martedì 14 gennaio 2014
A casa di Marco
Che Silvia Salemi ed il suo amico Luca in questo post c'entrino ben poco è un dato di fatto. In fondo la casa non da sul mare ed i partecipanti alla festa più che suonare canzoni si limitano a fare baccano.
Le feste a casa di Marco hanno sempre un che di memorabile, non fosse altro per il fatto che si entra da bipedi e si esce da quadrupedi.
La circostanza che la sua dolce metà venga dalla Siberia e che vanti un avo generale dell'armata rossa è indicativa di quelle che andranno a essere le gerarchie della serata, con lei a menare le danze e noi che senza successo proviamo a divincolarci.
L'evento in se da una decina d' anni a questa parte vive di personalissime costanti matematiche. La netta sproporzione tra alcool e cibo, col primo in netta prevalenza sul secondo, la compresenza di due soggetti che non reggono l'alcool ed il tentativo, finora sempre abortito di accoppiare F. con la single di turno attirata alla festa coi più biechi tranelli.
Il mio ingresso in scena ha sempre un non so che di anni novanta, forse per la bottiglia di prosecco in una mano e la torta nell'altra o più semplicemente in relazione al fatto che negli anni novanta, appunto, immaginavo che i miei arrivi alle occasioni mondane si sarebbero svolti con queste esatte modalità.
Come una buona percentuale delle persone che conosco Marco è una meravigliosa contraddizione in termini. E'un decisionista che sta con una donna che lo tiranneggia. Vorrebbe una famiglia ma antepone le di lei esigenze professionali a questa personale aspirazione. Ama la guida sportiva ed ha comprato un suv. Forse dovrei anche aggiungere che fa finta di essere completamente a proprio agio in una vita che qualcun altro ha costruito per lui, descrivendo come personalissime vittorie i diktat che quotidianamente piovono sulla sua testa.
La casa ha un salone centrale, con due divani a formare una sorta d'insenatura ed un tavolo color noce a chiudere i giochi, con poco cibo al centro e tanto alcool ai lati.
Al centro della stanza troneggia una scultura di bronzo dalla forma incomprensibile, acquistata ad un prezzo folle in una pretenziosa galleria d'arte. Nessuno ha mai capito cosa significhi, tutti invece si son resi conto che è costata uno sproposito, quantomeno in relazione all'oggettivo carico di bruttezza che possiede.
Noi siamo sempre i soliti. F. che versa da bere, Riccardo che urla ed il buon Dado che racconta, quasi estasiato, del suo ultimo sport estremo, mentre tutti girati dall'altra parte fingiamo di non sentire, consci del fatto che se gli si desse corda, sarebbe capace di tirare dritto per ore, col malcapitato interlocutore che sarebbe rinvenuto qualche secolo dopo completamente mummificato da una spedizione archeologica introdottasi nell'appartamento.
Di base facciamo casino. Come sempre. Nel senso che facciamo battute decisamente sconvenienti e bersagliamo gli amici della padrona di casa, che in quanto sue promanazioni riteniamo apertamente ostili.
Inutile dire che il nostro preferito è un tizio palesemente gaio (ma che si autoproclama etero convinto facendo su e giù con la manina) che gira per la stanza a scattar foto a tutti. Soprattutto a Riccardo. Che prudenzialmente dopo aver lanciato degli sguardi assassini si appiattisce contro il muro, tra i nostri commenti non proprio Oxfordiani all'indirizzo del fotografo e le occhiate assassine della fidanzata del padrone di casa. Che, diciamocelo, sta proprio antipatica a tutti, direi quasi di default.
Una certa teoria mia e di Riccardo ipotizza che sia una sorta di killer silente del Kgb infiltrato tra noi. Uno di quei cloni con nanotecnologie e manipolazione mentale che si attiva pronunciando una parolina magica. Una notte ho sognato che dopo aver pronunciato la parola "Prugne" cominciava a farci fuori tutti quanti e da quel momento ho smesso di mangiare la frutta, quando vado a cena a casa loro. La peculiarità della serata è che lei ed il suo fegato da marinaio delle molucche girano tra gli ospiti con un superalcolico sempre diverso, così che lo stomaco diventa un mixer, le budella si contorcono e la situazione alcolica vira pericolosamente da "allegrella" a "vomitella" nel volgere di pochi attimi.
Inutile dire che le vittime predestinate di questo atroce destino si chiamano Mario e Sara. Lui è un fighetto ante litteram, di quelli che parlano con la "erre" da gargarismo ed hanno le pantofole in cervo e cachemire. Lei è bruttarella e noiosetta, come quasi tutte le amiche della padrona di casa. Entrambi hanno una tremenda caratteristica: quella di volersi omologare agli usi e costumi del posto. Lui per piacioneria, lei per mera disperazione. Dopo un po' spariscono tutti e due. Lui in terrazza con una psicologa mentalmente instabile, lei nell'unico bagno di casa. Mezz'ora dopo esserci prefigurati una scena hard tra lui e la psicologa, consumata sotto un cielo stellato, veniamo smentiti dalla signora del piano di sotto che, infuriata scampanella tre volte prima di accusare gli astanti con un "Qualcuno ha vomitato sul mio stendino!"
Pochi metri più in là, Sara ha avuto un altrettanto emetico destino e le amiche, accalcate sulla porta del bagno si interrogano se non sia il caso di chiamare oltre a una squadra di decontaminazione, anche un bravo esorcista.
Come da copione, anche F. il nostro single perpetuo aveva seguito lo schema della serata. Riccardo, che più che un amico è un'agenzia di appuntamenti, si era presentato con tale Teresa, una morettona di 1 metro e 85 amica di piscina della sua dolce metà. Va doverosamente premesso che i personaggi femminili introdotti da lui hanno, negli anni, seguito dei percorsi per così dire tragicomici.
Ed anche stavolta, quando la cosa tra i due sembrava aver preso la piega ideale, con un parlare fitto fitto e risate d'intesa ecco l'inghippo. Manifestatosi sottoforma di un'imbucato, invitato a tradimento da Teresa e palesatosi attorno a mezzanotte. Un mitomane bello e buono, che tra le altre cose credo si sia vantato di aver assaltato un treno carico d'oro assieme a suo nonno, Pablo Escobar e Bugs Bunny. Confesso che per come era abbigliato mi è venuta una certa nostalgia, in quanto portava un montone uguale uguale a quello che aveva mio nonno nelle foto degli anni settanta. Vista la mise da film poliziottesco dei tempi che furono è sorto subito in noi il sospetto che fosse un topo d'appartamento venuto in perlustrazione, così che dopo mezz'ora lo abbiamo riaccompagnato neanche tanto gentilmente all'uscita.
Il resto della serata potrebbe condensarsi in una serie di persone alticce che cercano di svincolarsi da una serata nata male e finita peggio.
L'anno prossimo, quando sarà il momento di riproporre l'evento, Marco commenterà dicendo che le feste a casa sua sono sempre indimenticabili. Stavolta non potrò contraddirlo. Dato che alla prossima assemblea di condominio il provare a impedirle sarà il primo punto all'ordine del giorno.
martedì 30 aprile 2013
Tradizioni, carissime tradizioni.
I miei occhi carichi terrore e rassegnazione corrono tra le colonne del foglio excel dedicato al mese di Aprile, martoriato da capitoli di spesa fino a qualche tempo fa inimmaginabili.
Quest'anno solare mi cuccherò qualcosa come cinque matrimoni, con buonapace dei propositi d'austerity maturati tra la fine del 2012 e l'inizio del nuovo lustro. La palma d'oro dello sperpero sento di doverla assegnare a C. che in meno di un mese ha deciso di condensare laurea e nozze, infilando in mezzo a questo meraviglioso ensemble di regali anche un sontuoso addio al celibato, con tanto di gara dei Go-Kart a spese degli amici più stretti.
Tradizione vuole che ogni laurea sia celebrata con una sbronza in pompa magna, di quelle con ingresso leonino la sera prima e modalità zombie nel day after. Peccato che nonostante la certificazione anagrafica dell'età della ragione, non siamo ancora in grado di capire che i margini di recupero rispetto ai nostri anni ruggenti si siano drammaticamente ridotti.
Del regalo si occupa immancabilmente F. che vanta una convenzione occulta col Mediaworld o, alternativamente, con lo store di Ralph Lauren. Per i compleanni compra una polo, maniche corte o lunghe a seconda della stagione, per le lauree qualche gadget ad alto contenuto hi-tech o presunto tale.
Stavolta, dopo un breve e concitato gabinetto di guerra la scelta è caduta su di un tablet "pure Google experience" perché la roba di mamma Apple costava decisamente troppo e matrimonio ed addio al celibato divoreranno altri soldi. Nemmeno un pacchetto regalo, per il povero festeggiato, ma solo una busta (riciclata) proveniente -manco a dirlo- dallo Store di Ralph Lauren. Questa però è un'altra storia.
La mia comincia alle cinque di pomeriggio di un sabato di fine aprile, con una cronica indecisione tra giacca grigia e blazer blu e centotrenta chilometri d'autostrada da fare under the rain, sulla Jeep che più vintage non si può ed un ritardo, per così dire cosmico. I mezzi con trazione posteriore e ponti rigidi non sono fatti per andare in autostrada sotto la pioggia, a meno che chi li conduce non sia amante delle emozioni forti. E questo non è il mio caso. Fatto stà che sui curvoni praticamente si naviga, strambando con lo sterzo e percependo una sottile vocina che ripete "Ehi ciccio sorridi, stai per vedere un sovrasterzo!"
L'appuntamento, con gli altri, non poteva che essere in piazza nella mia vecchia e amata città un'ora e mezza dopo.
Il protocollo esige che il neodottore scelga una delle quattro strade che da lì si dipartono ed inizi a battere a tappeto tutti i bar, pub ed enoteche, finchè non si approssimi uno stato neurovegetativo che i più sono soliti chiamare coma etilico. Ai tempi d'oro c'era anche la tradizione di smutandare il poveretto e truccarlo o, come accaduto al sottoscritto, costringerlo a girare per il centro con un bambolo gonfiabile. Ma adesso si sa, siamo persone adulte e rispettabili e certe cose non ci sogniamo neanche di farle. La scelta è poi caduta sulla via dei fighetti e della movida, tanto perchè se devi fare l'asino, almeno vai dove puoi scandalizzare qualche perbenista. C'è sempre un mix di arroganza e circospezione nel momento in cui si cerca il primo locale da cui dare il via a certe serate. Via Farini è qualcosa di simile ad un piccolo fiume, che terminata la prima fila di portici fà una specie di curva dell'addio alle feste, segno eloquente di un'interruzione seppur temporanea dei locali coi tavolini all'aperto
Che sia estate od inverno la strada inizia a brulicare d'umanità verso le sei e mezza, nella celebrazione di un rito dell'aperitivizzare che a certe latitudini è molto più apparire che essere. Ogni locale ha una sua piccola storia, che in qualche modo lo caratterizza. C'è l'enoteca di chi vuole darsi assolutamente un tono, dal nome spagnoleggiante e con delle botti al posto dei tavolini. Quasi di fronte la pizzeria-lounge-bar di un ex personaggio quasi famoso, meta ideale di tutti quelli che con assoluta ineleganza, cercano con risolutezza le luci della ribalta. Poi due ristoranti-gioiellerie, di cui uno con vista cucina sulla via affollata. Le facce in quest'angolo di mondo sono sempre quelle. Comparse non pagate di uno spettacolo destinato a ripetersi immutabilmente uguale a se stesso. Da dieci anni sostano nello stesso locale, sullo stesso tavolo e sorseggiano lo stesso drink, con la sedia a favore di pubblico ed un suadente saluto in canna per chiunque osi guardarli. Al sesto o settimo ciao optiamo per l'enoteca più antica della via, dove trovi ancora degli over 70 duri e puri dal naso rubicondo e dalle transaminasi alle stelle. Prima rosso, poi di nuovo rosso e poi prosecco. Quando andiamo a riporre i calici, anzi che dirigerci verso il bancone, traditi da M., prendiamo tutti la via di una piccola mensola attaccata al muro d'ingresso. La cameriera ci guarda strabuzzando gli occhi e farfugliando un bel "maccheccazzz" alla solerte collega che annuisce. E' in quei momenti che alle persone come me vengono le cosiddette idee del piffero. Perchè l'innato altruismo, unito al senso di "ok, si può fare" indotto dal terzo bicchiere causavano in me dei pessimi propositi, palesatisi con:
1) sorriso ebete nei confronti delle due ladies dietro al bancone;
2)frase di biasimo nei confronti dei miei compagni di bevuta;
3)afferramento selvaggio di ben otto calici a stelo lungo e successiva scena alla Matrix.
Perché, a pochi metri dalla meta, ho sentito che almeno due degli otto calici covavano insani propositi di secessione dal resto del gruppo. Al che, con doppio carpiato in avanti con triplo avvitamento, riuscivo a lanciare tutti i calici sul bancone senza romperli. Le cameriere mi lanciavano delle occhiate assassine, ma nel mio profondo, ero consapevole di aver sfiorato (sfangandola) la figura di merda del secolo.
La serata proseguiva in una Rhumeria, dove, oltre a coadiuvare l'apparato digestivo con un simpatico effetto minipimer, iniziavamo a diventare decisamente rumorosi e molesti, causando una malcelata disapprovazione da parte degli astanti. Arrivati a questo punto meriterebbero un cenno anche le rispettive "dolci metà", che molto poco dolcemente ci fulminavano con occhiate di biasimo ed impotenti di fronte alle nostre ormai lapalissiane intemperanze, fingevano bellamente di non conoscerci.
Il neodottore alias novello sposo è un personaggio tutto d incorniciare. I modi e le fattezze fisiche ricordano in tutto e per tutto Peter Griffin. In due parole il classico animale da festa. Quello che si sbronza per primo e tornato a casa viene colpito, inesorabile, dalla maledizione di Sboccamen... Come per ogni pinocchio che si rispetti ha il suo personalissimo Lucignolo, impersonato senza alcun dubbio da M.. Ecco, M.. Chiamiamolo pure "Consilium Fraudis" tanto per fare incetta di brocardi latini. Calzamaglia rossa, forcone e coda, lui è l'amico che paziente ti indica una via lastricata di buone intenzioni, che se non conduce all'inferno ti guida diritto verso qualche figuraccia epocale.
Memorabile la scena in cui, ai tempi di un viaggio a Rodi, dopo che A. aveva agganciato un gruppetto di sicule, lui si presentò alle fanciulle sentenziando "Oh ragazzi, ma quì è pieno di terr...." La frase non riuscì a finirla, perchè qualcuno di noi gli aveva irato un calcio sotto il tavolo, subodorando la gaffe, ma le tipe se ne andarono lo stesso inviperite. La cosa divertente è che passò il resto della giornata ad accusarci di aver ingigantito l'accaduto, asserendo che peraltro a suo giudizio ci aveva meritoriamente liberato da cinque ragazzette orrende.
Abbandonando però le digressioni storiche e tornando al passato più recente, il tanto sospirato arrivo in ristorante assomigliava drammaticamente allo sbarco in Normandia. Noi sempre più ciucchi e le nostre dolci metà sempre più arrabbiate. Uno dei peggiori effetti collaterali dell'alcool sulla mia già pessima soggettività è quella di farmi biascicare i cognomi già nella fase di allarme 2 (quando, per intenderci, passi da leggermente sopra le righe a simpatico come un gatto appeso agli zebedei..). Così, il nostro simpatico quintetto allietava un'esterrefatta cameriera, con improbabili ricostruzioni del cognome del festeggiato, impedendole di comprendere a nome di chi, poi, fosse stato effettivamente prenotato il tavolo. Da lì in poi i miei ricordi si fanno confusi, nel senso che il bicchiere ed il piatto continuavano a riempirsi e la mia lucidità a scemare. Le cronache narrano che sia finito per sbaglio nel bagno delle donne, meravigliandomi di quanto fosse pulito e che abbia persino abbattuto un cameriere, arretrando molto poco delicatamente con la sedia. Ricordo solo a sprazzi (ed aggiungerei grazie al cielo) un interminabile pippotto di A. su un nuovo sport estremo che ha iniziato a praticare ed il cane di F. che prima di entrare in casa sua.
Per cronistoricizzare: la serata era morta mezz'ora prima quando, entrando nel pub che avrebbe dovuto introdurci alla fase 2, abbiamo optato in massa per una tristissima coca-cola, accomiatandoci con un tristissimo "non ce la facciamo più". Quella stessa notte la mia camera smetteva di girare troppo tardi e la mattina, al contrario, giungeva troppo veloce. Sono vecchio per queste cose ormai. Maledette tradizioni!
giovedì 11 aprile 2013
Sold out
Una delle incognite della convivenza sono i parenti di lei. Tecnicamente sono come le viti che avanzano dei mobili dell'Ikea, quelle che ti ritrovi in mano con un misto di disperazione e smarrimento quando credevi di aver ultimato l'accrocchio made in Sweden. Di solito ci si ritrova a visitarli in estate, col sottoscritto costretto ad interminabili tour de force tra zie ultracentenarie afflitte da fanatismo religioso, cugini con l'encefalite letargica e nonni dall'aria inquisitoria. Il problema è quando son loro ad avere nostalgia di te, o meglio di chi vive con te. La mia dolce metà ha tra le altre cose due simpatiche gemelle omozigote, che periodicamente si materializzano tra lo zerbino ed il portaombrelli. Uguali nell'aspetto e opposte nel carattere, sono le cosiddette piccoline di casa, quelle a cui proprio non si puó dire mai di no, al limite un forse, che ha pur sempre ottime possibilità di mutare in si. Dato che quella piú introspettiva e riflessiva me la sono cuccata a fine marzo, non poteva mancare la visita di quella piú naif per il 10 di aprile. Con amica al seguito. Ottanta metri quadri per quattro sono davvero pochini, soprattutto se in quanto appartenente alla meravigliosa categoria dei figli unici, metteresti a guardia del tuo spazio vitale un branco di feroci mastini. Ora come ora ho due trolley modello cassa da morto abbandonati in corridoio, il bagno preso d'assalto dall'amica della sister afflitta da una letale forma di meteorismo ed il soggiorno adibito a camera degli ospiti, con tanti saluti ai miei buoni propositi di una serata a guardare Santoro. E a ben vedere nemmeno la camera da letto è Fort-Knox dopo due e dico due incursioni della gemella. La prima, ora ZULU 22.36 per una diagnosi volante su non meglio precisati dolori intercostali. La seconda, registrata qualche minuto piú tardi, per chiedere se avessimo della colla a caldo. "Che cazzo ci fai a quest'ora con la colla a caldo?!" avrei voluto chiedere contrariato, prima che le circostanze e gli eventi mi suggerissero un approccio piú soft al problema. Tanto che con insolito buonismo ho indicato l'armadio che sta in terrazza, spronando le due villeggianti a frugarci liberamente dentro. Da lí un sequela di risate asmatiche dell'amica della gemella, che praticamente è un incrocio tra Il Baffo da Crema e Wanna Marchi. Dopo mezz'ora ho sentito un tonfo sordo, ma non sono andato a controllare. In fondo la vecchiaccia del piano di sotto quando mi casca qualcosa me lo fa ritrovare la mattina dopo sulla seconda rampa di scale, quasi a condannare la mia sbadataggine. Domani potrei trovare un'armadio da esterni con dentro due villeggianti. Scherzo. Anche se peró ho il brutto presentimento che toccherá al sottoscritto portarle in stazione per spedirle in quel di Milano, direzione Fiera del Mobile, da quí a domenica. Vitto, alloggio e servizio navetta. Gratis, ma per il prossimo anno, direi, siamo al completo.
giovedì 4 aprile 2013
Svisti e Ri-visti
Le domande destinate a rimanere senza risposta trovano talvolta soluzione in una qualsiasi giornata di pioggia. Solito ritorno a casa per le vacanze di Pasqua, con annesse le vagonate di noia correlata alla vita del paesello, roba da spararsi sulle palle o qualcosa di simile.
