domenica 15 luglio 2012

Stereotipizzando

Tanto normale se cresci in un paesello di diecimila anime, per giunta nelle zone interne di un'isola, non lo sarai mai. Questa è una premessa necessaria.
Capita poi che ti emancipi, nel senso che vai a studiare/lavorare sullo stivale, magari  tra le pianure del nord, dove se non tutto, quantomeno parecchio di quello che vedi ti costringe a riempire di punti interrogativi (ed esclamativi) il capitolo che ti accingi a scrivere.
Tra i miei difetti peggiori c'è la gelosia, ma questa credo sia ascrivibile alla mia patologica condizione di figlio unico, viziato, ipercoccolato e, ai tempi d'oro, con una dotazione di giocattoli da fare invidia a qualsiasi futuro e ipotetico erede al trono.
Poi ho dei clichè, intesi  come stereotipi sedimentatisi nel mio emisfero cerebrale grazie all'ambiente e a quella che i più sono soliti chiamare esperienza. Ma non li annovero tra i difetti. Piuttosto come una caratteristica intrinseca della mia persona, come quei vecchi fuoristrada di una volta che sull'asfalto erano lenti ed impacciati, ma nel fango e nella neve non ce n'era per nessuno. Più che limitati specialistici, proprio perchè, chi li aveva progettati ne ipotizzava un utilizzo parabellico.
A volte, però, questi provincialissimi stereotipi condizionano la mia visione del mondo, offrendomi chiavi di lettura comicamente sbagliate, almeno in ordine alle aspettative che mi creo in relazione alle situazioni di fatto.
Sono moderatamente geloso della persona che sta con me. Non parlo di scenate e cose varie, ma di una sana dose di condivisione. Io so con chi vai e tu sai con chi vado. Universale, chiaro e semplice, senza menate da femminismo ante litteram o veteromaschilismo al suono del "se ti fidi di me non deve interessarti con chi esco".
 Sarò anche retrogrado, ma il mio manuale d'istruzioni contempla solo parole come conoscenza e condivisione, pur nel rispetto dei relativi microcosmi affettivi, intesi come spazi in cui coltivare la propria socialità al di fuori del rapporto.
Forse per questo ho sempre guardato con una certa riluttanza la figura dei/delle migliori amici/amiche. 
Sono dei vorrei ma non posso in senso materiale, delle negazioni bilaterali di sentimenti non corrisposti, una continua mina vagante, per qualsiasi rapporto certificato col bollino blù delle relazioni "serie".
La figura del migliore amico è il "servo della gleba" che cantavano Elio e le Storie Tese. O, nella peggiore delle ipotesi, una talpa intenta a scavare un cunicolo proprio sotto le fondamenta del rapporto. Tu sei l'invasore che minaccia quello che per anni era stato un suo protettorato. Lui è il figlio cadetto che non potrà mai salire al trono. Dev'essere necessariamente guerra. Punto.
Stanti i motivi di cui in narrativa, quando la morosa di turno se ne usciva nominando il best friend di turno, in me suonava una sorta di campanello d'allarme. Chi cadrà per primo? Domanda ricorrente. Anche perchè in queste situazioni sei sempre il secondo arrivato. 





 Così, non più di tre anni fa, sentendomi invitare dalla mia lei alla festa di tale Marco, la mia domanda è sorta spontanea e minacciosa:

Io: -Chi è costui?-
Lei:-Il ragazzo di Nicola-
Io:-Nicole, volevi dire Nicole?-
Lei:-No, Nicola, da Bari.-
Io:-Eh?!- (espressione di estrema sorpresa)
Lei:-Cosa vorresti dire?!- (Muscoli facciali tesi=pericolo)
Io:-Ah, ok- (aria conciliante)

