ad applicare sulla mia persona, la dura lex sed lex del Codice della Strada. Vabbè, respiro profondo e passiamo oltre, anche perchè questa new way of my life offre degli spunti narrativi a dir poco interessanti. Il personaggio piú baritonale si trova sul pianetottolo ed è anche il padrone di casa. Oltre ad essere l'unico toscano di destra che abbia conosciuto in vita mia è pure logorroico. Ma non cosí, tanto per dire. È un'autentica macchina da guerra sprovvista del tasto mute. Entrare a casa sua equivale a giocarsi un intero pomeriggio durante il quale elencherà ogni singolo successo professionale della propria esistenza, condendo il tutto con tediosissimi aneddoti di carattere personale. Non accontentandosi soltanto di massacrare i miei gioelli di famiglia con monologhi da Dittatore sudamericano, tra la rievocazione di un miracolo e l'altro butta sempre lí, neanche troppo a caso, un invettiva contro il fancazzismo dei giovani d'oggi, contrapponendolo alla frenesia operativa dei suoi tempi. Che l'altra sera dev'essersela un pó presa quando gli ho detto che se mi lasciasse i suoi soldi, che a trenta saprei e potrei spendere, gli cederei di cuore il mio presente professionale in profondo rosso, tanto per fargli provare l'ebbrezza del rischio -concreto- di non arrivare a fine mese.
Tutto ció premesso va poi detto che attorno a questo personaggio ruotano le vicende del palazzo. Da un lato, infatti, ha una questione aperta con la coppia di mezza età del piano di sotto per il dominio sui parcheggi interni, con tanto di ripetuti ed incrociati tentativi, dopo la dipartita della precedente proprietaria, di acquistare l'appartamento del piano ammezzato, per poi giocare il jolly dei millesimi aggiuntivi in sede di assemblea condominiale. Di questa cortina di ferro il sottoscritto non poteva che giovarsi, con lui che mi concede il posto auto abusivo nel giardino condominiale tanto per dare fastidio ai suoi nemici storici. Che a propra volta anno una questione aperta con l'asilo nido al piano terra, reo di ostruire l'uscita dai parcheggi con le processioni di genitori motorizzati che vengono a ritirare, come al Mcdrive, stormi di pargoli urlanti. Esemplificando, stasera la signora, che ha il peso specifico del mercurio, ha iniziato a tediare tre papà che, incolonnati le avrebbero potuto (n.b. Condizionale) ostruire l'uscita. L'ultimo, tra il tredicesimo e il quattordicesimo rimbrotto, ha deciso di prendere il toro (ehm... la signora) per le corna: "Brutta vecchiaccia, ma non riesci a tacere?! Per farti star zitta dobbiamo smetter di far figli per poi essere colonizzati dai musulmani?!" Calava il silenzio, con la signora attonita, il papà paonazzo ed il sottoscritto che abbarbicato in terrazza si chiedeva se l'ultima parte di quella frase, dati i recenti accadimenti internazionali, non ci avrebbe esposto qualche forma di rappresaglia. Silenzio peró destinato a durare ben poco, interrotto dalla gatta del piano di sopra. Maria Paola. Non che abbia mai compreso quale folle meccanismo possa spingere le persone a dare dei nomi da cristiani agli animali domestici (cosí come quindici anni fa alle superiori, non capivo perchè tale Sig. Murru avesse deciso di chiamare sua figlia Marylin), fatto sta che la micia è causa di forti contrasti tra le due coppie rivali e la tizia del piano di sopra. Il perchè è presto detto: la padrona della gatta parte per le vacanze abbandondonando la bestiola al proprio destino. La bestiola riempie di riordini le scale interne del condominio e miagola pedissequamente.
Nota di merito per i personaggi ancor piú spassosi del palazxo d fronte tra cui:
-Manager appena tagliato da tale Mina (che deve essere uno stronzo da competizione) e periodicamente chiama il suo ghigliottinatore per ottenere una secinda chance, salvo finire sempre col minacciarlo in aniera neanche troppo velata"
-Vecchia ultraottantenne che mi fa ciao ciao con la manina e sorride maliziosa (da sempre questa è la fascia d'età in cui il mio fascino dinoccolato riscuote maggiori successi...)