Va da sè poi che il tempo, inteso come l'interminabile ticchettio delle lancette del mio Hamilton vada in qualche modo impegnato, magari facendosi un pó di fattacci altrui, tanto per non perdere le cattive abitudini.
Via Grazia Deledda a parte il nome ha ben poco di poetico. C'è un palazzone cadente dove una volta alloggiavano i dipendenti della banca, un armeria in disarmo ed un paio di studi medici. E'anche l'itinerario piú breve tra casa mia e quella di mia nonna, ragion per cui la percorro almeno due volte al giorno, rigorosamente a piedi e con la malinconia del posto addizionata alla debole luce dei lampioni. La piú nuova (o meno vecchia, a seconda dei punt di vista) delle palazzine che costeggiano la strada ha un prato incolto e due grossi balconi dalle tende trasparenti, dietro alle quali da dieci anni a questa parte, si staglia un personaggio ai limiti del surreale. Lo chiameró l'uomo che beve, stante il suo simbiotico rapporto con un frigorifero a doppia porta. Mattina, sera e notte: ad ogni mio passaggio lui è sempre lí, nella plasticità di un movimento ripetuto piú e piú volte a sorseggiare non so che davanti alla porta del frigo socchiusa. D'estate mutandato e d'inverno pigiamato, insensibile al trascorrere del tempo ed al fluire degli eventi il mio personalissimo Godot sembra indefinitamente cristallizzato nel gesto di assumere liquidi,destinato a non raggiungere mai la televisione che dal fondo della stanza illumina la sua non storia di colori cangianti.
Per un certo periodo ho pensato che si trattasse di un manichino, salvo poi constatare, dopo attenta analisi, che il nostro svolgeva un seppur limitato numero di attività che implicano il movimento.
Fatto sta che stamattina me lo son ritrovato di fronte, proprio mentre usciva di casa, tanto che mi sarei voluto fermare per chiedergli un'autografo. Tuttavia, a ben vedere, il fatto stesso che avesse varcato la soglia dell'ingresso implica un'inevitabile caduta del mito legato all'uomo intrappolato tra cucina e terrazza.
Quest'uggiosa settimana pasquale si è chiusa poi con una di quelle ricorrenze che cordialmente detesto, il pranzo di leva 1982. C'è un gruppo di indomiti sadici dietro questa cospirazione enogastronomica che si ripete immancabilmente da almeno dieci anni a questa parte. Gente che se ne sta inumata per il resto dell'anno e poi sbarabam, prima ti spiattella un invito si Facebook e poi viene fisicamente a prenderti a casa dei tuoi, appena torni al paesello natale per le cosiddette feste comandate. Ci si incontra un bel bestiario umano, tipo l'ex bullo delle elementari, il due di picche delle superiori o il tizio che alle medie pigliava un sacco di botte da chiunque, quasi fosse uno sport nazionale. Quest'anno dopo quasi dieci anni di biechi svicolamenti, sono stato intercettato dalla figlia dei vicini di casa, una di quelle che tra i 15 ed i 20 ha avuto la metamorfosi da cessa a gnocca ed ora sfrutta lo slancio.
Il fatto che l'evento fosse organizzato dal mio arcinemico della squadra di baket trovava la sua sublimazione non appena arrivavamo nel posto destinato ad essere la location dell'evento, uno sgangherato fienile nel cuore della barbagia che qualche incoscente aveva deciso di chiamare agriturismo. Fortunatamente, anche il cibo era di dubbia qualità.
Il brutto di certe situazioni è che poi ti tocca pure socializzare, e si sa che se tanti anni prima avevi deciso di lasciare il paesello limitandoti a tornarci il meno possibile era perchè, quelli che ti mandavano le balle in giostra come dire...proliferavano...
Il mio arcinemico ai tempi del basket si chiama Davide ed ora come allora conserva l'espressione scimmiesca da sgherro di Don Rodrigo. Il fatto che al tempo io giocassi nella squadra sponsorizzata dalle Coop e lui in quella delle suore la dice lunga sul personaggio. Guardia lui, ala io, uno a minacciare e l'altro a provocare. E se citavo quella gran donna di sua sorella riuscivo sempre a prendere il fallo. Ci salutiamo, con la tipica ipocrisia di chi finge di essersi dimenticato all'improvviso di anni di giovanile e malcelato disprezzo. Dopo si passa ai convenevoli di rito, con me a raccontare che faccio l'Avvocato in quel di Mailand, che c'è crisi e che l'anno appena cominciato non sembra poi cosí meglio di quello appena finito. A un certo punto ho quasi la sensazione di essere come un virus benigno, perchè tutte le mie vecchie fiamme di medie e superiori, che al tempo non erano affatto male, sembrano non essersi giovate della mia assenza. Una fa la parrucchiera ed adesso si è inquartata, roba che le ci vorrebbero le luci d'ingombro ed il cartello di carico sporgente, mentre con la leggiadria di un ippopotamo zompetta ai lati della sala. Un'altra ha i brufoli, tanti brufoli, tipo spot del topexan o qualcosa di simile. Quando mi dice che i trenta se li sente tutti addosso ed io la stoppo dicendo che sembra ancora quindicenne, si rabbuia e non parla piú. Adesso peró voglio raccontarvi di essermi tolto due grosse soddisfazioni, in maniera del tutto inaspettata. La prima nel constatare che il figo delle medie, quello che concupiva le piú belle lasciando a noi poveri scemi solo le briciole, era incontrovertibilmente rimasto uguale a se stesso. Che a quindici fa figo ma a trenta decisamente sfiga. Pettina da Zack Morris from "Bayside School" guardaroba attinto a piene mani dagli anni novanta e tre litri e mezzo di dopobarba tipo zampirone. Tra l'agghiaciante ed il meraviglioso, a seconda dei punti di vista. Poi, lei. Dolorosissimo due di picche targato 1993, dopo un anno a condividere lo stesso banco. Bella ora piú di allora, sofisticata ed eterea, ora fa la stilista. Si interessa, chiede, parla, racconta. Per un'oretta buona sembriamo in sintonia su tutto. Finchè lei non mi fa "Ricordi che bello quando eravamo nello stesso banco?!" Ed io "Oddio, per te non di certo..." Al che lei "Cosa vorresti dire?!" Respiro profondo del sottoscritto, occhiata diabolica che tenevo in caldo da non so quanto e giú con bel muro di ghiaccio "Se ti ricordi, io ci provavo con te e avevi detto che piuttosto che dirmi di si avresti preferito bruciare all'inferno..." pausa "Poi se proprio se vogliamo mettere le cose in chiaro dopo l'ora di educazione fisica mi avevi additato dicendo che puzzavo come un caprone!"
La conversazione è spirata tra il suo bellissimo viso attonito ed il mio cellulare che squillando intonava le note dell'Imperial March di Star Wars. Lato oscuro della forza o no, trovavo una sublime colonna sonora per accommiatarmi.
Va da sè poi che il tempo, inteso come l'interminabile ticchettio delle lancette del mio Hamilton vada in qualche modo impegnato, magari facendosi un pó di fattacci altrui, tanto per non perdere le cattive abitudini.
Via Grazia Deledda a parte il nome ha ben poco di poetico. C'è un palazzone cadente dove una volta alloggiavano i dipendenti della banca, un armeria in disarmo ed un paio di studi medici. E'anche l'itinerario piú breve tra casa mia e quella di mia nonna, ragion per cui la percorro almeno due volte al giorno, rigorosamente a piedi e con la malinconia del posto addizionata alla debole luce dei lampioni. La piú nuova (o meno vecchia, a seconda dei punt di vista) delle palazzine che costeggiano la strada ha un prato incolto e due grossi balconi dalle tende trasparenti, dietro alle quali da dieci anni a questa parte, si staglia un personaggio ai limiti del surreale. Lo chiameró l'uomo che beve, stante il suo simbiotico rapporto con un frigorifero a doppia porta. Mattina, sera e notte: ad ogni mio passaggio lui è sempre lí, nella plasticità di un movimento ripetuto piú e piú volte a sorseggiare non so che davanti alla porta del frigo socchiusa. D'estate mutandato e d'inverno pigiamato, insensibile al trascorrere del tempo ed al fluire degli eventi il mio personalissimo Godot sembra indefinitamente cristallizzato nel gesto di assumere liquidi,destinato a non raggiungere mai la televisione che dal fondo della stanza illumina la sua non storia di colori cangianti.
Per un certo periodo ho pensato che si trattasse di un manichino, salvo poi constatare, dopo attenta analisi, che il nostro svolgeva un seppur limitato numero di attività che implicano il movimento.
Fatto sta che stamattina me lo son ritrovato di fronte, proprio mentre usciva di casa, tanto che mi sarei voluto fermare per chiedergli un'autografo. Tuttavia, a ben vedere, il fatto stesso che avesse varcato la soglia dell'ingresso implica un'inevitabile caduta del mito legato all'uomo intrappolato tra cucina e terrazza.
Quest'uggiosa settimana pasquale si è chiusa poi con una di quelle ricorrenze che cordialmente detesto, il pranzo di leva 1982. C'è un gruppo di indomiti sadici dietro questa cospirazione enogastronomica che si ripete immancabilmente da almeno dieci anni a questa parte. Gente che se ne sta inumata per il resto dell'anno e poi sbarabam, prima ti spiattella un invito si Facebook e poi viene fisicamente a prenderti a casa dei tuoi, appena torni al paesello natale per le cosiddette feste comandate. Ci si incontra un bel bestiario umano, tipo l'ex bullo delle elementari, il due di picche delle superiori o il tizio che alle medie pigliava un sacco di botte da chiunque, quasi fosse uno sport nazionale. Quest'anno dopo quasi dieci anni di biechi svicolamenti, sono stato intercettato dalla figlia dei vicini di casa, una di quelle che tra i 15 ed i 20 ha avuto la metamorfosi da cessa a gnocca ed ora sfrutta lo slancio.
Il fatto che l'evento fosse organizzato dal mio arcinemico della squadra di baket trovava la sua sublimazione non appena arrivavamo nel posto destinato ad essere la location dell'evento, uno sgangherato fienile nel cuore della barbagia che qualche incoscente aveva deciso di chiamare agriturismo. Fortunatamente, anche il cibo era di dubbia qualità.
Il brutto di certe situazioni è che poi ti tocca pure socializzare, e si sa che se tanti anni prima avevi deciso di lasciare il paesello limitandoti a tornarci il meno possibile era perchè, quelli che ti mandavano le balle in giostra come dire...proliferavano...
Il mio arcinemico ai tempi del basket si chiama Davide ed ora come allora conserva l'espressione scimmiesca da sgherro di Don Rodrigo. Il fatto che al tempo io giocassi nella squadra sponsorizzata dalle Coop e lui in quella delle suore la dice lunga sul personaggio. Guardia lui, ala io, uno a minacciare e l'altro a provocare. E se citavo quella gran donna di sua sorella riuscivo sempre a prendere il fallo. Ci salutiamo, con la tipica ipocrisia di chi finge di essersi dimenticato all'improvviso di anni di giovanile e malcelato disprezzo. Dopo si passa ai convenevoli di rito, con me a raccontare che faccio l'Avvocato in quel di Mailand, che c'è crisi e che l'anno appena cominciato non sembra poi cosí meglio di quello appena finito. A un certo punto ho quasi la sensazione di essere come un virus benigno, perchè tutte le mie vecchie fiamme di medie e superiori, che al tempo non erano affatto male, sembrano non essersi giovate della mia assenza. Una fa la parrucchiera ed adesso si è inquartata, roba che le ci vorrebbero le luci d'ingombro ed il cartello di carico sporgente, mentre con la leggiadria di un ippopotamo zompetta ai lati della sala. Un'altra ha i brufoli, tanti brufoli, tipo spot del topexan o qualcosa di simile. Quando mi dice che i trenta se li sente tutti addosso ed io la stoppo dicendo che sembra ancora quindicenne, si rabbuia e non parla piú. Adesso peró voglio raccontarvi di essermi tolto due grosse soddisfazioni, in maniera del tutto inaspettata. La prima nel constatare che il figo delle medie, quello che concupiva le piú belle lasciando a noi poveri scemi solo le briciole, era incontrovertibilmente rimasto uguale a se stesso. Che a quindici fa figo ma a trenta decisamente sfiga. Pettina da Zack Morris from "Bayside School" guardaroba attinto a piene mani dagli anni novanta e tre litri e mezzo di dopobarba tipo zampirone. Tra l'agghiaciante ed il meraviglioso, a seconda dei punti di vista. Poi, lei. Dolorosissimo due di picche targato 1993, dopo un anno a condividere lo stesso banco. Bella ora piú di allora, sofisticata ed eterea, ora fa la stilista. Si interessa, chiede, parla, racconta. Per un'oretta buona sembriamo in sintonia su tutto. Finchè lei non mi fa "Ricordi che bello quando eravamo nello stesso banco?!" Ed io "Oddio, per te non di certo..." Al che lei "Cosa vorresti dire?!" Respiro profondo del sottoscritto, occhiata diabolica che tenevo in caldo da non so quanto e giú con bel muro di ghiaccio "Se ti ricordi, io ci provavo con te e avevi detto che piuttosto che dirmi di si avresti preferito bruciare all'inferno..." pausa "Poi se proprio se vogliamo mettere le cose in chiaro dopo l'ora di educazione fisica mi avevi additato dicendo che puzzavo come un caprone!"
La conversazione è spirata tra il suo bellissimo viso attonito ed il mio cellulare che squillando intonava le note dell'Imperial March di Star Wars. Lato oscuro della forza o no, trovavo una sublime colonna sonora per accommiatarmi.
mercoledì 20 febbraio 2013
Solo tre storie
"Abbiamo finalmente trovato il tuo sostituto!" mi ha scritto A. qualche settimana fa, salvo poi aggiungere che "in realtà ne abbiamo dovuti prendere due part time, ma non riescono a star dietro a tutte le tue pratiche, quindi stiamo messi peggio di prima".
Quale migliore occasione, quindi, per tornare in quel di Parma, con la scusa dei crediti formativi e farmi delle grosse e grasse risate alle spalle del mio (tirchiosissimo) ex capo?!
I rientri nel mio vecchio ufficio hanno sempre un sapore particolare, come quelli nel paese natio a distanza di qualche anno. Trovi sempre qualcosa di nuovo: fascicoli, stampanti, pc oppure la tua vecchia scrivania spostata in un'altra stanza, che lí per lí ti girano anche un pó i gioielli di famiglia, quantomeno per l'indiretta alterazione delle percezioni extrasensoriali. Cosí, in una molto poco romantica mattinata di S. Valentino, dopo ben tre scampanellate, ecco pararmisi davanti il mio sostituto, Vito. SiculoSiculo, per intenderci. Tanto che sulle prime credevo di aver davanti il Ficarra del duo comico Ficarra&Picone, in versione un pó depressa peró. Credo di averlo già visto qualche secolo fà ai tempi dell'università, triste uguale, solo in versione studentesca anzi che forense. Il "nuovo me" è sempre stanco, trangugia kilate di M&Ms e fa le endovene di caffè. Questo, temo, a causa delle proprie insane abitudini alimentari. O forse bisognerebbe dire disabitudini, intese come implicazioni dell'essere vegano. Io vengo dalla campagna sarda, ergo la prima volta che ho sentito dire Vegan ho abbozzato una faccia interrogativa e sono corso su Wikipedia in cerca di verità assolute. Lí per lí pensavo che un Vegano fosse l'abitante di un pianeta esterno al sistema solare o il figlio ignoto di Don Diego De La Vega, alias Zorro. Invece è un integralista alimentare, che non mangia nessun tipo di carne o di pesce e tollera a malapena formaggi e latticini. Chiudo gli occhi ed immagino cosa sarebbe la mia esistenza senza controfiletto di manzo, porcetto arrosto, frittura di calamari, spaghetti con le vongole ed altre prelibatezze affini, vedendo materializzarsi davanti ai miei occhi una vera e propria catastrofe. Morirei sano, forse, ma sicuramente non camperei sazio. "Questione di scelte personali"ripeto tra me e me come un mantra prima di cedere all'inevitabile voglia di conoscenza e chiedere al mio interlocutore "Cosa ti ha spinto a fare questa scelta?!" E lui, quasi offeso "Ho un coniglio domestico che amo con tutto me stesso e che alle sei di ogni mattina faccio zompettare in giro per casa..." breve pausa "ed io ho molto rispetto per il mio coniglio.." ancora pausa "non riuscirei mai mangiare un suo simile."