Posto che non avessi la benchè minima idea di chi accidente fosse Nicola, quattro ore dopo (scusatemi ma sono un pò lento) realizzavo che nella concitazione degli eventi avevo risposto affermativamente all'invito per il primo gay-party della mia vita.
Come alla ruota della fortuna, avevo comprato una A credendo fosse una E. O qualcosa di simile. Nel senso che nel mio piccolo mondo fatto di provincialismi mai mi ero figurato l'idea di una coppia tanto atipica. Quantomeno in relazione agli schemi mentali tipici di uno originario del paesello dove tutti conoscono tutti. 
I giorni successivi -ricerca del regalo a parte- trascorrevano tra parossistiche figurazioni mentali su quel che sarebbe potuto accadere. Tipo Village People che cantavano in salotto o corpulenti marinai alla JPG ammassati all'ingresso. 
Encomiabile ad un paio d'ore dall'inizio delle celebrazioni la telefonata pre-cena con mio papà:
Lui:-Ehi? Com'è che chiami tanto presto stasera?!-
Io:-Ho una festa.... di compleanno.-
Lui:- Ah, bello, di chi?-
Io:-Marco, il ragazzo di Nicola...- (e adesso rido, mi son detto)
Lui:-Oh santo cielo! Cosa ti  è successo?!-
Io:- Mi hanno invitato...Ma tu, scusa, non eri di sinistra?-
Lui:- Certo, cosa credi? Era giusto per sapere ma...Sono proprio tuoi amici?!-
Io- In realtà sono amici della mia bella. Ma sai com'è...-
Lui:-Ah, ok. Divertitevi. Ma non fare tardi. Anzi, dopo chiamami ok?!-
Io:-Verosimilmente rientrerò dopo mezzanotte, sei sicuro?!-
Lui:-Ma domani lavori!-
Io:-Domani è Domenica-.
Lui:-Accidenti. Vabbè, chiamami lo stesso e cerca di rientrare presto, mi sembri stanco.-

Non è mai tornato sull'argomento, il mio vecchio, ma sono sicuro che da allora, si ponga delle preoccupate domande sulla mia vita notturna. 
Alla fine poi alla festa  siamo anche andati, nel senso che mi hanno caricato in macchina  dopo avermi bendato e fatto fare tre giri su me stesso (scherzo!).
All'ingresso ci attendeva il padrone di casa, con un fantastico grembiule a fiori ed un vassoio di risotto ai gamberetti.
Avevano scoperto in anticipo la mia più grande debolezza: il cibo. Praticamente la mia già modesta socialità a quel punto ha alzato bandiera bianca, di fronte ad un buffet pantagruelico sul quale mi sono fiondato senza troppi complimenti. 
La fauna festante, era naturalmente variegata. C'era Nicola, con  una camicia a fiori ed un foulard da dandy. Più defilata una presunta coppia etero, in cui lei ardeva per lui di un'amore impossibile, che di rimando non trovava il coraggio di fare coming out. Un inquietante personaggio di quasi due metri, che con chiari riferimenti calcisitici avevo ribattezzato Ibragay, continuava a seguirmi in giro per casa, lanciandomi delle occhiate poco rassicuranti. 
Date le circostanze, quindi, mi ero prudenzialmente sistemato su un gruppetto di sedie di fianco al tavolo del buffet, assieme a tale Andrea, che al pari del sottoscritto aveva dovuto accompagnare la sua dolce metà alla festa.
A un certo punto mi ha spiegato che in mezzo a tutta quella marea umana c'era uno che occasionalmente faceva la Drag Queen nei locali e che non sarei mai stato in grado di individuarlo.
Erroneamente convinto di possedere un Gay-radar sufficientemente affidabile cannavo ben otto possibili alternative, prima di arrendermi e chiedere chi fosse mr X. 




"Vedi quello la in fondo?" mi diceva lui. "Certo che lo vedo, quello è assolutamente etero!" rispondevo io. Non lo era. Neanche un pò. Ed era pure fidanzato con un tizio palestratissimo e canottierato.
Insomma, stereotipi o meno sono tornato a casa sazio quella sera. Che poi per la settimana successiva abbia continuato a controllare con un certo disagio di non esser pedinato dal sosia del maledetto svedese è un'altra storia. 
L'ultimo capodanno l'abbiamo passato assieme. Non io e Ibragay naturalmente. Perchè la mia bella ha invitato a casa nostra alcuni dei membri della festa. Purtroppo uno di loro era a dieta, quindi molto meno cibo dell'altra volta per me.Estremo dolore.
Marco ha molto apprezzato la mia giacca e Nicola...Beh, lui continuava a vestirsi come il cantante dei Baustelle. Al quinto bicchiere di prosecco ho domandato al Drag Queen part-time quale inquadramento contrattuale gli garantisse il proprietario del locale in cui si esibiva. Inutile dire che la mia dolce metà mi ha tirato un calcio sotto al tavolo, tanto per gradire. Ma io sono una persona indiscreta e non mi fermo di certo per uno stinco infranto. 
Quando a metà serata, credevo di essermi finalmente liberato dei miei provincialissimi cliché, succedeva qualcosa di televisivamente paradigmatico. Marco si appropriava del telecomando e ci costringeva  a vedere la Carrà. 
Meno male che per Natale mi ero regalato l'Ipad. 