-Potenziale maniaco sessuale con riporto che gira mutandato sul terrazzino a ore 9.15
-Studentessa universitaria che si è quasi buttata dal terzo piano nel tentativo di capire che libro stessi leggendo
-coppia esibizionista con lei che tene le finestre del bagno aperte nelle fasi che precedono la doccia e lui che fa pesi di fronte alla finestra
-inquietante cicciona che occultata dietro alla tapparella del soggiorno osserva tutto e tutti...
Insomma, alla fine un pó impiccione lo sono, ma che ci posso fare se da neanche una settimana, dopo dieci anni di finestra sul giardino interno, mi ritrovo con ben due terrazze che danno su due stade diverse?!
Certe novità, in fondo possono dare alla testa...

domenica 9 settembre 2012

Il malato immaginario

I matrimoni non si celebrano mai di domenica. Chissà poi perchè. Magari per le zitelle che per quel giorno voglio la chiesa libera, per i catecumeni della prima comunione o i cresimandi ante litteram. Fatto stà che supposizioni a parte sono stato invitato al secondo matrimonio in meno di un mese. Roba che neanche Hugh Grant o Vince Vaughn, tanto per citare due più o meno recenti trasposizioni cinematografiche. Il leit motiv corrispondeva grossomodo alla mia ultima partecipazione nuziale, con lui scemo ma non ricco e lei ricca ma non particolarmente avveduta nella scelta. Chiesetta della provincia lombarda, ubicata in uno di quei paeselli dal nome impossibile dimenticato da Dio e dagli uomini. Trattori che sfrecciano davanti alla chiesa, prete mezzo ubriaco alle undici di mattina e duecento invitati malamente assortiti: un discreto esercito di medici per lei, un nutrito elenco di agricoli per lui e tanti tanti parenti.
In questa storia io sono il ragazzo di una delle amiche, quello che prega Dio, Buddha e Allah in occasione del lancio del bouquet e dopo aver simulato un fasullo interesse per gli addobbi si fionda come un aquila sul buffet.
Ricapitolando. Sveglia alle otto, in pedissequa attesa che lei andasse e tornasse dal parrucchiere e loro, intesi come gli amici autoinstallatisi in salotto dalla sera prima liberassero il bagno. Doccia e colazione, con tanto di delizioso frappè preparato dal sottoscritto e mai abbastanza apprezzato dal pubblico in sala. A seguire la prima dolorosa scoperta: i nostri ospiti notturni sarebbero ripartiti subito dopo pranzo, ergo niente passaggio scroccato ed il sottoscritto costretto a fare una delle cose che odia di piú: prender su la macchina nel giorno di festa. Oh cribbio. Vabbè, chiave nel quadro, mettiamo in drive e la Wrangler parte, mentre mi arrivano oscure indicazioni su come arrivare al paesello, che al nostro arrivo ha un che di Silent Hill in salsa lumbard. Una vecchia, dall'aria allegrotta, mi fa cenno di parcheggiare nella sua cascina, azzerando le mie perplessità e la paura di essere rincorso, al ritorno, da un signore attempato con canotta e forcone.