Dopo siffatta affermazione le mie sinapsi neurali davano origine a due immagini ben distinte: nella prima immaginavo il coniglio ingabbiato, me che dormivo e la sveglia che continuava a suonare ben oltre le 6 antelucane; nella seconda, ben piú splatter, c'era mia nonna che sotto Pasqua, dopo aver prelevato dalla gabbia il piú pasciuto dei discendenti di bugs bunny gli tirava il collo e lo infilava in pentola, con buonapace dei cuori teneri della nostra famiglia. Il resto della giornata filava via sui binari dell'ordinarietà, fintanto che non risalivo sul treno che mi avrebbe riportato a casa. Poco prima di Piacenza una ragazza di circa 25 anni mi chiedeva lumi sul capotreno, spiegandomi di essere salita a Fiorenzuola senza biglietto e di volerlo fare al piú presto per evitare la multa. Quí metterei un bel fermo immagine, per sottolineare la mia innata tendenza a complicare le cose. "Non ti preoccupare" esclamavo "nel caso passasse il capotreno gli diró che sei appena venuta sú e lo stavi cercando" Ora mi pare doveroso premettere che circa trenta secondi dopo costei mi si è letteralmente fiondata addosso, nonostante io non assomigli nemmeno un pó a George Clooney ed abbia una voce suadente solo da raffreddato, ma tant'è... Insomma, per farla breve: essere abbordato a trenta da una di venticinque è davvero imbarazzante, soprattutto nel momento in cui lei ti afferra affettuosamente per un braccio chiedendoti di sederle accanto o inizia a tempestarti di domande sulla tua vita privata. Domande a cui io rispondevo con monosillabi dall'effetto contario a quello voluto: nel senso che le aspettative di mettere il discorso in ghiaccio cozzavano col sempre piú caloroso entusiasmo della mia vicina di posto. Va anche detto che era carina, almeno per quanto concerne i miei canoni estetici. Minuta ed aggraziata, occhi e capelli scuri, una di quelle bellezze sottovoce che non tramontano mai. Per contro, era fuori come un balcone. Ad un certo punto, dopo avermi raccontato del suo gatto Rasputin, mi ha domandato quanti anni avessi..."Trenta!" ho esclamato, e lei "Ma allora non sei piú di primo pelo!". Quí ho perso le parole, perchè di fronte ad una risposta simile non ci sono reazioni che tengano. Mi hanno dato dello stronzo, dell'opportunista e del cinico. Qualcuna ha detto che ero brutto ed alle medie, dopo l'ora di educazione fisica, credo che la mia compagna di banco mi avesse chiamato puzzone. Ma del vecchio no, quella proprio mi mancava. Notando l'esterrefazione prender possesso del mio volto, lei sferrava l'attacco finale, iniziando ad accarezzarmi il braccio ed a rassicurarmi dicendo che non intendeva dire quel che io pensavo. I rimanenti venti minuti di viaggio trascorrevano con me compresso in meno di metà sedile, lei che cercava di essere "empatica" ed una signora sulla cinquantina che seduta di fronte a noi osservava esterrefatta la scena. Inutile dire che arrivati alla mia fermata sono praticamente sceso dal finetrino, con la mia alquanto orginale compagna di viaggio che, telefono alla mano, dava tutta l'impressione di volermi chiedere il numero, mentre cercavo con molto poco garbo, di guadagnare una via di fuga. Cose simili possono capitare solo a me, soprattutto nel momento in cui sono strafidanzato, tanto per alzare il tasso percentuale d'imabrazzo. Last but not least ci metterei pure la simpatica scenetta della sera successiva, per completareil quadretto. Cenetta al giapponese per me e la mia dolce metà, dopo 350€ regalati al dentista e le balle decisamente in giostra. Troviamo subito posto, col cugino povero di Jackye Chan che nonostante la mega ressa ci trova uno striminzito tavolino per due in mezzo ad un altro trilione di copie. Un oretta dopo il nostro arrivo ecco sedercisi accanto una COOPPIACOOAATTAA DOC, munita di cane sorcio. Lei tutta leopardata con minigonna inguinale e tatuaggi fin sui seni paranasali. Lui un autentico armadio, due metri per 130kg di muscoli, sopracciglia rifatte, catenazza mod. Suino al collo e colorito violaceo da sovraesposizione a lampada UV. I tratti di lui tradivano un che di scimmiesco, come quegli ominidi ancora mezzo incurvati che precedevano l'Homo Sapiens. Vabbè, poco me ne sarebbe fregato di tutto ció se non ce li avessero piazzati di fianco, meno di venti centimetri per esemplificare, col cane sorcio che veniva in trasferta sotto il nostro tavolo. Perchè ad un certo punto nell'estendere la gamba sinistra a causa di un crampo caricavo i miei 80kg sulla coda di gianduia (poveretto, nonostante fosse bianco l'avevano chiamato cosí) causando un ugolato da parte della bestiola ed uno sguardo assassino da parte dell'uomo di CroMagnon. Gli facevo un bel sorriso da stronzo, pronto a dargli una sediata in testa e guadagnare l'uscita prima che si riprendesse. Fortunatamente, Capitan America tirava a se il cane e lo metteva sul lato del corridoio, con enorme fastidio dei camerieri gnappi. Gianduia non tornava piú sotto alle mie suole e siccome ricordavo bene la scena di Fantozzi, la Silvani e Pierugo alla cena giapponese, decidevo, per quella sera lí, di attenermi al sushi e lasciar stare il coniglio, tanto per restare in tema.
Quale migliore occasione, quindi, per tornare in quel di Parma, con la scusa dei crediti formativi e farmi delle grosse e grasse risate alle spalle del mio (tirchiosissimo) ex capo?!
I rientri nel mio vecchio ufficio hanno sempre un sapore particolare, come quelli nel paese natio a distanza di qualche anno. Trovi sempre qualcosa di nuovo: fascicoli, stampanti, pc oppure la tua vecchia scrivania spostata in un'altra stanza, che lí per lí ti girano anche un pó i gioielli di famiglia, quantomeno per l'indiretta alterazione delle percezioni extrasensoriali. Cosí, in una molto poco romantica mattinata di S. Valentino, dopo ben tre scampanellate, ecco pararmisi davanti il mio sostituto, Vito. SiculoSiculo, per intenderci. Tanto che sulle prime credevo di aver davanti il Ficarra del duo comico Ficarra&Picone, in versione un pó depressa peró. Credo di averlo già visto qualche secolo fà ai tempi dell'università, triste uguale, solo in versione studentesca anzi che forense. Il "nuovo me" è sempre stanco, trangugia kilate di M&Ms e fa le endovene di caffè. Questo, temo, a causa delle proprie insane abitudini alimentari. O forse bisognerebbe dire disabitudini, intese come implicazioni dell'essere vegano. Io vengo dalla campagna sarda, ergo la prima volta che ho sentito dire Vegan ho abbozzato una faccia interrogativa e sono corso su Wikipedia in cerca di verità assolute. Lí per lí pensavo che un Vegano fosse l'abitante di un pianeta esterno al sistema solare o il figlio ignoto di Don Diego De La Vega, alias Zorro. Invece è un integralista alimentare, che non mangia nessun tipo di carne o di pesce e tollera a malapena formaggi e latticini. Chiudo gli occhi ed immagino cosa sarebbe la mia esistenza senza controfiletto di manzo, porcetto arrosto, frittura di calamari, spaghetti con le vongole ed altre prelibatezze affini, vedendo materializzarsi davanti ai miei occhi una vera e propria catastrofe. Morirei sano, forse, ma sicuramente non camperei sazio. "Questione di scelte personali"ripeto tra me e me come un mantra prima di cedere all'inevitabile voglia di conoscenza e chiedere al mio interlocutore "Cosa ti ha spinto a fare questa scelta?!" E lui, quasi offeso "Ho un coniglio domestico che amo con tutto me stesso e che alle sei di ogni mattina faccio zompettare in giro per casa..." breve pausa "ed io ho molto rispetto per il mio coniglio.." ancora pausa "non riuscirei mai mangiare un suo simile."
Dopo siffatta affermazione le mie sinapsi neurali davano origine a due immagini ben distinte: nella prima immaginavo il coniglio ingabbiato, me che dormivo e la sveglia che continuava a suonare ben oltre le 6 antelucane; nella seconda, ben piú splatter, c'era mia nonna che sotto Pasqua, dopo aver prelevato dalla gabbia il piú pasciuto dei discendenti di bugs bunny gli tirava il collo e lo infilava in pentola, con buonapace dei cuori teneri della nostra famiglia. Il resto della giornata filava via sui binari dell'ordinarietà, fintanto che non risalivo sul treno che mi avrebbe riportato a casa. Poco prima di Piacenza una ragazza di circa 25 anni mi chiedeva lumi sul capotreno, spiegandomi di essere salita a Fiorenzuola senza biglietto e di volerlo fare al piú presto per evitare la multa. Quí metterei un bel fermo immagine, per sottolineare la mia innata tendenza a complicare le cose. "Non ti preoccupare" esclamavo "nel caso passasse il capotreno gli diró che sei appena venuta sú e lo stavi cercando" Ora mi pare doveroso premettere che circa trenta secondi dopo costei mi si è letteralmente fiondata addosso, nonostante io non assomigli nemmeno un pó a George Clooney ed abbia una voce suadente solo da raffreddato, ma tant'è... Insomma, per farla breve: essere abbordato a trenta da una di venticinque è davvero imbarazzante, soprattutto nel momento in cui lei ti afferra affettuosamente per un braccio chiedendoti di sederle accanto o inizia a tempestarti di domande sulla tua vita privata. Domande a cui io rispondevo con monosillabi dall'effetto contario a quello voluto: nel senso che le aspettative di mettere il discorso in ghiaccio cozzavano col sempre piú caloroso entusiasmo della mia vicina di posto. Va anche detto che era carina, almeno per quanto concerne i miei canoni estetici. Minuta ed aggraziata, occhi e capelli scuri, una di quelle bellezze sottovoce che non tramontano mai. Per contro, era fuori come un balcone. Ad un certo punto, dopo avermi raccontato del suo gatto Rasputin, mi ha domandato quanti anni avessi..."Trenta!" ho esclamato, e lei "Ma allora non sei piú di primo pelo!". Quí ho perso le parole, perchè di fronte ad una risposta simile non ci sono reazioni che tengano. Mi hanno dato dello stronzo, dell'opportunista e del cinico. Qualcuna ha detto che ero brutto ed alle medie, dopo l'ora di educazione fisica, credo che la mia compagna di banco mi avesse chiamato puzzone. Ma del vecchio no, quella proprio mi mancava. Notando l'esterrefazione prender possesso del mio volto, lei sferrava l'attacco finale, iniziando ad accarezzarmi il braccio ed a rassicurarmi dicendo che non intendeva dire quel che io pensavo. I rimanenti venti minuti di viaggio trascorrevano con me compresso in meno di metà sedile, lei che cercava di essere "empatica" ed una signora sulla cinquantina che seduta di fronte a noi osservava esterrefatta la scena. Inutile dire che arrivati alla mia fermata sono praticamente sceso dal finetrino, con la mia alquanto orginale compagna di viaggio che, telefono alla mano, dava tutta l'impressione di volermi chiedere il numero, mentre cercavo con molto poco garbo, di guadagnare una via di fuga. Cose simili possono capitare solo a me, soprattutto nel momento in cui sono strafidanzato, tanto per alzare il tasso percentuale d'imabrazzo. Last but not least ci metterei pure la simpatica scenetta della sera successiva, per completareil quadretto. Cenetta al giapponese per me e la mia dolce metà, dopo 350€ regalati al dentista e le balle decisamente in giostra. Troviamo subito posto, col cugino povero di Jackye Chan che nonostante la mega ressa ci trova uno striminzito tavolino per due in mezzo ad un altro trilione di copie. Un oretta dopo il nostro arrivo ecco sedercisi accanto una COOPPIACOOAATTAA DOC, munita di cane sorcio. Lei tutta leopardata con minigonna inguinale e tatuaggi fin sui seni paranasali. Lui un autentico armadio, due metri per 130kg di muscoli, sopracciglia rifatte, catenazza mod. Suino al collo e colorito violaceo da sovraesposizione a lampada UV. I tratti di lui tradivano un che di scimmiesco, come quegli ominidi ancora mezzo incurvati che precedevano l'Homo Sapiens. Vabbè, poco me ne sarebbe fregato di tutto ció se non ce li avessero piazzati di fianco, meno di venti centimetri per esemplificare, col cane sorcio che veniva in trasferta sotto il nostro tavolo. Perchè ad un certo punto nell'estendere la gamba sinistra a causa di un crampo caricavo i miei 80kg sulla coda di gianduia (poveretto, nonostante fosse bianco l'avevano chiamato cosí) causando un ugolato da parte della bestiola ed uno sguardo assassino da parte dell'uomo di CroMagnon. Gli facevo un bel sorriso da stronzo, pronto a dargli una sediata in testa e guadagnare l'uscita prima che si riprendesse. Fortunatamente, Capitan America tirava a se il cane e lo metteva sul lato del corridoio, con enorme fastidio dei camerieri gnappi. Gianduia non tornava piú sotto alle mie suole e siccome ricordavo bene la scena di Fantozzi, la Silvani e Pierugo alla cena giapponese, decidevo, per quella sera lí, di attenermi al sushi e lasciar stare il coniglio, tanto per restare in tema.
martedì 5 febbraio 2013
Di tristi finali
Pare che F. si sia sparato un colpo in testa. Fanno 43 caratteri, spazi inclusi. Un modo insolitamente stringato per dare una notizia tanto forte. D'altronde la mia ex collega non è mai stata un mostro in fatto di senso dell'opportunità. Perchè a pagina dodici del manuale del "question of timing" è chiaramente prescritto che certe infauste novelle meriterebbero quantomeno una telefonata, possibilmente lontano dai pasti.
Lui era un magistrato del Tribunale, tra i più bravi che avessi mai conosciuto, di quelli che danno del tu ad ogni singola norma del codice e rendono anche una semplice ordinanza un piccolo capolavoro giuridico.
Era sarcastico S. ma mai banale. Una mattina, di fronte al mio ormai ex capo che chiedeva a voce di essere sostituito da me per sopraggiunti impegni, rivolgendosi verso il cancelliere esclamava "Sia dato atto che l'Avv. X presente in aula, ma solo in forma olografica, nomina come proprio sostituto processuale..."
Era un personaggio particolare, di quelli che sembrano venuti fuori da un film di Oliver Stone e che, una volta, venivano definiti come uomini tutti d'un pezzo.
Anche per questo mi è difficile comprendere le ragioni sottese ad un gesto tanto estremo, soprattutto quando è uno dei pochi vincenti che io conosca a cercare il bottone trash per tirare la riga su una vita di successi.
Vado indietro con la memoria in questi giorni, alla ricerca di un qualche indizio che potesse razionalmente motivare quanto accaduto, ma non lo trovo. O forse si, ma in maniera fallace, da assoluzione con formula dubitativa per intenderci, giusto per eviscerare la questione sotto il profilo tecnico.
Mi chiedo se allora certe cose accadano e basta, magari perchè ad un certo punto le spalle di un uomo che sembrava invincibile, trovino eccessivamente gravoso il fardello che la vita, con scarso preavviso ti mette addosso.
Ma queste sono solo facili disquisizioni filosofiche.
Anni fa, in circostanze analoghe, si era tolto la vita un mio coetaneo. Non lo conoscevo abbastanza, o meglio, lo conoscevo molto poco. Era l'amico decisamente originale di un ragazzo che occasionalmente usciva col mio gruppo. Sapevamo che aveva sofferto per alcuni problemi di natura psichica, sapevamo pure che qualcosa in lui non funzionava perfettamente, ma con la superficialità dei vent'anni non avevamo mai preso la cosa troppo sul serio.
Finchè una mattina dopo una lezione di procedura civile ho saputo che si era buttato dal terzo piano di un palazzo, lasciando una lettera particolarmente avara di spiegazioni.
Ad un anno dalla scomparsa, i genitori ed alcuni amici, per ricordarlo, avevano organizzato una cena, durante la quale alcuni dei partecipanti avrebbero potuto leggere le poesie che questo ragazzo, negli anni, aveva scritto.
Sul palco si erano succedute diverse persone, tra cui una cover band di alcuni suoi amici ad intonare alcune delle sue canzoni preferite.
Mi ero sentito un pò a disagio se devo esser franco. Alcuni dei brani letti mettevano troppo a nudo il disagio e, a dirla tutta, qualcuno sembrava cercare più la consacrazione personale che un ricordo del ragazzo.
Tuttavia, verso la fine, forse la madre o chi per lei, recitava una poesia che per certi versi sembrava riassumere il senso della vita. Si concludeva con un pensiero molto semplice e molto delicato, che ancora oggi, nei momenti peggiori, cerco di far mio. Sopra ogni dolore può nascere un Fiore.
Lui era un magistrato del Tribunale, tra i più bravi che avessi mai conosciuto, di quelli che danno del tu ad ogni singola norma del codice e rendono anche una semplice ordinanza un piccolo capolavoro giuridico.
Era sarcastico S. ma mai banale. Una mattina, di fronte al mio ormai ex capo che chiedeva a voce di essere sostituito da me per sopraggiunti impegni, rivolgendosi verso il cancelliere esclamava "Sia dato atto che l'Avv. X presente in aula, ma solo in forma olografica, nomina come proprio sostituto processuale..."
Era un personaggio particolare, di quelli che sembrano venuti fuori da un film di Oliver Stone e che, una volta, venivano definiti come uomini tutti d'un pezzo.
Anche per questo mi è difficile comprendere le ragioni sottese ad un gesto tanto estremo, soprattutto quando è uno dei pochi vincenti che io conosca a cercare il bottone trash per tirare la riga su una vita di successi.
Vado indietro con la memoria in questi giorni, alla ricerca di un qualche indizio che potesse razionalmente motivare quanto accaduto, ma non lo trovo. O forse si, ma in maniera fallace, da assoluzione con formula dubitativa per intenderci, giusto per eviscerare la questione sotto il profilo tecnico.