venerdì 13 luglio 2012

Vada e torni vincitore.

Lo dice sempre il mio capo che con le cancelliere ho il tocco magico. Vecchie, giovani  e di mezza età, io butto sempre il cuore oltre l'ostacolo e spesso porto a casa il risultato. Nel senso che ottengo copie gratuite degli atti giudiziari, salto le code e riesco a recuperare nei più oscuri recessi archivistici documenti risalenti al periodo della rivoluzione francese. Ma tant'è. Il prezzo è essere sempre carino e gentile, farti scorrere addosso insulti, lassismo e crisi di nervi tipiche degli statali. Come dice la consulente psichiatrica del nostro Studio Legale se hai davanti uno che ti fa muro devi abbracciarlo. Distendi le braccia e regala il tuo amore al tuo dirimpettaio. O almeno cerca di fingere con convizione.
Il rovescio della medaglia è rappresentato dal fatto che a forza di interpretare un ruolo finisci con l'immedesimartici, facendo involontariamente breccia nelle mura nemiche anche quando ti muovi "in borghese". 
Così l'altro pomeriggio, mentre sistemavo in banca alcune questioni inerenti alla mia attuale situazione mi sono imbattutto in tale Josè. Che fa la consulente ai privati in ordine ai conti correnti ed attività connesse. Mora, riccia e con la pelle di porcellana. Una di quelle bellezze d'altri tempi, per quanto credo sia sui trenta o giù di lì. Anche se poi, per me, strafidanzato, vale sempre la regola aurea del guardare e non toccare. Ma torniamo al mio modus operandi. La osservo, sorrido e le faccio delle domande. Sulla situazione patrimoniale, sugli adempimenti e, nell'attesa, cerco i suoi occhi. Sfuggenti, decisamente sfuggenti. Di quelli che hanno una storia da raccontare ma sai già con anticipo che te la dovrai sudare fino in fondo. Ha fatto firmare a mio padre un sacco di moduli, sotto la mia attenta supervisione. Due mattine dopo mi sono ripresentato con mia nonna, per espletare la medesima procedura. Ok, giungere per la seconda volta di seguito sul luogo del delitto, per giunta accompagnato da un'adorabile vecchietta è un colpo basso, bassissimo. L'impressione che Josè (nome strano per una ragazza, so che l'avrete pensato anche voi) mi osservasse in maniera non proprio disinterassata iniziava ad insinuarsi tra i miei pensieri. Per le occhiatine lanciatemi mentre facevo finta di guardare altrove, le risate quasi soffocate ad ogni mia battuta ed uno strano senso di imbarazzo che pervadeva quella piccola stanza. Poche ore dopo, la mia cara nonnina, cercava di mandarmi di traverso l'arrosto che mi aveva amorevolmente cucinato con un'uscita che non ci si attenderebbe certo da un'ottuagenaria:

-Quella ti vien dietro, non lo hai capito vero?-
-Nonna, scusa, a chi ti riferisci?-
-Sei proprio tonto, la ragazza della Banca, quella di stamattina...-
-Ma no dai...-
-Non ti ha staccato gli occhi di dosso, dai retta a me, quella ti punta, se solo...-