Ci attende una chiesa addobbata a festa, a riprova del fatto che il papá della sposa è il ras del paese e per il fatidico giorno ha deciso di non badare a spese. La palma del peggiore, manco a dirlo se la becca prima dell'inizio il testimone dello sposo, fasciato in un abito color senape che grida ancora vendetta. Della cerimonia vedo ben poco, nel senso che lei mi abbandona su di una sedia di fronte a una colonna e lí mi eclisso, udendo a random qualcuna delle apocalittiche previsioni del prete alticcio. All'uscita, i rigidi criteri organizzativi della giornata mi fanno sobbalzare. Qualcuno si è preoccupato di redigere una mappa per trovare il castello dove si svolgerà il ricevimento, in versione sia grafica che testuale e non pago ha distribuito agli astanti "bombe" di riso e coccarde. Mentre mi riprendo da cotanto choc, abituato come sono all'organizzazione made at home delle nozze sarde, inizio a squagliarmi. Perchè il fresco di lana risulta esser tale nell'ombra di una chiesetta rupestre, ma molto meno confortevole sotto il sole cocente di mezzogiorno, soprattutto se gli sposini non si decidono a uscire. Partiamo, infine, con una gaia coppietta che si offre di guidare il resto della carovana negli intricati venticinque chilometri che ci separano dal rinfresco. Pessimo errore quello di affidarsi a quei due, che a senso dell'orientamento stanno messi come quel professore tedesco di nome Halzheimer. La strada si allunga di parecchi chilometri, coi nostri sprovveduti capicomitiva che costringono il gruppo a circumnavigare la provincia, con aggravio di fame e consumi. Alla fine peró si arriva lo stesso, col sottoscritto che nella foga di occupare un posto vicino all'ingresso rischia di arrotare un paio di bambini, che per inciso se la sarebbero meritata! Il posto merita, anche se non oso pensare quanto sia costato al ricco padre della sposa. Meraviglioso castello medioevale con giardino all'italiana e camerieri in livrea, che ci danno il benvenuto con un menú tanto insolito quanto disarticolato. Il preantipasto si compone di Focacia e Salame di Varzi(che adoro) Feta e Olive (che non disprezzo) Sushi (che tollero) e nouvelle cuisine (ossia pesce crudo con macedonia di frutta e verdura, che odio...). Inutile dire che una volta coinvolti nei miei loschi traffici un ortopedico ed un rianimatore mi piazzo davanti al tavolo degli aperitivi ed inizio a darci sotto, conscio del fatto che quel che seguirà sarà sul noiosetto andante e il giusto grado alcoolico mi consentirà una costruttiva accettazione degli eventi. Pagato il riscatto al fotografo e liberati gli sposi, alle ore 13 e 12 minuti primi del giorno del Signore 8 settembre 2012 ci si dirige (finalmente) verso la sala da pranzo.
Ogni tavolo aveva il titolo di un film. Giuro! Ed il sottoscritto stava seduto al "Malato Immaginario", con tanto di nome stampato in bella vista sulla locandina. Ripresomi dallo choc di una cosí perversa organizzazione, interiorizzato lo smacco di aver visto il tavolo "Amici Miei" ad una pletora di personaggi senza stile, iniziavo a dar corpo alla mia fama da mangiatore da competizione. Adoro il buon cibo ed il buon vino e, a dirla tutta, sono un convinto assertore del motto "meglio campar sazi che morire sani". Che poi data la massiccia presenza di medici in sala, farsi andare qualcosa di traverso non sarebbe stata una grande idea, perchè, litigando su chi e come sarebbe dovuto intervenire sul paziente avrebbero finito col causare il mio prematuro trapasso. Tre antipasti, altrettanti primi, due secondi e tris di dolci, il tutto condito da fiumi di vino e una certa noia. Perchè i medici sono simpatici i primi venti minuti e poi iniziano a parlare di medicina. Senza piú fermarsi. Cosí mentre la mia bella spiegava al suo gaio amico come infilare un catetere ad un vecchio ed il resto della tavolata sparlava di un collega che aveva caricato un certo filmino moolto personale sul web, io scambiavo frasi di circostanza con una tizia di Varese dagli occhi vacui. E mi rompevo solennemente los cojones. Tanto che tra un rosso ed un bianco trovavo delle somiglianze incredibili. Con lo sposo che sembrava il Dott. Chilton de "Il silenzio degli innocenti" mentre il fratello della sposa era pari pari al Trota Bossi. Tra i tavoli si aggirava anche un nano, inquietantemente simile al cattivo di "Austin Powers", probabilmente scappato dal giardino di un pervertito onanista dato che ad ogni passaggio dello sposo alzava il calice e proferiva solo e soltanto la parola Caxxxo. Inutile dire che il pranzo si protraeva fino alle sette e mezza di sera, col sottoscritto che prendeva a spallate una vecchia per accaparrarsi dei confetti, mentre un tristissimo cantante sulla sessantina, ingaggiato dai genitori dello sposo, scimmiottava penosamente Jim Morrison, che in tutta risposta, da qualche parte, si sarà rivoltato nella tomba.
Seguiva, il lancio del bouquet, con buonaparte delle amiche della sposa che schivavano il fatidico mazzo quasi fosse una granata mentre, tale Isabella, che piú realisticamente chiameremo Isabrutta, si esibiva in un triplo carpiato con avvitamento per acchiappare la sua falsa speranza quotidiana.
La storia del giorno finisce quí senza ulterori sussulti. Evviva gli sposi!