Mi chiedo se allora certe cose accadano e basta, magari perchè ad un certo punto le spalle di un uomo che sembrava invincibile, trovino eccessivamente gravoso il fardello che la vita, con scarso preavviso ti mette addosso.
Ma queste sono solo facili disquisizioni filosofiche.
Anni fa, in circostanze analoghe, si era tolto la vita un mio coetaneo. Non lo conoscevo abbastanza, o meglio, lo conoscevo molto poco. Era l'amico decisamente originale di un ragazzo che occasionalmente usciva col mio gruppo. Sapevamo che aveva sofferto per alcuni problemi di natura psichica, sapevamo pure che qualcosa in lui non funzionava perfettamente, ma con la superficialità dei vent'anni non avevamo mai preso la cosa troppo sul serio.
Finchè una mattina dopo una lezione di procedura civile ho saputo che si era buttato dal terzo piano di un palazzo, lasciando una lettera particolarmente avara di spiegazioni.
Ad un anno dalla scomparsa, i genitori ed alcuni amici, per ricordarlo, avevano organizzato una cena, durante la quale alcuni dei partecipanti avrebbero potuto leggere le poesie che questo ragazzo, negli anni, aveva scritto.
Sul palco si erano succedute diverse persone, tra cui una cover band di alcuni suoi amici ad intonare alcune delle sue canzoni preferite.
Mi ero sentito un pò a disagio se devo esser franco. Alcuni dei brani letti mettevano troppo a nudo il disagio e, a dirla tutta, qualcuno sembrava cercare più la consacrazione personale che un ricordo del ragazzo.
Tuttavia, verso la fine, forse la madre o chi per lei, recitava una poesia che per certi versi sembrava riassumere il senso della vita. Si concludeva con un pensiero molto semplice e molto delicato, che ancora oggi, nei momenti peggiori, cerco di far mio. Sopra ogni dolore può nascere un Fiore.
mercoledì 23 gennaio 2013
L'amico ritrovato
Capita in una domenica pomeriggio di metà gennaio davanti ad una libreria ingombra di volumi e dentro una cartella rossa tutta impolverata. Capita prendendo in mano delle lettere di quindici anni prima, per il solo gusto di rileggerle e sentirsi un pó nostalgici. Capita ed è insolitamente bello quando succede, di voler ritrovare un amico.
....Prologo...
Correva l'anno 1998, il sottscritto era un timido e brufoloso liceale, internet una strana parola anglosassone ed i social networks una remota ipotesi.
I francesi la chiamavano "civilisation" ovverosia il tentativo d'inculcarti al meglio lingua e cultura transalpina costringendoti a "vivere" da bleu de France. O quantomeno innescando una serie di eventi che, in qualche modo, potessero avvicinare quella situazione alla tua realtà esistenziale. D'estate venivo spedito in improbabili vancanze studio in altrettanto improbabili angoli della Francia, equidistanti dalla grandheur di Parigi e dai colori patinati della Costa Azzurra. D'inverno, invece, stante l'impossibilità di replicare quanto sopra espresso, c'erano i corrispondenti. Coetanei, francesi o comunque francofoni con cui scambiare delle nostalgiche e disincantate letterine, tipo quelle che da bambini si scirvono a Babbo Natale o Gesù bambino, a seconda delle personali preferenze.
C'era un certo Michel, che di cognome faceva Rousseau ed aveva i genitori oculisti, poi Cindy che tifava Juve ed odiava profondamente la nonna e Jessica, che scriveva dal Quebec ma era di famiglia Iraniana e aveva come unica ossessione quella di sapere se in Italia si potesse davvero andare in discoteca a sedici anni...Avesse poi saputo che io, per la prima volta ci ho messo piede per la prima volta (e pure controvoglia) a venti suonati...
E poi...E poi c'era Yohann...Diverso da me e dal resto del mondo. Yohann veniva da un piccolo villaggio di pescatori sulle coste dell'Atlantico. Yohann era alto e biondo e sognava di diventare veterinario perchè amava gli animali. Salvo poi decidere dii studiare archeologia perchè gli piacevano anche le chiese gotiche ed in fondo gli animali potevi comunque tenerli senza diventareer forza il loro dottore.
Era una persona speciale per me. Completamente diverso rispetto ai miei rumorosi amici, capace a differenza del sottoscritto di guardare al di là del proprip naso e con una delicata sensibilità per tutto quel che poteva interessarmi. Amava vivere la propria vita lui,contrariamente a me che quasi sempre mi sono limitato ad assisterne allo svoglimento. Ci siamo scritti per alcuni anni, con piacevole frequenza, dicendoci cose banalmente importanti. Lui mi raccontava di come diventare maggiorenni comportasse essenzialmente la seccatura di doversi recare alle urne, io della mia passione per gli orologi da taschino.
Pur non essendoci mai visti, per diversi anni, l'uno è stato la finestra sul mondo dell'altro. Mondi diversi tra loro, ma non per questo inconciliabili. Uno strano e ben riuscito esperimento d'integrazione culturale. Poi è arrivata l'università e con lei la dilatazione dei tempi tra una lettera e l'altra, soprattutto da parte mia.. Non sono mai stato un mostro di costanza purtroppo.
Cosí nel giro di pochi mesi perdi quel che avevi costruito nel giro di diversi anni, quasi senza accorgertene, se non quando è troppo tardi per aspirare ad un recupero.
....Dodici anni dopo...
Gli occhi scorrono veloci su una lettera datata 1999 "Salut Pier Mauro, merci beaucoup pour ta carte pour mon anniversaire m'a fait tres plaisir que tu y penses, surtout que j'ai des amis en France que ont oublié. Alors je te souhaite a mon tour un joyeux anniversaire pour tes 17 ans, avec un peu de retard mai mieux va tard que jamais!"
Seguiva una cartolina di auguri, che credo sia l'unica ricevuta da parte diamici maschi in trent'anni e rotti di vita su questo mondo, col plus di una dedica spiritosa e personale.
Cosí di slancio ho deciso di affidarmi alle nuove tecnologie per ritrovare il mio vecchio amico, arenandomi su un profilo facebook sprovvisto di foto ed uno su myspace con delle immagini bellissime che peró non veniva aggiornato dal 2010. Ecco, a questo punto voglio solo dire che al di la di come questa ricerca andrà a finire sono contento di aver ritrovato in quelle immagini la stessa persona che avevo imparato a conoscere. Una persona che a differenza del sottoscritto sembra aver realizzato i propri sogni e che su di una spiaggia dell'Atlantico in una sera di fine agosto, osservava il tramonto, dando con molta naturalezza le spalle all'obbiettivo.

....Prologo...
Correva l'anno 1998, il sottscritto era un timido e brufoloso liceale, internet una strana parola anglosassone ed i social networks una remota ipotesi.
I francesi la chiamavano "civilisation" ovverosia il tentativo d'inculcarti al meglio lingua e cultura transalpina costringendoti a "vivere" da bleu de France. O quantomeno innescando una serie di eventi che, in qualche modo, potessero avvicinare quella situazione alla tua realtà esistenziale. D'estate venivo spedito in improbabili vancanze studio in altrettanto improbabili angoli della Francia, equidistanti dalla grandheur di Parigi e dai colori patinati della Costa Azzurra. D'inverno, invece, stante l'impossibilità di replicare quanto sopra espresso, c'erano i corrispondenti. Coetanei, francesi o comunque francofoni con cui scambiare delle nostalgiche e disincantate letterine, tipo quelle che da bambini si scirvono a Babbo Natale o Gesù bambino, a seconda delle personali preferenze.
C'era un certo Michel, che di cognome faceva Rousseau ed aveva i genitori oculisti, poi Cindy che tifava Juve ed odiava profondamente la nonna e Jessica, che scriveva dal Quebec ma era di famiglia Iraniana e aveva come unica ossessione quella di sapere se in Italia si potesse davvero andare in discoteca a sedici anni...Avesse poi saputo che io, per la prima volta ci ho messo piede per la prima volta (e pure controvoglia) a venti suonati...
E poi...E poi c'era Yohann...Diverso da me e dal resto del mondo. Yohann veniva da un piccolo villaggio di pescatori sulle coste dell'Atlantico. Yohann era alto e biondo e sognava di diventare veterinario perchè amava gli animali. Salvo poi decidere dii studiare archeologia perchè gli piacevano anche le chiese gotiche ed in fondo gli animali potevi comunque tenerli senza diventareer forza il loro dottore.
Era una persona speciale per me. Completamente diverso rispetto ai miei rumorosi amici, capace a differenza del sottoscritto di guardare al di là del proprip naso e con una delicata sensibilità per tutto quel che poteva interessarmi. Amava vivere la propria vita lui,contrariamente a me che quasi sempre mi sono limitato ad assisterne allo svoglimento. Ci siamo scritti per alcuni anni, con piacevole frequenza, dicendoci cose banalmente importanti. Lui mi raccontava di come diventare maggiorenni comportasse essenzialmente la seccatura di doversi recare alle urne, io della mia passione per gli orologi da taschino.
Pur non essendoci mai visti, per diversi anni, l'uno è stato la finestra sul mondo dell'altro. Mondi diversi tra loro, ma non per questo inconciliabili. Uno strano e ben riuscito esperimento d'integrazione culturale. Poi è arrivata l'università e con lei la dilatazione dei tempi tra una lettera e l'altra, soprattutto da parte mia.. Non sono mai stato un mostro di costanza purtroppo.
Cosí nel giro di pochi mesi perdi quel che avevi costruito nel giro di diversi anni, quasi senza accorgertene, se non quando è troppo tardi per aspirare ad un recupero.
....Dodici anni dopo...
Gli occhi scorrono veloci su una lettera datata 1999 "Salut Pier Mauro, merci beaucoup pour ta carte pour mon anniversaire m'a fait tres plaisir que tu y penses, surtout que j'ai des amis en France que ont oublié. Alors je te souhaite a mon tour un joyeux anniversaire pour tes 17 ans, avec un peu de retard mai mieux va tard que jamais!"
Seguiva una cartolina di auguri, che credo sia l'unica ricevuta da parte diamici maschi in trent'anni e rotti di vita su questo mondo, col plus di una dedica spiritosa e personale.
Cosí di slancio ho deciso di affidarmi alle nuove tecnologie per ritrovare il mio vecchio amico, arenandomi su un profilo facebook sprovvisto di foto ed uno su myspace con delle immagini bellissime che peró non veniva aggiornato dal 2010. Ecco, a questo punto voglio solo dire che al di la di come questa ricerca andrà a finire sono contento di aver ritrovato in quelle immagini la stessa persona che avevo imparato a conoscere. Una persona che a differenza del sottoscritto sembra aver realizzato i propri sogni e che su di una spiaggia dell'Atlantico in una sera di fine agosto, osservava il tramonto, dando con molta naturalezza le spalle all'obbiettivo.
martedì 13 novembre 2012
Flying with Ryanair
In prinicipio fu Alitalia o Meridiana, a seconda dell'aeroporto di partenza. Correva l'anno 2001 io ero un timido studentello fuori sede al primo anno di università e le compagnie "low cost" una lontana ipotesi. Spendevo cinquecentomila lire a volo, limitando cosí i miei ritorni a casa alle sole feste comandate e partivo ad orari assurdi, tipo le sei e mezza di mattina, a cui aggiungere un odissea che cominciava almeno quattro ore prima per raggiungere lo scalo, farmi checkinare (non da uno col fucile di precisione appostato incima ad un palazzo peró...) ed infilare il bagaglio da stiva su di un rullo, dopo averlo fatto etichettare dalla signorina di turno.
I miei compagni di viaggio erano eleganti Signori in doppiopetto, che vestivano Burberry e profumavano di Penhaligon's, giustificando cotanto british style con l'essere dei manager in carriera che facevano su e giú tra la Sardegna e il "continente". Le regole del galateo non erano troppo dissimili da quelle di un ciricolo privato, con gli ospiti che ordinatamente si accomodavano su posti preassegnati e restavano in attesa che un'hostess dai tratti delicati e femminei porgesse loro quotidiano da sfogliare, salvietta rinfrescante, caramelle e colazione. Magari ogni tanto ci si scambiava un'occhiata d'intesa col vicino di posto, sempre peró con grande understatement e distaccata cortesia.
Anni dopo un qualche zelante politico s'inventó la storia della continuità territoriale. Praticamente la regione se eri nativo o residente ti pagava metà del biglietto o giú di lí, con l'unico inghippo che le compagnie aeree, fiutato l'affare, iniziavano a marciarci dentro, peggiorando la qualità del servizio a scapito dei nuovi clienti "plebei" e levando ai poveri cristi come il sottoscritto i privilegi del biglietto a prezzo pieno. Quindi: no salvietta, no giornale, no colazione e caramella forse (alquanto stantia peró).
Poi, quando i nativi non residenti sono stati esclusi dalla tariffa agevolata per lo scrivente è cominciata l'era Ryanair.
Ricordo che gli albori la compagnia praticava delle tariffe da urlo, tanto che per il volo inaugurale da Parma a Londra io ed i miei allegri compari avevamo sborsato si e no tre euro a cranio. Ma quel che voglio raccontare ha a che fare in maniera solo marginale con i prezzi. Viaggiare made in Ireland è una sorta di avventura all'ultimo respiro ed all'ultimo giro ne sono successe veramente di tutti i colori. Il fatto che la compagnia prevedesse il check in on line ed il fatto che in vista della partenza avessi deciso di soggiornare a poca distanza dall'aeroporto non mi ha certo salvato dall'imponderabile. Giunto sul posto con quasi due ore d'anticipo sull'orario di partenza del volo notavo una strana fila di fronte ai controlli di sicurezza. Camminavo per quasi settecento metri, ripercorrendo a ritroso quella marea umana, senza riuscire a trovare l'inizio dell'immenso serpentone. Che manco a dirlo, cominciava laddove finiva fisicamente l'aeroporto. Ricapitolando: qualcosa come due o tremila persone in fila, dieci addetti per circa cinque metal detector, diverse centinaia di metri da percorrere (con l'ultimo tratto labirintato) ed un volo in partenza. Queste sono le classiche circostanze in cui gli esseri umani danno il peggio di sè. Il mio angolo d'umanità era rappresentato da una suora che tentava il sorpasso ai box in danno degli altri viaggiatori, un signore distinto ed una badante rumena con prole al seguito. C'erano anche un paio di coppiette incredibili, nel senso che i due componenti maschili, conosciutisi in ufficio tre o quattro giorni prima avevano deciso di organizzare una vacanza di gruppo con le rispettive compagne, cosí che faticavo seriamente a capire chi tra loro fosse piú a disagio, mente organizzatrice a parte. Che poi era il lui della coppia meno giovane, il classico tipo alla vorrei ma non posso che cerca sempre di fare lo splendido. Di quelli che hanno il portachiavi di Cartier ma una vecchia Punto in garage e parlano di posti esotici e modelle anche se l'estate prima sono stati in vacanza con la nonna novantenne a Cesenatico. Mentre ragionavo su quanto tempo avesse impiegato a coinvolgere nei suoi diabolici piani il suo compare dalla faccia decisamente grulla, realizzavo che stante la velocità della fila, che avanzava rapida come un bradipo zoppo il mio volo era da considerarsi a rischio. Pensiero, peraltro, condiviso anche dai miei vicini di fila, che iniziavano a dare chiari segni d'insofferenza, ognuno a proprio modo. La suora abbatteva a colpi di trolley un'elegante signora che aveva provato a passarle avanti adducendo strane scuse, assolvendo peró la malcapitata dai propri peccati prima di sferrarle il colpo di grazia. La rumena, invece, iniziava a piangere e lanciare maledizioni zingaresche, chiedendoci di passare avanti in nome dei figli. Mentre io tentavo una difficile mediazione, spiegandole che ero nella cacca almeno quanto lei, il signore distinto di qualche rigo fa, prima la ammoniva sul fatto che gli stranieri come lei fossero irrispettosi delle regole italiane e poi, afferrandosi ad un divisorio, saltava ben due incanalamenti della zona labirintata, lasciandosi alle spalle almeno duecento persone. Mentre, con l'ausilio di voce e diaframma scandivo all'indirizzo del soggetto in questione un sentitissimo "Vaffanculo!!!" m'inerpicavo a mia volta sul divisorio, deciso ad arrivare al gate anche a costo della vita. La diretta conseguenza della mia azione era una di quelle scene che si vedono soltanto nei film apocalittici. Una marea di gente in procinto di perdere il volo seguiva il mio esempio, non so se per saccagnarmi di botte o per un atto di pura ribellione verso l'autorità preposta. Fatto sta che i poveretti venivano faticosamente arginati dalla vigilanza mentre tre guardie mi si paravano davanti minacciose. Cos'è il genio dunque?! Fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione. Cosí dopo aver riasettato il mio trench osservavo i tre tutori dell'ordine con sguardo pensoso e commentavo "È davvero disdicevole che la gente non sappia rispettare le file" I tre, dapprima sbigottiti, si scusavano e con deferente ossequio mi lasciavano passare oltre. Mi sentivo come il personaggio del film "Fuori in sessanta secondi" anche se di minuti me ne restavano sette e dovevo raggiungere il piano superiore dell'aeroporto. Ma le mie sfighe viaggianti non erano cessate. Una guardia s'interessava ad un sacchetto di riso dentro al trolley, salvo poi desistere davanti alla mia minacciosa offerta di una cenetta a due a base di zafferano e barbera. Poi seguiva la corsa folle verso il gate di riferimento, che nei moderni aeroporti è raggiungibile solo dopo esser passati per un dedalo di negozi del duty free, dopo essersi persi ed aver sacramentato piú e piú volte.
Alla fine arrivavo a destinazione, piú morto che vivo ma vincitore. Senza peró aver fatto i conti con quella cosa chiamata imbarco.
Innanzitutto misurano il bagaglio, facendotelo infilare in una gabbia ferrosa, progettata apposta per far si che tutti i tuoi miseri averi ci si incastrino dentro, senza possibilità di recupero. Le hostess se ne fregano se il trolley di un malcapitato si pianta lí dentro, allertando semplicemente gli omini delle pulizie, qualora un anziano passeggero cada a terra esanime dopo aver cercato invano di liberare il proprio bagaglio a mano dal diabolico strumento. Ovviamente quelle piú in difficoltà di tutti sono le donne con la borsa di Mary Poppins a tracolla, che hanno già stivato la valigia al limite delle possibilità umane e vengono messe davanti alla scelta di salire a bordo con un unico collo o non partire affatto.