La frase non l'ha finita, perchè l'arrosto mi si è piantato nell'alto tratto digestivo e io ho assunto un colorito abbastanza simile a quello di Fantozzi che decideva di trangugiare un Tordo intero.
Passi pure la sua malsana passione per le telenovelas venezuelane, ma ricevere consigli d'acchiappo da una che ha quasi il triplo dei miei anni (e che  in tempi non sospetti armeggiava coi pannolini del sottoscritto) può essere choccante.
Almeno all'inizio. Poi ho valutato l'eventualità che se avessi avuto 4-5 anni di meno e fossi stato, per così dire in caccia, lei si sarebbe dimostrata una spalla decisamente migliore di tanti amici marpioni. Nel senso che avrebbe lavorato per  me senza secondi fini e con l'unico scopo di mandarmi in meta. Oltre ad essere poi una sorta di "stealth" rispetto ai radar delle eventuali prede in rosa.
Come premesso, se attivo involontariamente la modalità "young lawyer available" non c'è (quasi) nessuna addetta al front office al mondo che sappia resistermi. Peccato che di solito siano quasi tutte sopra i cinquanta e brutte come la peste a differenza della morettina deliziosa di cui sopra. Quindi un filo di rimpianto resta, se non altro perchè da single, queste botte di culo non mi capitavano mai.
Inutile dire che in banca ci sono tornato ieri, con lei che a distanza di diversi giorni aveva ancora la nostra pratica sulla scrivania, con un bel post-it giallo incollato sopra. Recava scritto RICHIAMARE a caratteri cubitali. Sarà per questo che nel dubbio, dopo l'ennesima firma, lei ha preteso che le lasciassi il mio numero, con la sempreverde scusa  "In caso di necessità".
Così, mentre tutto soddisfatto sfilavo tra due bancomat coccolando il mio orgoglio maschile, mi tornava in mente la frase che il mio capo è solito ripetere ogni qual volta mi affida una mission impossible il cui scopo è vincere le resistenze di una qualche figura autoritativa di sesso femminile "Questa non possiamo sbagliarla, mi raccomando. Adesso vada e torni vincitore."

lunedì 9 luglio 2012

F.&F. vol2

Partiamo dal presupposto che le cose, lasciate andare a se stesse tendenzialmente peggiorano, seguendo dinamiche evolutive incoerenti e disarticolate. Aggiungiamo poi che la storia di quest'amore ipotetico, ha preso una piega talmente strana da dover essere per forza raccontata, a costo di rischiare il linciaggio da parte dei diretti  interessati. In tal senso è stato poi determinante l'intervento di una musa ispiratrice virtuale, che alle 22.08 odierne ha dato involontariamente lo start a questo secondo step narrativo. Avevamo lasciato lei tradita e quasi abbandonata dalla persona con cui stava da molti anni. Lui, dal canto proprio, continuava a correre dietro ad una tipa in technicolor, intesa come individuo di sesso femminile sopra i trenta, caratterialmente instabile e problematica. Comunque troppo originale per un soggetto come lui, talmente retrogrado da poter aspirare ad un ben piú rassicurante bianco & nero.  Fatto stà che la F. in rosa esperendo l'estremo tentativo di salvare un amore in rigor mortis decideva, non piú tardi di un mese e mezzo fa di partire col moroso fedifrago alla volta di un isolotto caraibico. Di quei posti dove l'espressione "due cuori e una capanna" non è assolutamente metaforica e, consequezialmente, mancando ulteriori occasioni di svago, ci si diletta in un'intensa attività sessuale. Che di per se sarebbe cosa ottima e salutare, non fosse altro per il fatto che su un'isola deserta via sia, per cosí dire, carenza di metodi contraccettivi.  Roba che la F. è tornata a casa un pó incinta, ma anche convinta di aver riconquistato il proprio uomo senonchè, costui, riannusata l'aria della pianura padana ha cominciato a sentire nostalgia dell'amante ed improvvisa insofferenza verso quell'idea di paternitá balenatagli alle latitudini tropicali.  Cosa che l'F. Invece, rimanendo fedele al proprio personaggio se la giocava autarchicamente in casa. Nel senso che sempre partendo dalla pianura padana  scarrozzava la signorina in technicolor per mari (adriatici) e monti (appenninici). Ma anche per lui la ruota del destino girava a casaccio. Cosí la sofisticata fanciulla si dileguava dalla sua vita ed entrambe le F. di questa storia  iniziavano a riempire le nottate ed i divani originariamente appartenenti a me ed alla mia metà, alla ricerca di una soluzione impossibile a problemi che, con sommo talento, hanno saputo creare a se stessi. La cosa surreale, in tutto questo è che l'una vorrebbe mollare l'attuale  consorte e tenersi il bambino e l'altro, pur non conoscendola e non sapendo niente di lei, avversa ogni giorno questa difficile scelta.  Io sono molto arrabbiato con loro. Per le ore di sonno non godute. Per l'indebita compressione della mia privacy. Ma, soprattutto, perchè magari tra qualche mese mi costringeranno a scrivere un altro post, magari con una terza F. portante il metatag "ragazzo padre". 