Dopo ti scaglionano e strappano via metà del foglio A4 che costituisce il biglietto di viaggio. Prima passano avanti i passeggeri che alla modica cifra di tre euri hanno acquistato un diritto di priorità, peraltro molto relativo, nel senso che la marea umana di non paganti viene sguinzagliata alle loro spalle cinque o sei secondi dopo, che sono effettivamente pochini per salvarsi la vita. Cosí i malcapitati (quasi sempre anziani in sedia a rotelle o famigliole con bimbi in passeggino) vengono probabilmente trucidati dalla calca durante le operazioni si salita a bordo o, meglio, arrembaggio.
Il tutto assomiglia all'arrivo di un container pieno di cibo in una qualche zona del terzo mondo. Tutti ci si fiondano addosso in preda ad una sorta di estasi mistica, decisi a conquistare il proprio posto. I pochi metri che separano l'aeromobile dal terminal sono fondamentali. Io sceglo sempre di salire a bordo dalle porte posteriori. Quelle davanti sono piú vicine e quindi vengono subito ingorgate da vecchi e bimbi minchia, che in tema di lungimiranza sulla strada da seguire hanno molto in comune con la pecora media. Quí è tutto un fatto di agilità, nel senso che se vuoi viaggiare senzala valigia tra le gambe devi essere sufficientemente lestro a lanciare il trolley sulla cappelliera e, col movimento di richiamo (triplo carpiato con avvitamento) disporti sul sedile. Nel corso di questi viaggi spero sempre che mi capiti vicino qualche persona interessante, magari un'abile conversatrice con cui combattere il senso di claustrofobia che danno i sedili ultra ravvicinati. Cosa che ahimè non capita mai. A questo giro, per esempio, mi è toccato in sorte un tamarro. Di quelli veri, con sopracciglia rifatte, tatuaggi a gogó ed evidenti menomazioni della favella, capace solo di gorgogliare qualcosa, in tono alieno, quando un altro passeggero, colto da improvviso attacco di panico ha deciso di non partire piú, costringendo tutti quelli che avevano bagagli in stiva a scendere dal mezzo e riconoscere il prorio borsone, per scongiurare il rischio di attentati terroristici. Scena finale dedicata ad un ometto di mezza età, reo di aver aperto la cappelliera in fase di atterraggio: una voce gutturale, tipo SS levatasi dagli altoparlanti, gli intimava un minaccioso "chiudaimmediatamentequellacappellieraperlasuasicurezzaequelladeglialtripasseggeri". Lui al pari del pinguino Kowalsky sprofondava suadente sotto al sedile sussurrando un "....Tu non hai visto niente...".
Poi, tanto per dire sono anche arrivato a destinazione ...papparapapparaparapapa (musichetta trionfale da atterraggio, che mi da sempre l'idea del "anche stavolta siamo sopravvissuti")
I miei compagni di viaggio erano eleganti Signori in doppiopetto, che vestivano Burberry e profumavano di Penhaligon's, giustificando cotanto british style con l'essere dei manager in carriera che facevano su e giú tra la Sardegna e il "continente". Le regole del galateo non erano troppo dissimili da quelle di un ciricolo privato, con gli ospiti che ordinatamente si accomodavano su posti preassegnati e restavano in attesa che un'hostess dai tratti delicati e femminei porgesse loro quotidiano da sfogliare, salvietta rinfrescante, caramelle e colazione. Magari ogni tanto ci si scambiava un'occhiata d'intesa col vicino di posto, sempre peró con grande understatement e distaccata cortesia.
Anni dopo un qualche zelante politico s'inventó la storia della continuità territoriale. Praticamente la regione se eri nativo o residente ti pagava metà del biglietto o giú di lí, con l'unico inghippo che le compagnie aeree, fiutato l'affare, iniziavano a marciarci dentro, peggiorando la qualità del servizio a scapito dei nuovi clienti "plebei" e levando ai poveri cristi come il sottoscritto i privilegi del biglietto a prezzo pieno. Quindi: no salvietta, no giornale, no colazione e caramella forse (alquanto stantia peró).
Poi, quando i nativi non residenti sono stati esclusi dalla tariffa agevolata per lo scrivente è cominciata l'era Ryanair.
Ricordo che gli albori la compagnia praticava delle tariffe da urlo, tanto che per il volo inaugurale da Parma a Londra io ed i miei allegri compari avevamo sborsato si e no tre euro a cranio. Ma quel che voglio raccontare ha a che fare in maniera solo marginale con i prezzi. Viaggiare made in Ireland è una sorta di avventura all'ultimo respiro ed all'ultimo giro ne sono successe veramente di tutti i colori. Il fatto che la compagnia prevedesse il check in on line ed il fatto che in vista della partenza avessi deciso di soggiornare a poca distanza dall'aeroporto non mi ha certo salvato dall'imponderabile. Giunto sul posto con quasi due ore d'anticipo sull'orario di partenza del volo notavo una strana fila di fronte ai controlli di sicurezza. Camminavo per quasi settecento metri, ripercorrendo a ritroso quella marea umana, senza riuscire a trovare l'inizio dell'immenso serpentone. Che manco a dirlo, cominciava laddove finiva fisicamente l'aeroporto. Ricapitolando: qualcosa come due o tremila persone in fila, dieci addetti per circa cinque metal detector, diverse centinaia di metri da percorrere (con l'ultimo tratto labirintato) ed un volo in partenza. Queste sono le classiche circostanze in cui gli esseri umani danno il peggio di sè. Il mio angolo d'umanità era rappresentato da una suora che tentava il sorpasso ai box in danno degli altri viaggiatori, un signore distinto ed una badante rumena con prole al seguito. C'erano anche un paio di coppiette incredibili, nel senso che i due componenti maschili, conosciutisi in ufficio tre o quattro giorni prima avevano deciso di organizzare una vacanza di gruppo con le rispettive compagne, cosí che faticavo seriamente a capire chi tra loro fosse piú a disagio, mente organizzatrice a parte. Che poi era il lui della coppia meno giovane, il classico tipo alla vorrei ma non posso che cerca sempre di fare lo splendido. Di quelli che hanno il portachiavi di Cartier ma una vecchia Punto in garage e parlano di posti esotici e modelle anche se l'estate prima sono stati in vacanza con la nonna novantenne a Cesenatico. Mentre ragionavo su quanto tempo avesse impiegato a coinvolgere nei suoi diabolici piani il suo compare dalla faccia decisamente grulla, realizzavo che stante la velocità della fila, che avanzava rapida come un bradipo zoppo il mio volo era da considerarsi a rischio. Pensiero, peraltro, condiviso anche dai miei vicini di fila, che iniziavano a dare chiari segni d'insofferenza, ognuno a proprio modo. La suora abbatteva a colpi di trolley un'elegante signora che aveva provato a passarle avanti adducendo strane scuse, assolvendo peró la malcapitata dai propri peccati prima di sferrarle il colpo di grazia. La rumena, invece, iniziava a piangere e lanciare maledizioni zingaresche, chiedendoci di passare avanti in nome dei figli. Mentre io tentavo una difficile mediazione, spiegandole che ero nella cacca almeno quanto lei, il signore distinto di qualche rigo fa, prima la ammoniva sul fatto che gli stranieri come lei fossero irrispettosi delle regole italiane e poi, afferrandosi ad un divisorio, saltava ben due incanalamenti della zona labirintata, lasciandosi alle spalle almeno duecento persone. Mentre, con l'ausilio di voce e diaframma scandivo all'indirizzo del soggetto in questione un sentitissimo "Vaffanculo!!!" m'inerpicavo a mia volta sul divisorio, deciso ad arrivare al gate anche a costo della vita. La diretta conseguenza della mia azione era una di quelle scene che si vedono soltanto nei film apocalittici. Una marea di gente in procinto di perdere il volo seguiva il mio esempio, non so se per saccagnarmi di botte o per un atto di pura ribellione verso l'autorità preposta. Fatto sta che i poveretti venivano faticosamente arginati dalla vigilanza mentre tre guardie mi si paravano davanti minacciose. Cos'è il genio dunque?! Fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione. Cosí dopo aver riasettato il mio trench osservavo i tre tutori dell'ordine con sguardo pensoso e commentavo "È davvero disdicevole che la gente non sappia rispettare le file" I tre, dapprima sbigottiti, si scusavano e con deferente ossequio mi lasciavano passare oltre. Mi sentivo come il personaggio del film "Fuori in sessanta secondi" anche se di minuti me ne restavano sette e dovevo raggiungere il piano superiore dell'aeroporto. Ma le mie sfighe viaggianti non erano cessate. Una guardia s'interessava ad un sacchetto di riso dentro al trolley, salvo poi desistere davanti alla mia minacciosa offerta di una cenetta a due a base di zafferano e barbera. Poi seguiva la corsa folle verso il gate di riferimento, che nei moderni aeroporti è raggiungibile solo dopo esser passati per un dedalo di negozi del duty free, dopo essersi persi ed aver sacramentato piú e piú volte.
Alla fine arrivavo a destinazione, piú morto che vivo ma vincitore. Senza peró aver fatto i conti con quella cosa chiamata imbarco.
Innanzitutto misurano il bagaglio, facendotelo infilare in una gabbia ferrosa, progettata apposta per far si che tutti i tuoi miseri averi ci si incastrino dentro, senza possibilità di recupero. Le hostess se ne fregano se il trolley di un malcapitato si pianta lí dentro, allertando semplicemente gli omini delle pulizie, qualora un anziano passeggero cada a terra esanime dopo aver cercato invano di liberare il proprio bagaglio a mano dal diabolico strumento. Ovviamente quelle piú in difficoltà di tutti sono le donne con la borsa di Mary Poppins a tracolla, che hanno già stivato la valigia al limite delle possibilità umane e vengono messe davanti alla scelta di salire a bordo con un unico collo o non partire affatto.
Dopo ti scaglionano e strappano via metà del foglio A4 che costituisce il biglietto di viaggio. Prima passano avanti i passeggeri che alla modica cifra di tre euri hanno acquistato un diritto di priorità, peraltro molto relativo, nel senso che la marea umana di non paganti viene sguinzagliata alle loro spalle cinque o sei secondi dopo, che sono effettivamente pochini per salvarsi la vita. Cosí i malcapitati (quasi sempre anziani in sedia a rotelle o famigliole con bimbi in passeggino) vengono probabilmente trucidati dalla calca durante le operazioni si salita a bordo o, meglio, arrembaggio.
Il tutto assomiglia all'arrivo di un container pieno di cibo in una qualche zona del terzo mondo. Tutti ci si fiondano addosso in preda ad una sorta di estasi mistica, decisi a conquistare il proprio posto. I pochi metri che separano l'aeromobile dal terminal sono fondamentali. Io sceglo sempre di salire a bordo dalle porte posteriori. Quelle davanti sono piú vicine e quindi vengono subito ingorgate da vecchi e bimbi minchia, che in tema di lungimiranza sulla strada da seguire hanno molto in comune con la pecora media. Quí è tutto un fatto di agilità, nel senso che se vuoi viaggiare senzala valigia tra le gambe devi essere sufficientemente lestro a lanciare il trolley sulla cappelliera e, col movimento di richiamo (triplo carpiato con avvitamento) disporti sul sedile. Nel corso di questi viaggi spero sempre che mi capiti vicino qualche persona interessante, magari un'abile conversatrice con cui combattere il senso di claustrofobia che danno i sedili ultra ravvicinati. Cosa che ahimè non capita mai. A questo giro, per esempio, mi è toccato in sorte un tamarro. Di quelli veri, con sopracciglia rifatte, tatuaggi a gogó ed evidenti menomazioni della favella, capace solo di gorgogliare qualcosa, in tono alieno, quando un altro passeggero, colto da improvviso attacco di panico ha deciso di non partire piú, costringendo tutti quelli che avevano bagagli in stiva a scendere dal mezzo e riconoscere il prorio borsone, per scongiurare il rischio di attentati terroristici. Scena finale dedicata ad un ometto di mezza età, reo di aver aperto la cappelliera in fase di atterraggio: una voce gutturale, tipo SS levatasi dagli altoparlanti, gli intimava un minaccioso "chiudaimmediatamentequellacappellieraperlasuasicurezzaequelladeglialtripasseggeri". Lui al pari del pinguino Kowalsky sprofondava suadente sotto al sedile sussurrando un "....Tu non hai visto niente...".
Poi, tanto per dire sono anche arrivato a destinazione ...papparapapparaparapapa (musichetta trionfale da atterraggio, che mi da sempre l'idea del "anche stavolta siamo sopravvissuti")
giovedì 8 novembre 2012
Tornare a casa a novembre...
...è un pó come ammettere di avere una qualche questione irrisolta o forse solo la voglia di ripartire da lí dove tutto si era fermato.
Magari consiste anche nell'idea piú o meno inespressa di dover crescere, anche e soprattutto quando vorresti tornare piccolo, misurando la differenza tra ció che eri e ció che sei attraverso l'impietoso metro del cambiamento.
Concretamente implica il fatto di andare a trovare la mamma in cimitero quasi tutte le mattine, il pranzo dalla nonna a mezzogiorno e due lunghe camminate in mezzo alle vie dei ricordi, inesorabilmente uguali a se stesse.
È l'inevitabile contraddizione del dover distinguere i pochi che sono effettivamente felici di vederti e si preoccupano di come stia andando la tua vita dai tanti che gioiscono di tutto cuore nell'apprendere dalla viva voce del diretto interessato che le cose hanno preso una gran brutta piega.
Forse e dico forse potrebbe anche estrinsecarsi in un nuovo divano color tabacco su cui poltrire ore ed ore in attesa dell'ispirazione.
Significa magari allineare davanti a se tre vecchi cellulari e ripercorrere mentalmente un sentimento in formato sms. Perchè alcuni non riesci proprio a cancellarli.
E'la mancanza che percepisci tra la cucina ed il salotto, la voglia di raccontare la tua storia del giorno a qualcuno che non c'è, imparando faticosamente a comprendere il significato della parola assenza.
Insomma, tornare a casa a novembre puó rivelarsi un'idea contraddittoriamente infelice, non fosse altro per il fatto che il mese in sè ha la naturale tendenza a rubare qualche metro di speranza a chi lo incontra. Resta sempre, alla fine, il desiderio di ripartire, in considerazione del fatto che non si è mai abbastanza prudenti nel frapporre una ragionevole distanza tra se e i ricordi.
Magari consiste anche nell'idea piú o meno inespressa di dover crescere, anche e soprattutto quando vorresti tornare piccolo, misurando la differenza tra ció che eri e ció che sei attraverso l'impietoso metro del cambiamento.
Concretamente implica il fatto di andare a trovare la mamma in cimitero quasi tutte le mattine, il pranzo dalla nonna a mezzogiorno e due lunghe camminate in mezzo alle vie dei ricordi, inesorabilmente uguali a se stesse.
È l'inevitabile contraddizione del dover distinguere i pochi che sono effettivamente felici di vederti e si preoccupano di come stia andando la tua vita dai tanti che gioiscono di tutto cuore nell'apprendere dalla viva voce del diretto interessato che le cose hanno preso una gran brutta piega.
Forse e dico forse potrebbe anche estrinsecarsi in un nuovo divano color tabacco su cui poltrire ore ed ore in attesa dell'ispirazione.
Significa magari allineare davanti a se tre vecchi cellulari e ripercorrere mentalmente un sentimento in formato sms. Perchè alcuni non riesci proprio a cancellarli.
E'la mancanza che percepisci tra la cucina ed il salotto, la voglia di raccontare la tua storia del giorno a qualcuno che non c'è, imparando faticosamente a comprendere il significato della parola assenza.
Insomma, tornare a casa a novembre puó rivelarsi un'idea contraddittoriamente infelice, non fosse altro per il fatto che il mese in sè ha la naturale tendenza a rubare qualche metro di speranza a chi lo incontra. Resta sempre, alla fine, il desiderio di ripartire, in considerazione del fatto che non si è mai abbastanza prudenti nel frapporre una ragionevole distanza tra se e i ricordi.
venerdì 19 ottobre 2012
Weekend e variazioni sul tema
Il mio peggior difetto è il non saper dir di no anche quando dovrei farlo. Potrebbero convincermi ad affittare un loft su Giove, fare una nuotatina in un mare infestato da squali o chiedere ad un ultraottantenne logorroico di raccontarmi la storia della sua vita. Sono davvero pessimo. Soprattutto al Sabato, quando avrei solo voglia di restarmene a casa in pantofole e celebrare la grandezza del mio trentadue pollici HD ed invece vengo costretto a uscire per impegnare tempo, denaro ed energie in qualche impresa dalla dubbia utilità.
E passi pure la mia dolce metà, che in preda a deliri da shopping compulsivo mi trascina in qualche esclusivissimo negozio di Mailand solo per osservare, in un'estasi mistica che ben poco comprendo, le ultime ballerine di Jimmy Choo. Ma non i suoi amici. M. & F. sono una coppia in crisi con pargolo in arrivo. Lei è la famosa protagonista in rosa di F.&F., lui l'eroe negativo della situazione, nel senso che tutte le amiche di lei lo odiano per come la sta trattando ed i rispettivi fidanzati di costoro, per contro, si chiedono grazie a quali super-poteri sia riuscito fin d'ora a passare indenne attraverso ben tre tradimenti conclamati.
Fatto stà che tre fine settimana su quattro ci tocca cuccarceli, con la mia girl che consola l'amica affranta ed il sottoscritto che medita di lanciare addosso al proprio dirimpettaio una boccetta di acqua benedetta, tanto per vedere se al contatto prende fuoco rivelando cosí la sua reale natura diabolica.
Capita quindi anche a me, in un mercoledí pomeriggio a caso, d'incarnare la parossisitica figura dell'uomo sbagliato, nel posto sbagliato, al momento sbagliato e di rispondere con un "Vedremo" all'invito che il cornificatore professionista aveva deciso di estendermi in vista della locale Beer Fest.
Che poi per me il concetto di "Vedremo" sia qualcosa a metà strada tra un "niet" ed un "col cavolo che vengo" poco importa, in particolar modo se la tua controparte lo prende per un si convinto e gioioso.
Vero è che un anno prima avevo opposto minori resistenze a predetta richiesta, ma stavolta la cappellata l'ho fatta a ragion veduta,con tutte le prevedibili conseguenze del caso.
Ecco, vi dico solo che il capannone industriale in cui si svolge l'evento ( mistificatoriamente definito "Stand") si trova a cinquanta metri da una fabbrica di lievito. Una delle cose piú puzzose in natura, al cui confronto una fogna Indiana sembra un mega tester di Chanel nº5.
Se questo non bastasse, ecco arrivare le immancabili co-protagoniste della serata: le amiche zitelle. Sono di quei personaggi mitologici che si materializzano solo in occasione della Beer Fest incriminata e poi spariscono misteriosamente, quasi non fossero mai esistite. Una è bionda sul bruttino andante, alla Bridget Jones della prima ora, la seconda è la versione cessosa di Amelie, quella del fantastico mondo, dopo la dialisi peró. Ad onor del vero ho omesso di raccontare che la prima delle due si è immorosata, con un tizio che a occhio e croce avrà dieci anni meno di lei e l'altra, per ripicca, ha tirato fuori dal cilindro un'amica di riserva: la piú brutta del trio.
Morale della favola, recuperate quelle che da quí in avanti definiró le tre grazie (in rigoroso ordine di apparizione: Grazia, Graziella e Grazie al caxxo) ed il fidanzato infraquattordicenne, on y va a la fetê.
Recarsi all'unico evento sociale della provincia, per giunta alle otto e mezza di Sabato sera è qualcosa di abbastanza simile ad un suicidio assistito. La fila di auto nonostante l'olezzo lievitante cominciava un paio di chilometri prima dei cancelli d'ingresso, dove uno stuolo di volontari di giallo vestiti, annunciava mestamente agli avventori che i parcheggi erano esauriti.
Dopo numerose sacramentazioni e la tentazione, parecchio forte, di abbattere i volontari di cui sopra come fossero birilli, il nostro eroe (cioè io) trova finalmente parcheggio in un campo arato di fronte al lievitificio.
Il leit motiv della serata erano i cinque euro, dato che tutto, ma proprio tutto, dall'ingresso alle birre, costava cosí. Pure i panini ahimè, che nonostante i prezzi da "Four Seasons" di Porchetta avevano giusto un'ombra. Delle birre poi non parliamo. In base all'assioma cardine del buon bevitore, qualsiasi bionda,vrossa o scura versata in un bicchiere di plastica prende un saporaccio, per quanto valido possa essere il prodotto iniziale. Aggiungiamo poi (ma questa è una notazione di carattere personale) che da qualche anno a questa parte spuntano come funghi i birrifici artigianali, dove degli snob dell'ultima ora producono dei beveroni imbevibili tipo la birra alle castagne, che già dopo il primo sorso opteresti per la soluzione di restare astemio a vita.
E quí succede il patatrac, perchè il moroso fedifrago si offre di andare a prendere una birra anche per il sottoscritto allo Stand del birrificio "La Cavallina" ubicato due metri ad est rispetto al gruppo e poi sparisce, per ben tre quarti d'ora. Tutti a chiedersi dove fosse finito, con la puerpera in angoscia ed il nascituro che scalciava, alla ricerca del papà perduto. Poi...L'inimmaginabile...O forse sarebbe meglio dire il conoscibile, se solo fossi stato capace di decifrare per tempo il rebus contenuto nelle sue ultime parole... La Cavallina, lui era andato a correrla, esattamente dall'altra parte della sala, dove probabilmente camuffata coi baffi e l'impermeabile da ispettore Gadget c'era l'amante! Che meraviglioso clichè esclamavo nel silenzio della mia mente! Purtroppo, F. intuita la piega che la situazione aveva preso, non si dimostrava altrettanto entusiasta dell'accaduto ed al ritorno del suo principe azzurro lo ricorpiva d'insulti, davanti alle tre grazie inebetite, alla mia bella furente ed al sottoscritto, costretto ad atti di autolesionismo sulla propria persona per evitare di far deflagrare l'intimo sentire in una fragorosa risata. A prescindere dai perbenismi quell'uomo lí è un genio del male! Moralmente parlando, i peggiori delinquenti che ho visto scorrere davanti a me in oltre tre anni di vita forense, sono agnellini al suo confronto.Insomma, come puoi mettere le corna a una che porta in grembo tuo figlio senza sentirti una carogna?! Ma soprattutto, come riesci ad evitare un sacrosanto e meritatissimo linciaggio?! Temo seriamente che queste domande rimarranno senza risposta, come quella relativa ai disturbi socio-relazionali degli organizzatori della festa, che ancora oggi mi assilla.
Atto primo:cover girl di Tina Turner, con la faccia da transessuale brasiliano e una voce in linea coi connotati esteriori,che dopo aver funestato l'intero repertorio della pantera di Nulbush,chiude si fa per dire in bellezza rovinando la Turandot di Puccini con un'interpretazione elettro/dance del "Nessun dorma".
Atto secondo:presentatrice della serata (faccia da nave scuola del paesello) che sentendosi in competizione con la raffinata musicista di cui sopra, prima declama il proprio prestigioso curriculum artistico (tre anni a SalameTV, quattro a FoxVacche e via cosí...) e poi trionfante annuncia "Cari spettatori,come saprete io sono la sosia italiana di Sarah Jessica Parker!" (Dopo la dialisi, come sopra...) ...Reazione: Pubblico ammutolito...
Atto terzo: "Carrie Bradshaw de noartri" regala alla serata il proprio personalissimo punto di non ritorno:"E adesso signore e signori applaudite con me la superstar del paese, nonno Ermete, il vero sosia di Robert De Niro!" Oddio. Oddio. Oddio. Questo il mio unico pensiero, nel vedere salire sul palco un vecchio rubicondo con vestito a quadrettoni anni 70. Somigliava al meccanico di mio nonno, piú che a De Niro e ben presto SJP in salsa "lumbard" doveva sottrargli il microfono, per impedirgli di dimostrare che un mix di demenza senile ed alcool possono abbassare ulteriormente il livello di una serata fallimentare.
Atto quarto: saró breve, perchè la rap band di paese subentrata a nonno Robert, in un drammatico ricambio generazionale, ha solleticato i miei peggiori istinti omicidi in senso musicale.
Erano talmente pessimi da rimettere pace in seno alla coppia scoppiata. Non tutte le canzoni d'amore sono canzoni d'amore no?!
E passi pure la mia dolce metà, che in preda a deliri da shopping compulsivo mi trascina in qualche esclusivissimo negozio di Mailand solo per osservare, in un'estasi mistica che ben poco comprendo, le ultime ballerine di Jimmy Choo. Ma non i suoi amici. M. & F. sono una coppia in crisi con pargolo in arrivo. Lei è la famosa protagonista in rosa di F.&F., lui l'eroe negativo della situazione, nel senso che tutte le amiche di lei lo odiano per come la sta trattando ed i rispettivi fidanzati di costoro, per contro, si chiedono grazie a quali super-poteri sia riuscito fin d'ora a passare indenne attraverso ben tre tradimenti conclamati.
Fatto stà che tre fine settimana su quattro ci tocca cuccarceli, con la mia girl che consola l'amica affranta ed il sottoscritto che medita di lanciare addosso al proprio dirimpettaio una boccetta di acqua benedetta, tanto per vedere se al contatto prende fuoco rivelando cosí la sua reale natura diabolica.
Capita quindi anche a me, in un mercoledí pomeriggio a caso, d'incarnare la parossisitica figura dell'uomo sbagliato, nel posto sbagliato, al momento sbagliato e di rispondere con un "Vedremo" all'invito che il cornificatore professionista aveva deciso di estendermi in vista della locale Beer Fest.
Che poi per me il concetto di "Vedremo" sia qualcosa a metà strada tra un "niet" ed un "col cavolo che vengo" poco importa, in particolar modo se la tua controparte lo prende per un si convinto e gioioso.
Vero è che un anno prima avevo opposto minori resistenze a predetta richiesta, ma stavolta la cappellata l'ho fatta a ragion veduta,con tutte le prevedibili conseguenze del caso.
Ecco, vi dico solo che il capannone industriale in cui si svolge l'evento ( mistificatoriamente definito "Stand") si trova a cinquanta metri da una fabbrica di lievito. Una delle cose piú puzzose in natura, al cui confronto una fogna Indiana sembra un mega tester di Chanel nº5.
Se questo non bastasse, ecco arrivare le immancabili co-protagoniste della serata: le amiche zitelle. Sono di quei personaggi mitologici che si materializzano solo in occasione della Beer Fest incriminata e poi spariscono misteriosamente, quasi non fossero mai esistite. Una è bionda sul bruttino andante, alla Bridget Jones della prima ora, la seconda è la versione cessosa di Amelie, quella del fantastico mondo, dopo la dialisi peró. Ad onor del vero ho omesso di raccontare che la prima delle due si è immorosata, con un tizio che a occhio e croce avrà dieci anni meno di lei e l'altra, per ripicca, ha tirato fuori dal cilindro un'amica di riserva: la piú brutta del trio.
Morale della favola, recuperate quelle che da quí in avanti definiró le tre grazie (in rigoroso ordine di apparizione: Grazia, Graziella e Grazie al caxxo) ed il fidanzato infraquattordicenne, on y va a la fetê.
Recarsi all'unico evento sociale della provincia, per giunta alle otto e mezza di Sabato sera è qualcosa di abbastanza simile ad un suicidio assistito. La fila di auto nonostante l'olezzo lievitante cominciava un paio di chilometri prima dei cancelli d'ingresso, dove uno stuolo di volontari di giallo vestiti, annunciava mestamente agli avventori che i parcheggi erano esauriti.
Dopo numerose sacramentazioni e la tentazione, parecchio forte, di abbattere i volontari di cui sopra come fossero birilli, il nostro eroe (cioè io) trova finalmente parcheggio in un campo arato di fronte al lievitificio.
Il leit motiv della serata erano i cinque euro, dato che tutto, ma proprio tutto, dall'ingresso alle birre, costava cosí. Pure i panini ahimè, che nonostante i prezzi da "Four Seasons" di Porchetta avevano giusto un'ombra. Delle birre poi non parliamo. In base all'assioma cardine del buon bevitore, qualsiasi bionda,vrossa o scura versata in un bicchiere di plastica prende un saporaccio, per quanto valido possa essere il prodotto iniziale. Aggiungiamo poi (ma questa è una notazione di carattere personale) che da qualche anno a questa parte spuntano come funghi i birrifici artigianali, dove degli snob dell'ultima ora producono dei beveroni imbevibili tipo la birra alle castagne, che già dopo il primo sorso opteresti per la soluzione di restare astemio a vita.
E quí succede il patatrac, perchè il moroso fedifrago si offre di andare a prendere una birra anche per il sottoscritto allo Stand del birrificio "La Cavallina" ubicato due metri ad est rispetto al gruppo e poi sparisce, per ben tre quarti d'ora. Tutti a chiedersi dove fosse finito, con la puerpera in angoscia ed il nascituro che scalciava, alla ricerca del papà perduto. Poi...L'inimmaginabile...O forse sarebbe meglio dire il conoscibile, se solo fossi stato capace di decifrare per tempo il rebus contenuto nelle sue ultime parole... La Cavallina, lui era andato a correrla, esattamente dall'altra parte della sala, dove probabilmente camuffata coi baffi e l'impermeabile da ispettore Gadget c'era l'amante! Che meraviglioso clichè esclamavo nel silenzio della mia mente! Purtroppo, F. intuita la piega che la situazione aveva preso, non si dimostrava altrettanto entusiasta dell'accaduto ed al ritorno del suo principe azzurro lo ricorpiva d'insulti, davanti alle tre grazie inebetite, alla mia bella furente ed al sottoscritto, costretto ad atti di autolesionismo sulla propria persona per evitare di far deflagrare l'intimo sentire in una fragorosa risata. A prescindere dai perbenismi quell'uomo lí è un genio del male! Moralmente parlando, i peggiori delinquenti che ho visto scorrere davanti a me in oltre tre anni di vita forense, sono agnellini al suo confronto.Insomma, come puoi mettere le corna a una che porta in grembo tuo figlio senza sentirti una carogna?! Ma soprattutto, come riesci ad evitare un sacrosanto e meritatissimo linciaggio?! Temo seriamente che queste domande rimarranno senza risposta, come quella relativa ai disturbi socio-relazionali degli organizzatori della festa, che ancora oggi mi assilla.
Atto primo:cover girl di Tina Turner, con la faccia da transessuale brasiliano e una voce in linea coi connotati esteriori,che dopo aver funestato l'intero repertorio della pantera di Nulbush,chiude si fa per dire in bellezza rovinando la Turandot di Puccini con un'interpretazione elettro/dance del "Nessun dorma".
Atto secondo:presentatrice della serata (faccia da nave scuola del paesello) che sentendosi in competizione con la raffinata musicista di cui sopra, prima declama il proprio prestigioso curriculum artistico (tre anni a SalameTV, quattro a FoxVacche e via cosí...) e poi trionfante annuncia "Cari spettatori,come saprete io sono la sosia italiana di Sarah Jessica Parker!" (Dopo la dialisi, come sopra...) ...Reazione: Pubblico ammutolito...
Atto terzo: "Carrie Bradshaw de noartri" regala alla serata il proprio personalissimo punto di non ritorno:"E adesso signore e signori applaudite con me la superstar del paese, nonno Ermete, il vero sosia di Robert De Niro!" Oddio. Oddio. Oddio. Questo il mio unico pensiero, nel vedere salire sul palco un vecchio rubicondo con vestito a quadrettoni anni 70. Somigliava al meccanico di mio nonno, piú che a De Niro e ben presto SJP in salsa "lumbard" doveva sottrargli il microfono, per impedirgli di dimostrare che un mix di demenza senile ed alcool possono abbassare ulteriormente il livello di una serata fallimentare.
Atto quarto: saró breve, perchè la rap band di paese subentrata a nonno Robert, in un drammatico ricambio generazionale, ha solleticato i miei peggiori istinti omicidi in senso musicale.
Erano talmente pessimi da rimettere pace in seno alla coppia scoppiata. Non tutte le canzoni d'amore sono canzoni d'amore no?!
lunedì 8 ottobre 2012
Cuatro tontos en Barcelona
"Avete preso i Voucher?!" Ecco, appunto. Le partenze per i viaggi memorabili cominciano sempre con una domanda cretina, meglio se a copyright del papà di uno dei tuoi migliori amici, che fino a quella sera non ti spiegavi come avesse potuto mandare gambe all'aria la florida impresa di famiglia. D'altra parte il personaggio in questione serbava in se tutta la grandeur medio borghese del provinciale benestante che ama riempirsi la bocca con termini esotici di cui percepisce vagamente il significato (ed ancor meno la pronuncia...).
Seguiva un mio sorriso falsissimo, modello Giuda che bacia Gesú, una disarmante spiegazione sul fatto che quattro studenti non potevano certo organizzare un viaggio in terra spagnola armandosi di voucher e che contrariamente alle aspetttive paterne il rampollo di famiglia avrebbe abdicato al lusso in nome di qualcosa low low low cost.
Rewind.
Non so come fosse saltata fuori l'idea di Barcellona, probabilemente in uno di quei momenti di follia in cui M. Prende le iniziative suicide, F. decide di seguirlo ed io vengo trascinato per i piedi. Nel baratro.
I biglietti per il baratro, nel nostro caso, li vendevano in un posto chiamato "I viaggi di Sossi" ubicato all'ingresso della tangenziale est e gestito da due gemelle affette da principi di nanismo e dal fidanzato di una di loro (o di entrambe, tanto non se ne sarebbe accorto), un egiziano di nome Salla.
Costui aveva un che del Re scorpione, nell'aspetto, ma la parlata purtroppo era tale e quale a quella dell'aiutante scemo di Marco Polo nella pubblicità della Telecom e l'intraprendenza pure.
La scena comicamente surreale era rappresentata da noi quattro, allineati dietro al bancone che gli chiedevamo di trovare un Hotel a Barcellona con parcheggio incluso e lui che cinque volte di fila telefonava ad un misterioso personaggio e proferiva d'un fiato la seguente tiritera :"Salveeeee sono Sallaaa Sossi Viaggiii prenotare Hotel per quattrooo Madrid..." seguiva coro da stadio con cui noi precisavamo "B-A-R-C-E-L-L-O-N-A!" lui si scusava, correggeva il tiro e riattaccava. Salvo riproporre il medesimo sketch alla chiamata seguente.
Dopo lunghe e penose sofferenze il nostro tronfio faraone ci informava di aver trovato un quattro stelle a duecento euro l'Hotel "Auto Hogar". Qualche settimana dopo avremmo scoperto che 3,5 di quegli astri dovevano essersi persi nella notte di S. Lorenzo.
Forward
Eravamo rimasti ai voucher, che quella sera non sarebbero stati l'unico titolo cartaceo a funestare la nostra partenza. Bisognava ancora passare a prendere D. con tutto quello che l'avventurarsi a casa sua avrebbe comportato.
Come raccontavo qualche post fa D. ha sempre avuto le manie, intese come eccentriche ed insalubri passioni che svilpuppava ed abbandonava nel volgere di pochi mesi. Quello era il periodo della Kickboxe e dei tarocchi. Adesso potrete immaginare la mia faccia quando, varcando la soglia di casa sua sono stato accolto da una dimostrazione di calci rotanti contro la libreria del salotto. Ed ancor meglio potrete immaginare dove sia finita la mano destra dopo che il caro amico aveva insistito per leggere i tarocchi sul mio futuro amoroso, con l'inquietante risultato della morte a testa in giú!
La scelta del mezzo con cui affrontare il viaggio della speranza che ci avrebbe condotto in Catalogna si era rivelata particolarmente combattuta, con improvvise variazioni tra lussuose berline e sgangherate utilitarie, salvo poi ricadere su una Volvo. Vecchia come i sassi peró, con incluso atlante stradale europeo datato 1986, tanto per mettere i puntini sulle i a riprova del fatto che di viaggio della speranza si trattava.