sabato 7 luglio 2012

Agosto 2008

La vacanza in se, quell'anno, era partita sotto le piú fosche aspettative. Io appena piantato in asso dalla mia nemesi sentimentale, Cris frescamente accasatosi con quel suino bipede che è la sua attuale morosa, F. manco a dirlo, in perenne crisi d'amor perduto ed il caro G. che ci aveva tirato il cosiddetto pacco a una settimana dalla partenza. Cambio di uomini, ma non di modulo, con G. appunto, sostituito dal Cocco all'ultimo secondo. Già, il Cocco. Viso da attore, fisico scultoreo ed encefalogramma piatto. L'unico individuo al mondo capace di giocarsi in tre semplici mosse  le numerose tipe che ci provavano con lui.  Ricordo ancora di una comune amica in pieno fermento ormonale che l'aveva invitato fuori a cena. Lei: "Sai, tra qualche sera canteró ad un concerto organizzato in memoria di un amico che si è suicidato l'anno scorso..." Lui: "Ah...Cazzo... Che sfiga!" Pausa imbarazzante di silenzio Lui: "Quindi suoni in un gruppo?!" Lei:"Faccio la corista" Lui"Quindi suoni.." Lei:"No, canto, faccio la corista!" Lui: "Ah capisco, quindi suoni... Ma scusa, per curiosità cos'è una corista?!" Tralascio il finale (tragico) di questo appuntamento, per tornare appunto, al nostro viaggio.  Quarantasette metri quadri ed un pessimo assortimento.  Un futuro avvocato, un prossimo dentista e due ex giocatori di Rugby, di cui il piú illuminato, peraltro, vendeva pure degli scooter a tre ruote! Da buon padrone di casa mi ero assicurato che l'unica camera da letto del mio marittimo bilocale fosse assegnata a me ed F., relegando gli altri due ospiti in soggiorno, per motivi che col tempo mi sarebbero apparsi piú chiari. Nel senso che il Cocco girava per casa completamente nudo e Cris al posto di un comodissimo paio di infradito utilizzava delle nike a stivaletto,  per giunta senza calze, on tanto di effetto Chernobyl all'imbrunire. Quanto alle mise adamitiche del Cocco credo che abbiano avuto un robusto nesso di causalità con la dipartita della vecchina seduta sulla terrazza di fronte, spirata (molto) serenamente qualche settimana piú tardi. Le mattinate si consumavano sulla vicina spiaggia, con me ed F. a cadaverizzare nel ricordo dei rispettivi amori indimenticati, Cris impegnato in orripilanti telefonate melense con Happy Pork e il Cocco a rimirar se stesso e lasciarsi andare in un infinito loop di seghe mentali. Nel senso che le tipe carine o presunte tali lo divoravano letteralmente con gli occhi e lui, per contro mi chiedeva terrorizzato se lo stessero osservando per prenderlo in giro. Bella scena. Io, spettinato, barba incolta e pancetta in bella vista a rassicurare uno pseudotronista sulle intenzioni di qualche ragazzetta da spiaggia. Fase Supernova per il mio già smisurato ego.  