Sciropparsi mille e rotti chilometri in macchina puó essere vagamente letale, soprattutto se parti da casa alle dieci di sera.
F. aveva preparato per noi un mix dopante a base di M&Ms e Red Bull, col sottoscritto che ad ogni sorsata/sgranocchiata si avvicinava sempre piú al nirvana. Quantomeno per il sapore, degno dei peggiori yogurt al melone che albergano in certi strani frigoriferi felsinei (cit.)
Quando si va a Barcellona in macchina le colonne d'ercole sono rappresentate dallo svincolo autostradale di Nizza, dove si hanno piú o meno 15 opzioni diverse, dei cartelli verdi scritti in aramaico antico ed un tempo variabile tra i 2 ed i 3 secondi per decidere il da farsi.
Credo di aver voltato a sinistra, raccomandando l'anima al diavolo ed incrociando le dita dei piedi, mentre gli altri dormivano beati.
Sei ore e due soste dopo a svegliarmi erano le note di Freddie Mercury e le urla di M. che, alle porte della Catalogna, aveva deciso di avviare un curioso siparietto con due motociclisiti.
Loro mimavanoal nostro indirizzo un gesto simile allo starnazzare di una papera, battendo quattro dita sul pollice, lui continuava a mostrare il dito medio.
E fu cosí che al grido di "ci stanno dando dei mangia merda" il nostro decideva di seguire i malcapitati centauri in autogrill, dove, dopo una mezza rissa verbale, uno di loro sottolineava che ci eravamo scordati di spegnere i fari...
Soddisfatti del fatto di esserci resi protagonisti in negativo ancor prima di entrare in città, facevamo quindi rotta verso l'hotel.
Pretendere di arrivare a Barcellona con una cartina dell'86 è utopistico, sperare poi digirarci dentro addirittura fantascientifico. Perció dopo aver maledetto F., le edizioni Deagostiini e le nozioni geografiche di D. (che su una delle Rambla sosteneva di aver visto niente meno che il Consolato Spagnolo) arrivavamo finalmente all'hotel... Ecco, non affidatevi mai ad un agente di viaggio egiziano. Almeno in cui non vogliate ritrovarvi in un posto che si chiama "Auto Hogar" e che ha il parcheggio integrato nella reception, roba che se sbagliavi la retro accoppavi il concierge.
Le camere erano tremendamente sporche, con delle brandine tipo cella ed un affaccio panoramico su un cortile/discarica dai contenuti indicibili. In reception stava un tipo antipaticissimo identico a Pino Insegno, che fongeva di essere affetto da gravi turbe auditive ad ogni nostra domanda.
La città aveva il fascino decadente dei vecchi porti di mare, con le sue enormi contraddizioni, date da quartieri eleganti e patinati a viottoli in cui la polizia sconsigliava di avventurarsi. Inutile dire che nel nostro provincialismo ante litteram alcune cose finivano col farci correre un brivido lungo la schiena. Tipo il tossico che si faceva in vena alle dieci di mattina di fronte all'albergo ed un ciccione completamente nudo che ci sfrecciava di fianco su una delle vie principali.
La vita notturna poi, confermava il pessimo trend del nostro inizio di giornata. Io venivo spossessato di cinque euro di resto da una cameriera bionda che continuava a dire "Yo soy de Mallorca lalalala!" ed M. dopo essersi lavorato una biondina per quasi tre quarti d'ora subiva un umiliante sorpasso ai box dal sosia di Conan il barbaro. F. nel tentativo di dimenticare il perduto amore dell'epoca, tracannava qualcosa come 14 bottigliette di birra Foster, salvo poi mettersi ad insultare il nordico rivale amoroso di M. che, per nostra fortuna, di italiano non capiva un tubo. D. dava calci ai lampioni e questo vi basti.
Io ed M. eravamo in camera assieme, motivo per cui ci ritenevamo autorizzati a fare scherzi da prete agli occupanti delle stanze adiacenti. Tutto era nato quando, la seconda mattinata spagnola, si era aperta con delle milanesi spocchiose, che nella hall, ci avevano additato come "cafoni chiassosi". Allora come adesso, pur essendo una persona aperta alle critiche non tollero la falsità. Cosí la notte successiva, seguito dal mio fido compare giravo tutti i cartellini delle camere sul nostro piano, dalla posizione "Do not Disturb" a "Admission Free", propiziando per le nostre connazionali la visita inattesa della donna delle pulizie: alle sei di mattina! Nel sentirle imprecare, qualche ora dopo, travolte dal piú brusco dei risvegli sentivo crescere in me un sottile senso di soddisfaziine. Cafone si, ma incredibilmente silenzioso.
Il day three ci vedeva calcare le scene di Lloret de Mar, la Rimini spagnola. Spiaggia con sabbia a grana grossa e onde fortissime, con noi che cercavamo di entrare in acqua e venivamo rigettati pesantemente arriva. Mentre i miei bermuda pieni di sabbia,tradivano una'ostinazione tutta personale ad andare controcorrente, una specie di barcone piombava in acqua alle mie spalle, facendomi stabilire un nuovo record dei cinquanta stile libero.
Abbandonate le velleità natatorie, dirigevamo le nostre energie verso il sociale. Interi eserciti di inglesi ubriachi marci da metà pomeriggio infestavano le vie di questa particolare cittadina ed uno di loro giaceva riverso in strada. Alla ricerca della redenzione, io ed M. ci avvicinavamo a lui per prestargli soccorso e dopo averlo scosso assistevamo ad una vomitata degna de "L''esorcista". Prosit.
E poi si andava a donne. Con esiti quantomeno dubbi:
-Primo assalto: birra offerta a due bionde teutoniche, due di picche secco e otto euro in meno.
-Secondo assalto: chiacchierata su divanetto con alcune tipe di Aosta, io di ritorno dal bagno incrocio M. che mestamente mi annuncia di aver piazzato la frittata e poco piú in là una delle due che,imprecando, maledice il nostro eroe reo di averle rovesciato una birra addosso.
La serata si chiude in bellezza, con D. che pizzicato a dar calci rotanti ad un lampione veniva malmenato dalla gendarmeria locale, io che a causa di un commento inelegante sfioravo la rissai con one big black men ed un ritorno in macchina dove abbiamo rischiato bellamente di finire giú da un cavalcavia. Ottimo insomma.
Comicamente, le mattinate erano scandite da un'evento imperdibile, la Gazzetta del D.
Lui usciva a comprarsela presto presto, andava in spiaggia da solo a prendere il sole e tornava in camera per leggersela tranquillo. Senza fare i conti con F., che da pessimo personaggio qual'è gliela fregava da sotto il naso e gliela ridava tutta stropicciata, mandandolo su tutte le furie. Solo che il Giovedí successivo non riuscivamo a capire dove fosse finito, dato che a mezzogiorno ne di lui ne della Gazzetta v'era ancora traccia. F. non si capacitava di dover cominciare la mattinata rinuniciando alla sua lettura preferita ed io, avevo una fame tremenda. Ad un bel momento la rivelazione: si era addormentato per cinque ore sotto al sole della spiaggia cittadina. Color rosso aragosta, febbre a trentotto e niente Gazzetta. Seguiva un conciliabolo durante il quale ci si rimpallava l'onere di cospargere il nostro infuocatissimo amico di doposole...sulla schiena...Omofobi com'eravamo ( e come siamo) ce la giocavamo alla morra, con F. che piú torvo che mai, incremava il grande ustionato con la grazia di un muratore che da la prima mano d'intonaco.
Aperta parentesi: las zapatillas de atletismo.
Ecco, mai andare in vacanza con uno che fa atletica leggera e cerca delle scarpe da runner. M. ce l'ha fatto fare per tutta Barcellona, con medie chilometriche da maratoneti keniani. Perchè nonostante i giochi risalissero a dieci e rotti anni prima per lui Barcellona era sempre città olimpica e le sue dannate scarpe chiodate valevano bene lo sforzo di percorrerla a piedi alla ricerca dell'ennesima tienda de atletismo, che peró tutto aveva tranne che quelle.
Nel corso della nostra missione da legionari romani, armati di pilum e bramosie di conquista, decidevo di risolvere la carenza femminile a modo mio, approcciando un gruppetto di tipe sulla Sagrada Familia.
"Ce ne fosse stata una decente!" commentava F. avvilito qualche sera fa. Sarà per questo che appena una di loro proponeva di andare a pranzo assieme, lui faceva valere i suoi 194 cm e mi allontanava a forza dal gruppetto in rosa.
Certe vacanze proprio non si scordano. Neanche volendo.
Seguiva un mio sorriso falsissimo, modello Giuda che bacia Gesú, una disarmante spiegazione sul fatto che quattro studenti non potevano certo organizzare un viaggio in terra spagnola armandosi di voucher e che contrariamente alle aspetttive paterne il rampollo di famiglia avrebbe abdicato al lusso in nome di qualcosa low low low cost.
Rewind.
Non so come fosse saltata fuori l'idea di Barcellona, probabilemente in uno di quei momenti di follia in cui M. Prende le iniziative suicide, F. decide di seguirlo ed io vengo trascinato per i piedi. Nel baratro.
I biglietti per il baratro, nel nostro caso, li vendevano in un posto chiamato "I viaggi di Sossi" ubicato all'ingresso della tangenziale est e gestito da due gemelle affette da principi di nanismo e dal fidanzato di una di loro (o di entrambe, tanto non se ne sarebbe accorto), un egiziano di nome Salla.
Costui aveva un che del Re scorpione, nell'aspetto, ma la parlata purtroppo era tale e quale a quella dell'aiutante scemo di Marco Polo nella pubblicità della Telecom e l'intraprendenza pure.
La scena comicamente surreale era rappresentata da noi quattro, allineati dietro al bancone che gli chiedevamo di trovare un Hotel a Barcellona con parcheggio incluso e lui che cinque volte di fila telefonava ad un misterioso personaggio e proferiva d'un fiato la seguente tiritera :"Salveeeee sono Sallaaa Sossi Viaggiii prenotare Hotel per quattrooo Madrid..." seguiva coro da stadio con cui noi precisavamo "B-A-R-C-E-L-L-O-N-A!" lui si scusava, correggeva il tiro e riattaccava. Salvo riproporre il medesimo sketch alla chiamata seguente.
Dopo lunghe e penose sofferenze il nostro tronfio faraone ci informava di aver trovato un quattro stelle a duecento euro l'Hotel "Auto Hogar". Qualche settimana dopo avremmo scoperto che 3,5 di quegli astri dovevano essersi persi nella notte di S. Lorenzo.
Forward
Eravamo rimasti ai voucher, che quella sera non sarebbero stati l'unico titolo cartaceo a funestare la nostra partenza. Bisognava ancora passare a prendere D. con tutto quello che l'avventurarsi a casa sua avrebbe comportato.
Come raccontavo qualche post fa D. ha sempre avuto le manie, intese come eccentriche ed insalubri passioni che svilpuppava ed abbandonava nel volgere di pochi mesi. Quello era il periodo della Kickboxe e dei tarocchi. Adesso potrete immaginare la mia faccia quando, varcando la soglia di casa sua sono stato accolto da una dimostrazione di calci rotanti contro la libreria del salotto. Ed ancor meglio potrete immaginare dove sia finita la mano destra dopo che il caro amico aveva insistito per leggere i tarocchi sul mio futuro amoroso, con l'inquietante risultato della morte a testa in giú!
La scelta del mezzo con cui affrontare il viaggio della speranza che ci avrebbe condotto in Catalogna si era rivelata particolarmente combattuta, con improvvise variazioni tra lussuose berline e sgangherate utilitarie, salvo poi ricadere su una Volvo. Vecchia come i sassi peró, con incluso atlante stradale europeo datato 1986, tanto per mettere i puntini sulle i a riprova del fatto che di viaggio della speranza si trattava.
Sciropparsi mille e rotti chilometri in macchina puó essere vagamente letale, soprattutto se parti da casa alle dieci di sera.
F. aveva preparato per noi un mix dopante a base di M&Ms e Red Bull, col sottoscritto che ad ogni sorsata/sgranocchiata si avvicinava sempre piú al nirvana. Quantomeno per il sapore, degno dei peggiori yogurt al melone che albergano in certi strani frigoriferi felsinei (cit.)
Quando si va a Barcellona in macchina le colonne d'ercole sono rappresentate dallo svincolo autostradale di Nizza, dove si hanno piú o meno 15 opzioni diverse, dei cartelli verdi scritti in aramaico antico ed un tempo variabile tra i 2 ed i 3 secondi per decidere il da farsi.
Credo di aver voltato a sinistra, raccomandando l'anima al diavolo ed incrociando le dita dei piedi, mentre gli altri dormivano beati.
Sei ore e due soste dopo a svegliarmi erano le note di Freddie Mercury e le urla di M. che, alle porte della Catalogna, aveva deciso di avviare un curioso siparietto con due motociclisiti.
Loro mimavanoal nostro indirizzo un gesto simile allo starnazzare di una papera, battendo quattro dita sul pollice, lui continuava a mostrare il dito medio.
E fu cosí che al grido di "ci stanno dando dei mangia merda" il nostro decideva di seguire i malcapitati centauri in autogrill, dove, dopo una mezza rissa verbale, uno di loro sottolineava che ci eravamo scordati di spegnere i fari...
Soddisfatti del fatto di esserci resi protagonisti in negativo ancor prima di entrare in città, facevamo quindi rotta verso l'hotel.
Pretendere di arrivare a Barcellona con una cartina dell'86 è utopistico, sperare poi digirarci dentro addirittura fantascientifico. Perció dopo aver maledetto F., le edizioni Deagostiini e le nozioni geografiche di D. (che su una delle Rambla sosteneva di aver visto niente meno che il Consolato Spagnolo) arrivavamo finalmente all'hotel... Ecco, non affidatevi mai ad un agente di viaggio egiziano. Almeno in cui non vogliate ritrovarvi in un posto che si chiama "Auto Hogar" e che ha il parcheggio integrato nella reception, roba che se sbagliavi la retro accoppavi il concierge.
Le camere erano tremendamente sporche, con delle brandine tipo cella ed un affaccio panoramico su un cortile/discarica dai contenuti indicibili. In reception stava un tipo antipaticissimo identico a Pino Insegno, che fongeva di essere affetto da gravi turbe auditive ad ogni nostra domanda.
La città aveva il fascino decadente dei vecchi porti di mare, con le sue enormi contraddizioni, date da quartieri eleganti e patinati a viottoli in cui la polizia sconsigliava di avventurarsi. Inutile dire che nel nostro provincialismo ante litteram alcune cose finivano col farci correre un brivido lungo la schiena. Tipo il tossico che si faceva in vena alle dieci di mattina di fronte all'albergo ed un ciccione completamente nudo che ci sfrecciava di fianco su una delle vie principali.
La vita notturna poi, confermava il pessimo trend del nostro inizio di giornata. Io venivo spossessato di cinque euro di resto da una cameriera bionda che continuava a dire "Yo soy de Mallorca lalalala!" ed M. dopo essersi lavorato una biondina per quasi tre quarti d'ora subiva un umiliante sorpasso ai box dal sosia di Conan il barbaro. F. nel tentativo di dimenticare il perduto amore dell'epoca, tracannava qualcosa come 14 bottigliette di birra Foster, salvo poi mettersi ad insultare il nordico rivale amoroso di M. che, per nostra fortuna, di italiano non capiva un tubo. D. dava calci ai lampioni e questo vi basti.
Io ed M. eravamo in camera assieme, motivo per cui ci ritenevamo autorizzati a fare scherzi da prete agli occupanti delle stanze adiacenti. Tutto era nato quando, la seconda mattinata spagnola, si era aperta con delle milanesi spocchiose, che nella hall, ci avevano additato come "cafoni chiassosi". Allora come adesso, pur essendo una persona aperta alle critiche non tollero la falsità. Cosí la notte successiva, seguito dal mio fido compare giravo tutti i cartellini delle camere sul nostro piano, dalla posizione "Do not Disturb" a "Admission Free", propiziando per le nostre connazionali la visita inattesa della donna delle pulizie: alle sei di mattina! Nel sentirle imprecare, qualche ora dopo, travolte dal piú brusco dei risvegli sentivo crescere in me un sottile senso di soddisfaziine. Cafone si, ma incredibilmente silenzioso.
Il day three ci vedeva calcare le scene di Lloret de Mar, la Rimini spagnola. Spiaggia con sabbia a grana grossa e onde fortissime, con noi che cercavamo di entrare in acqua e venivamo rigettati pesantemente arriva. Mentre i miei bermuda pieni di sabbia,tradivano una'ostinazione tutta personale ad andare controcorrente, una specie di barcone piombava in acqua alle mie spalle, facendomi stabilire un nuovo record dei cinquanta stile libero.
Abbandonate le velleità natatorie, dirigevamo le nostre energie verso il sociale. Interi eserciti di inglesi ubriachi marci da metà pomeriggio infestavano le vie di questa particolare cittadina ed uno di loro giaceva riverso in strada. Alla ricerca della redenzione, io ed M. ci avvicinavamo a lui per prestargli soccorso e dopo averlo scosso assistevamo ad una vomitata degna de "L''esorcista". Prosit.
E poi si andava a donne. Con esiti quantomeno dubbi:
-Primo assalto: birra offerta a due bionde teutoniche, due di picche secco e otto euro in meno.
-Secondo assalto: chiacchierata su divanetto con alcune tipe di Aosta, io di ritorno dal bagno incrocio M. che mestamente mi annuncia di aver piazzato la frittata e poco piú in là una delle due che,imprecando, maledice il nostro eroe reo di averle rovesciato una birra addosso.
La serata si chiude in bellezza, con D. che pizzicato a dar calci rotanti ad un lampione veniva malmenato dalla gendarmeria locale, io che a causa di un commento inelegante sfioravo la rissai con one big black men ed un ritorno in macchina dove abbiamo rischiato bellamente di finire giú da un cavalcavia. Ottimo insomma.
Comicamente, le mattinate erano scandite da un'evento imperdibile, la Gazzetta del D.