I viaggi in macchina erano l'occasione migliore per una bella crisi depressiva collettiva, tra amori finiti in tragedia (io), non cominciati e finiti per questo in dramma (F.)  e seghe mentali soniche stile adolescente che legge cioè (Cocco). Il pomeriggio o comunque, nei giorni in cui si decideva di cambiare spiaggia, finivamo immancabilmente vicino a un gruppetto X di ragazze, che si avvicinava al nostro ombrellone al ritmo di 50 cm all'ora, in forza del potere attrattivo esercitato su qualcuna di loro dal mio tatuatissimo amico. Nel caso di specie, io ed F. avevamo la grave colpa di non togliere per tempo l'audio ai nostri loquaci amici, cosí che se le fanciulle sopravvivevano alla prima bordata di fuoco amico del Cocco, ci pensava il Cris (un altro one shot one kill quando si tratta di terrorizzare inermi fanciulle) ad allontarr definitivamente il gruppetto delle aspiranti al trono di Coccolandia.  La situazione di cui sopra si riproponeva in maniera ancor piú lapalissiana nel corso delle nostre improbabili serate ad Alghero. Il Cocco vestito come un novello Tony Manero, F. sempre piú triste, io meno pettinato che al mattino e Cris... con le solite Nike senza calzini... La scena madre il destino decideva di ambientarla in uno dei rari discopub ubicato a margine dei bastioni, con tanto di plateatico esterno adagiato su di una ripida scogliera.  Due supermegagalatticheiper-(f)ighe monopolizzavano su di loro l'attenzione dell'intero pubblico maschile del locale ( e l'odio incondizionato delle poche donne presenti). A dirla tutta erano come dei distributori ambulanti di 2 di picche: i vari pretendenti arrivavano davanti a loro muniti delle migliori intenzioni ed in tutta risposta, venivano letteralmente rimbalzati.   Dieci, venti trenta... Il due di picche quella sera era come la consumazione in discoteca: obbligatorio! Per molti ma non per tutti. Per esempio il Cocco, adocchiato e abbordato dalla piú procace delle due mentre se ne stava accovacciato tra me ed F. sul vertice alto della scogliera.  Questo il surreale dialogo che ne è seguito: Lei: "Ciao bello!" Lui: "Attenta che cadi!" Lei (con tono ammiccante e accento romanesco): "Che m'a stai a tirà?!" Lui (viola dalla rabbia in volto): "Io non me la tiro capito! Io sono un ragazzo modesto e alla mano! Stronza!" Lei: "Ah zitellone acido!" Seguiva un drammatico momento di silenzio al termine del quale F. con aria incredula, fissava il Cocco negli occhi e lo incalzava: "Brutto idiota, hai idea di quel che hai combinato?! Quella ci stava, sicuro come l'oro e tu non hai saputo fare di meglio che insultarla" Il nostro antieroe ribatteva che lei lo aveva accusato di tirarsela, salvo cadere nello sconforto quando gli spiegavo che le parole di lei avessero tutt'altro significato. Due ore abbondanti di macchina, passavano ancora piú lentamente a causa del nostro autista, che iniziando a realizzare le dimensioni della propria topica continuava incessantemente a porre come un disco rotto la stessa pedissequa domanda "Ragazzi, ma secondo voi ho fatto una stronzata?!" Del ritorno a casa conservo due distinti ricordi. Il primo di Cris che si toglie le sue mitiche scarpe e riempie di sabbia il vaso di bouganville della terrazza ed F. che mi afferra per un braccio e mi trascina in camera, intimandomi di chiudere la porta. Trenta secondi dopo l'aria del soggiorno era satura di un terribile olezzo piedato. Grazie ad F. ero salvo. Non altrettanto ben andava al Cocco, accasciatosi sul divano al nostro rientro. Con un ultimo disperato urlo implorava Cris di metter fuori le scarpe e lavarsi i piedi. Il destino, alla fine, punisce gli stolti!

sabato 30 giugno 2012

Caleche.

Oggi ho pensato alle tue mani. Mani forti, mani belle. Quando ero piccolo mi stringevano a te e forse, in parte, anche all'idea di noi. Al tuo profumo che sapeva di Place Vendôme, al foulard di seta con disegnati gli arabeschi e a quel tuo modo di essere semplicemente straordinaria. Te ne sei andata dopo avermi salutato in tutta fretta, stroncata piú dalla cura che dal male.  Avrei voluto dirti che non era giusto sparire in quel modo e che oltretutto, stavi lasciando  dietro di te troppe questioni irrisolte. Ma in fondo alle feste eri sempre quella che andava via prima ed hai deciso che fosse meglio fare cosí anche in relazione alle nostre vaghe esistenze. Le nostre, appunto. Perchè la tua di vita è stata dipinta usando dei colori forti e accesi. Rosso, arancio e viola. Avrei bisogno di un abbraccio stasera, di quelli che mi regalavi dal vivo o per telefono quando mettevo il broncio per qualche cosa stupida. Magari anche di una bella strigliata perchè so, di certo, che il vedermi con gli occhi lucidi in questa casa disgraziatamente vuota non ti avrebbe proprio fatto piacere. Poi magari avremo anche potuto litigare, per le mie decisioni azzardate prese nel corso di quest'ultima convulsa settimana, per aver creduto che certe persone potessero cambiare e, infine, per essere arrivato al tuo capezzale con colpevole ritardo.  Certe mattine immagino di vederti entrare in camera mia con il caffè, estremo e malcelato tentativo di risvegliarmi da un radicato e atavico torpore. Chi mi dirá che son pigro, adesso? Chi metterà a freno ai miei eccessi emotivi? Chi si prenderà cura di papà? Mi sento un pó come da piccolo, quand'ero a casa dei nonni con la febbre e tu tardavi ad arrivare. Sapevo che l'attesa sarebbe valsa un sorriso, un regalo e una carezza e che da quel momento in poi le cose sarebbero andate decisamente meglio. Ma so che stavolta non arriverai da me. Eppure mi piace pensare che da qualche parte mi osservi, magari disapprovando tre quarti del mio operato, ma raccontando a chi ti sta accanto che sono la perfezione fatta figlio. Mi resteranno impresse le tue ultime parole e quegli occhi, che per una notte hanno cercato di dirmi addio. Ricordati che ti voglio bene. Ricordati che parleró di te solo al presente. 

mercoledì 23 maggio 2012

Voce del verbo correre.

La risposta a tutti i problemi, a volte, consiste in una sana dose di fatica, qualcosa che eviti alla mente di pensare e stressi il fisico quel tanto che basta per chiudere occhio la notte. Inizio di settimana nerissimo il mio, pieno di fantasmi e fitte allo stomaco. Così, stasera, piuttosto che restarmene in casa a guardare il soffitto rimuginando su tutto quello che di brutto mi potrebbe capitare, ho deciso di andare a correre in Cittadella. E' uno dei parchi più rappresentativi della città, quantomeno perchè un non meglio precisato generale francese aveva opposto, all'interno di questa fortificazione, una strenua resistenza all'invasore austriaco. Data la conformazione militaresca della struttura la linea di confine tra una corsa hard e una soft è segnata dalla decisione o meno di includere nel proprio percorso i bastioni. Stante un'innata tendenza alla sopravvalutazione dei miei mezzi decido di affrontare oltre all'anello perimetrale anche tre dei quattro bastioni esterni, in barba al mio pessimo stato di forma ed alla decisa probabilità, che domattina, avrò bisogno di un deambulatore anche solo per potermi alzare dal letto. I primi metri vanno sempre via lisci, come la fase di allegra empatia che fa da corollario alle peggiori sbronze. Poi inizio a sentire il corpo che si ribella, come una nave rimasta in porto per troppo tempo che proprio non ne vuol sapere di prendere il largo e lancia minacciosi segnali a ritmo alternato. Nel senso che esaurito il dolore al polpaccio inizia  a farti male la milza e così via, in un'escalation di sinistri cigolii post pigrizia invernale. Questo non fa altro che acuire il senso di disagio nel momento in cui un sessantenne che si preparava non so per quale maratona, mi supera in scioltezza, staccandomi di almeno cento metri nel giro di 50 secondi netti. Passano in sequenza altri personaggi, ancor più infervorati, che si allenano in gruppo facendo il verso a un famoso spot della BMW di qualche anno fa. Le preoccupazioni si mischiano alla musica che mi pulsa nelle orecchie e si perdono nell'aria, evaporando sottoforma di sudore e respiri sempre più intensi. Lo stop me lo da un gruppetto di pensionati adagiati su di una panchina, poco prima dell'area di sgambamento dei cani. Di buono c'è che per venti minuti sono riuscito a non pensare, limitandomi a confondere i miei occhi tra il verde delle piante e le sagome dei podisti. Le preoccupazioni restano nella testa e nello stomaco, ma ho accumulato una positiva dose di stanchezza. Magari stanotte riuscirò anche a dormire...

mercoledì 16 maggio 2012

S-cordialmente antipatica.

Mai dedicato un post a qualcuno che vi sta profondamente sulle scatole?!  Colui/lei che buttereste volentieri giú dalla torre, magari con un'incudine attaccata ai piedi, tanto per dare un aiutino alla gravità o a cui fareste fare i 200 dorso in una piscina riempita di   coccodrilli?! Ecco, lo scrivente ha intenzione di colmare questa lacuna, deliziandovi con le gesta della disdicevole A.  Lei è il cattivissimo regalo di Natale che il mio capo ci ha infilato a tradimento sotto l'albero, la dimostrazione vivente che certi cretini sono decisamente piú efficienti delle (apparentemente) insuperabili misure di sicurezza che si prendono per impedirgli di nuocere...  Avercela in giro per l'ufficio è come appendere un gatto ai propri zebedei e tirargli con forza la coda, illudendosi che quello che ne seguirà possa essere piacevole... Lei é  una spugna che vuole assorbire l'essenza vitale degli altri, attraverso uno spastico processo d'imitazione. Del tipo che se il malcapitato di turno  sta redigendo chessó, dei motivi d'appello, lei gli si para innanzi e gli pone delle domande assurde sul caso in esame, sulle norme collegate e sui problemi esistenziali del Giudice di primo grado o, in subordine, di sua nonna. La seconda fase prevede un'esegesi del lavoro fin lí svolto dal martire di turno con la proposizione di soluzioni giuridico sostanziali degne del peggior pubblico della Defilippi. Non paga della propria opera di disturbo, la nostra, chiederà di essere ammessa alla co-redazione dell'atto incriminato o, peggio ancora, pretenderà di sostituirsi in toto  all'originario estensore. Verificatasi quest'ultima ipotesi,  A. abbandonerà l'impresa per incapacità manifesta, lasciandosi dietro un atto giudiziario infarcito di orrori normativi e grammaticali, che il piccolo Ralph Winchester sicuramente, avrebbe scritto meglio... Tuttavia, non paga di rendere i miei pomeriggi in ufficio una gara di resistenza con pendenza sfavorevole, lei mi segue anche in udienza, perchè fa pratica e deve prendere le firme. Quí il suo talento vien fuori alla distanza, con interventi a sproposito nei momenti meno opportuni, interruzioni e conseguenti occhiatacce da parte di giudici e cancellieri... Ma non c'è nulla da fare. Ogni mia sfuriata lascia dietro di se la sua faccia da ebete ed il più classico dei "cosa ho fatto?" .... "Esisti" le ho risposto ieri, al quale seguiva un "non ho capito..." che ammazzava  la conversazione e con lei le mie speranze  di venire a capo di questo dilemma boccoloso. Avviso ai lettori: non saranno tollerati commenti tendenziosi sui grandi amori che nascondono grandi odi. La mia metà del cielo già ce l'ho ed in ogni caso, piuttosto che trascorrere una serata romantica con A. preferirei partire per la Siberia, col gatto di cui sopra attaccato agli  zebedei. Contrasteró anche chi cercherà di giustificare la sua stupidità adducendo motivi anagrafici o inesperienza: il suo cervello è un pozzo oscuro dopo cui c'è solo il baratro. La mia idiosincrasia per lei è onesta e disinteressata, come quella per le pianure di chi ha sempre vissuto in montagna.  Alla peggio, sono sempre preparato alla sciagurata possibilitá in cui dovesse salvarmi la vita: a quel punto mi butterei io giú dalla torre, prima di cedere ai facili istinti della gratitudine. In fondo che si puó dire a una che ruba dall'ufficio l'accendigas e se lo infila in borsa per accendere le sigarette?! Un bel  "Babbea! Se ne vada! Con ignominia!" urlatole in faccia dal gran capo in persona davanti all'intero ufficio. Ma lei ha scrollato le spalle ed è rimasta. Come certi regali di natale che, per disfarsene, non basta una vita intera.