Lui usciva a comprarsela presto presto, andava in spiaggia da solo a prendere il sole e tornava in camera per leggersela tranquillo. Senza fare i conti con F., che da pessimo personaggio qual'è gliela fregava da sotto il naso e gliela ridava tutta stropicciata, mandandolo su tutte le furie. Solo che il Giovedí successivo non riuscivamo a capire dove fosse finito, dato che a mezzogiorno ne di lui ne della Gazzetta v'era ancora traccia. F. non si capacitava di dover cominciare la mattinata rinuniciando alla sua lettura preferita ed io, avevo una fame tremenda. Ad un bel momento la rivelazione: si era addormentato per cinque ore sotto al sole della spiaggia cittadina. Color rosso aragosta, febbre a trentotto e niente Gazzetta. Seguiva un conciliabolo durante il quale ci si rimpallava l'onere di cospargere il nostro infuocatissimo amico di doposole...sulla schiena...Omofobi com'eravamo ( e come siamo) ce la giocavamo alla morra, con F. che piú torvo che mai, incremava il grande ustionato con la grazia di un muratore che da la prima mano d'intonaco.
Aperta parentesi: las zapatillas de atletismo.
Ecco, mai andare in vacanza con uno che fa atletica leggera e cerca delle scarpe da runner. M. ce l'ha fatto fare per tutta Barcellona, con medie chilometriche da maratoneti keniani. Perchè nonostante i giochi risalissero a dieci e rotti anni prima per lui Barcellona era sempre città olimpica e le sue dannate scarpe chiodate valevano bene lo sforzo di percorrerla a piedi alla ricerca dell'ennesima tienda de atletismo, che peró tutto aveva tranne che quelle.
Nel corso della nostra missione da legionari romani, armati di pilum e bramosie di conquista, decidevo di risolvere la carenza femminile a modo mio, approcciando un gruppetto di tipe sulla Sagrada Familia.
"Ce ne fosse stata una decente!" commentava F. avvilito qualche sera fa. Sarà per questo che appena una di loro proponeva di andare a pranzo assieme, lui faceva valere i suoi 194 cm e mi allontanava a forza dal gruppetto in rosa.
Certe vacanze proprio non si scordano. Neanche volendo.
venerdì 28 settembre 2012
Question of timing
Ultimo passaggio a Parma, giusto per regolare un paio di faccende professionali ancora in bilico, salutare gli amici di sempre ed andare a mangiare qualcosa da Frank Focaccia.
....Ed incontrare di nuovo quegli occhi. Dopo soli tre mesi e forse, in un certo senso dopo tre lunghi anni.
La ragazza dal sorriso di perla ha i capelli più corti adesso.
Camminava di fronte a me nella via degli antiquari, con una borsa dalle trame etno curiosamente portata a spalla. Camminava e sorrideva, nel raccontare non so quale mirabile storia all'amica che le stava accanto. Non ho avuto il coraggio di superarla, perchè facendomi vedere avrei interrotto la magia del momento, perdendo le variazioni del suo sorriso sotto la luce di pesca del tramonto.
La voce interiore degli insalubri consigli mi sussurrava di seguirla, camminando ancora per qualche centinaio di metri oltre la mia originaria destinazione. Ma così non doveva e non poteva essere, per una serie di ragioni ovvie, che circoscrivono le fascinazioni al campo dei desideri irrealizzabili. Così ho infilato il portone di casa, convinto di scrivere la parola fine ad un capitolo intitolato "ipotesi di remota verificazione".
Ma quì entra in gioco Frank Focaccia, che oltre ad essere la mia seconda panineria preferita della città è anche una delle mete d'elezione per i nostri pranzi infrasettimanali.
Come da tradizione arrivo a questi incontri sempre trafelato, con la cravatta allentata, la giacca appesa al braccio destro e l'incedere furioso di chi ha avuto una mattinata vissuta al limite delle possibilità umane.
Così mentre cercavo di infilarmi nell'accrocchio di sedie che da sul plateatico esterno, provavo per una frazione di secondo quella strana sensazione che si ha nell'intravedere la sagoma di un'altra persona su una spiaggia completamente deserta.
E quando F. qualche minuto dopo, mi chiedeva incuriosito se conoscessi la ragazza che due tavoli dietro al nostro continuava a fissarmi, rischiavo neanche tanto metaforicamente di cascare dalla sedia.
Perchè avevo la netta percezione che si trattasse di lei ancor prima di vederla e a ben pensarci, non avevo grandi idee su quale atteggiamento sarebbe stato più consono adottare.
In fondo, se sei strafidanzato ed innamorato non ha un gran senso sottoporre al vaglio della realtà una seppur magnifica aspettativa.
Così mi limitavo a guardare F. e terminavo senza troppa soddisfazione il mio pranzo.
Al momento di andar via le passavo accanto cercando di dare l'impressione di chi è troppo preso dai propri pensieri per dare un peso specifico al resto del mondo, non potendo però fare a meno di ascoltare il suono della sua voce. Una cosa nuova e particolare anche per me.
Poi, qualche passo dopo mi fermavo e volgevo irrazionalmente lo sguardo nella sua direzione. Mi osservava e sorrideva, accompagnando ogni mio passo con quegli occhi e quel sorriso che per trenta secondi buoni riprendevano a danzare con la mia anima.

....Ed incontrare di nuovo quegli occhi. Dopo soli tre mesi e forse, in un certo senso dopo tre lunghi anni.
La ragazza dal sorriso di perla ha i capelli più corti adesso.
Camminava di fronte a me nella via degli antiquari, con una borsa dalle trame etno curiosamente portata a spalla. Camminava e sorrideva, nel raccontare non so quale mirabile storia all'amica che le stava accanto. Non ho avuto il coraggio di superarla, perchè facendomi vedere avrei interrotto la magia del momento, perdendo le variazioni del suo sorriso sotto la luce di pesca del tramonto.
La voce interiore degli insalubri consigli mi sussurrava di seguirla, camminando ancora per qualche centinaio di metri oltre la mia originaria destinazione. Ma così non doveva e non poteva essere, per una serie di ragioni ovvie, che circoscrivono le fascinazioni al campo dei desideri irrealizzabili. Così ho infilato il portone di casa, convinto di scrivere la parola fine ad un capitolo intitolato "ipotesi di remota verificazione".
Ma quì entra in gioco Frank Focaccia, che oltre ad essere la mia seconda panineria preferita della città è anche una delle mete d'elezione per i nostri pranzi infrasettimanali.
Come da tradizione arrivo a questi incontri sempre trafelato, con la cravatta allentata, la giacca appesa al braccio destro e l'incedere furioso di chi ha avuto una mattinata vissuta al limite delle possibilità umane.
Così mentre cercavo di infilarmi nell'accrocchio di sedie che da sul plateatico esterno, provavo per una frazione di secondo quella strana sensazione che si ha nell'intravedere la sagoma di un'altra persona su una spiaggia completamente deserta.
E quando F. qualche minuto dopo, mi chiedeva incuriosito se conoscessi la ragazza che due tavoli dietro al nostro continuava a fissarmi, rischiavo neanche tanto metaforicamente di cascare dalla sedia.
Perchè avevo la netta percezione che si trattasse di lei ancor prima di vederla e a ben pensarci, non avevo grandi idee su quale atteggiamento sarebbe stato più consono adottare.
In fondo, se sei strafidanzato ed innamorato non ha un gran senso sottoporre al vaglio della realtà una seppur magnifica aspettativa.
Così mi limitavo a guardare F. e terminavo senza troppa soddisfazione il mio pranzo.
Al momento di andar via le passavo accanto cercando di dare l'impressione di chi è troppo preso dai propri pensieri per dare un peso specifico al resto del mondo, non potendo però fare a meno di ascoltare il suono della sua voce. Una cosa nuova e particolare anche per me.
Poi, qualche passo dopo mi fermavo e volgevo irrazionalmente lo sguardo nella sua direzione. Mi osservava e sorrideva, accompagnando ogni mio passo con quegli occhi e quel sorriso che per trenta secondi buoni riprendevano a danzare con la mia anima.
venerdì 14 settembre 2012
Un reality da condominio
Mia madre diceva che ero, sono e saró sempre un impiccione, circostanza che per una serie di motivi non potró mai smentire. Aggiungiamo poi che ho sempre avuto degli amici pettegoli, tipo comari o giú di lí, roba che il poveretto di turno non aveva neanche voltato l'angolo e subito si scatenava una ridda di commenti taglienti e gossip da format pomeridiano. Errare è umano in fondo e come il riccio che amoreggiava con la spazzola continuo a ripetere che farlo mi fa sentire divino...
Nuova vita e nuova casa per il sottoscritto, come peraltro già anticipato nei precedenti post ed inevitabilmente, nuovi vicini. Intransigenti,decisamente intransigenti. Roba che per cambiare la targhetta sul campanello ho dovuto sottostare ai diktat dell'amministratore e farla dello stesso colore e carattere degli altri o, peggio ancora, subire le delazioni di qualche simpatico dirimpettaio per aver parcheggiato la macchina sotto casa pur essendo sprovvisto di permesso e, consequenzialmente, vedere arrivare un vigile taccuino munito ad applicare sulla mia persona, la dura lex sed lex del Codice della Strada. Vabbè, respiro profondo e passiamo oltre, anche perchè questa new way of my life offre degli spunti narrativi a dir poco interessanti. Il personaggio piú baritonale si trova sul pianetottolo ed è anche il padrone di casa. Oltre ad essere l'unico toscano di destra che abbia conosciuto in vita mia è pure logorroico. Ma non cosí, tanto per dire. È un'autentica macchina da guerra sprovvista del tasto mute. Entrare a casa sua equivale a giocarsi un intero pomeriggio durante il quale elencherà ogni singolo successo professionale della propria esistenza, condendo il tutto con tediosissimi aneddoti di carattere personale. Non accontentandosi soltanto di massacrare i miei gioelli di famiglia con monologhi da Dittatore sudamericano, tra la rievocazione di un miracolo e l'altro butta sempre lí, neanche troppo a caso, un invettiva contro il fancazzismo dei giovani d'oggi, contrapponendolo alla frenesia operativa dei suoi tempi. Che l'altra sera dev'essersela un pó presa quando gli ho detto che se mi lasciasse i suoi soldi, che a trenta saprei e potrei spendere, gli cederei di cuore il mio presente professionale in profondo rosso, tanto per fargli provare l'ebbrezza del rischio -concreto- di non arrivare a fine mese.
Tutto ció premesso va poi detto che attorno a questo personaggio ruotano le vicende del palazzo. Da un lato, infatti, ha una questione aperta con la coppia di mezza età del piano di sotto per il dominio sui parcheggi interni, con tanto di ripetuti ed incrociati tentativi, dopo la dipartita della precedente proprietaria, di acquistare l'appartamento del piano ammezzato, per poi giocare il jolly dei millesimi aggiuntivi in sede di assemblea condominiale. Di questa cortina di ferro il sottoscritto non poteva che giovarsi, con lui che mi concede il posto auto abusivo nel giardino condominiale tanto per dare fastidio ai suoi nemici storici. Che a propra volta anno una questione aperta con l'asilo nido al piano terra, reo di ostruire l'uscita dai parcheggi con le processioni di genitori motorizzati che vengono a ritirare, come al Mcdrive, stormi di pargoli urlanti. Esemplificando, stasera la signora, che ha il peso specifico del mercurio, ha iniziato a tediare tre papà che, incolonnati le avrebbero potuto (n.b. Condizionale) ostruire l'uscita. L'ultimo, tra il tredicesimo e il quattordicesimo rimbrotto, ha deciso di prendere il toro (ehm... la signora) per le corna: "Brutta vecchiaccia, ma non riesci a tacere?! Per farti star zitta dobbiamo smetter di far figli per poi essere colonizzati dai musulmani?!" Calava il silenzio, con la signora attonita, il papà paonazzo ed il sottoscritto che abbarbicato in terrazza si chiedeva se l'ultima parte di quella frase, dati i recenti accadimenti internazionali, non ci avrebbe esposto qualche forma di rappresaglia. Silenzio peró destinato a durare ben poco, interrotto dalla gatta del piano di sopra. Maria Paola. Non che abbia mai compreso quale folle meccanismo possa spingere le persone a dare dei nomi da cristiani agli animali domestici (cosí come quindici anni fa alle superiori, non capivo perchè tale Sig. Murru avesse deciso di chiamare sua figlia Marylin), fatto sta che la micia è causa di forti contrasti tra le due coppie rivali e la tizia del piano di sopra. Il perchè è presto detto: la padrona della gatta parte per le vacanze abbandondonando la bestiola al proprio destino. La bestiola riempie di riordini le scale interne del condominio e miagola pedissequamente.
Nota di merito per i personaggi ancor piú spassosi del palazxo d fronte tra cui:
-Manager appena tagliato da tale Mina (che deve essere uno stronzo da competizione) e periodicamente chiama il suo ghigliottinatore per ottenere una secinda chance, salvo finire sempre col minacciarlo in aniera neanche troppo velata"
-Vecchia ultraottantenne che mi fa ciao ciao con la manina e sorride maliziosa (da sempre questa è la fascia d'età in cui il mio fascino dinoccolato riscuote maggiori successi...)
-Potenziale maniaco sessuale con riporto che gira mutandato sul terrazzino a ore 9.15
-Studentessa universitaria che si è quasi buttata dal terzo piano nel tentativo di capire che libro stessi leggendo
-coppia esibizionista con lei che tene le finestre del bagno aperte nelle fasi che precedono la doccia e lui che fa pesi di fronte alla finestra
-inquietante cicciona che occultata dietro alla tapparella del soggiorno osserva tutto e tutti...
Insomma, alla fine un pó impiccione lo sono, ma che ci posso fare se da neanche una settimana, dopo dieci anni di finestra sul giardino interno, mi ritrovo con ben due terrazze che danno su due stade diverse?!
Certe novità, in fondo possono dare alla testa...
Nuova vita e nuova casa per il sottoscritto, come peraltro già anticipato nei precedenti post ed inevitabilmente, nuovi vicini. Intransigenti,decisamente intransigenti. Roba che per cambiare la targhetta sul campanello ho dovuto sottostare ai diktat dell'amministratore e farla dello stesso colore e carattere degli altri o, peggio ancora, subire le delazioni di qualche simpatico dirimpettaio per aver parcheggiato la macchina sotto casa pur essendo sprovvisto di permesso e, consequenzialmente, vedere arrivare un vigile taccuino munito ad applicare sulla mia persona, la dura lex sed lex del Codice della Strada. Vabbè, respiro profondo e passiamo oltre, anche perchè questa new way of my life offre degli spunti narrativi a dir poco interessanti. Il personaggio piú baritonale si trova sul pianetottolo ed è anche il padrone di casa. Oltre ad essere l'unico toscano di destra che abbia conosciuto in vita mia è pure logorroico. Ma non cosí, tanto per dire. È un'autentica macchina da guerra sprovvista del tasto mute. Entrare a casa sua equivale a giocarsi un intero pomeriggio durante il quale elencherà ogni singolo successo professionale della propria esistenza, condendo il tutto con tediosissimi aneddoti di carattere personale. Non accontentandosi soltanto di massacrare i miei gioelli di famiglia con monologhi da Dittatore sudamericano, tra la rievocazione di un miracolo e l'altro butta sempre lí, neanche troppo a caso, un invettiva contro il fancazzismo dei giovani d'oggi, contrapponendolo alla frenesia operativa dei suoi tempi. Che l'altra sera dev'essersela un pó presa quando gli ho detto che se mi lasciasse i suoi soldi, che a trenta saprei e potrei spendere, gli cederei di cuore il mio presente professionale in profondo rosso, tanto per fargli provare l'ebbrezza del rischio -concreto- di non arrivare a fine mese.
Tutto ció premesso va poi detto che attorno a questo personaggio ruotano le vicende del palazzo. Da un lato, infatti, ha una questione aperta con la coppia di mezza età del piano di sotto per il dominio sui parcheggi interni, con tanto di ripetuti ed incrociati tentativi, dopo la dipartita della precedente proprietaria, di acquistare l'appartamento del piano ammezzato, per poi giocare il jolly dei millesimi aggiuntivi in sede di assemblea condominiale. Di questa cortina di ferro il sottoscritto non poteva che giovarsi, con lui che mi concede il posto auto abusivo nel giardino condominiale tanto per dare fastidio ai suoi nemici storici. Che a propra volta anno una questione aperta con l'asilo nido al piano terra, reo di ostruire l'uscita dai parcheggi con le processioni di genitori motorizzati che vengono a ritirare, come al Mcdrive, stormi di pargoli urlanti. Esemplificando, stasera la signora, che ha il peso specifico del mercurio, ha iniziato a tediare tre papà che, incolonnati le avrebbero potuto (n.b. Condizionale) ostruire l'uscita. L'ultimo, tra il tredicesimo e il quattordicesimo rimbrotto, ha deciso di prendere il toro (ehm... la signora) per le corna: "Brutta vecchiaccia, ma non riesci a tacere?! Per farti star zitta dobbiamo smetter di far figli per poi essere colonizzati dai musulmani?!" Calava il silenzio, con la signora attonita, il papà paonazzo ed il sottoscritto che abbarbicato in terrazza si chiedeva se l'ultima parte di quella frase, dati i recenti accadimenti internazionali, non ci avrebbe esposto qualche forma di rappresaglia. Silenzio peró destinato a durare ben poco, interrotto dalla gatta del piano di sopra. Maria Paola. Non che abbia mai compreso quale folle meccanismo possa spingere le persone a dare dei nomi da cristiani agli animali domestici (cosí come quindici anni fa alle superiori, non capivo perchè tale Sig. Murru avesse deciso di chiamare sua figlia Marylin), fatto sta che la micia è causa di forti contrasti tra le due coppie rivali e la tizia del piano di sopra. Il perchè è presto detto: la padrona della gatta parte per le vacanze abbandondonando la bestiola al proprio destino. La bestiola riempie di riordini le scale interne del condominio e miagola pedissequamente.
Nota di merito per i personaggi ancor piú spassosi del palazxo d fronte tra cui:
-Manager appena tagliato da tale Mina (che deve essere uno stronzo da competizione) e periodicamente chiama il suo ghigliottinatore per ottenere una secinda chance, salvo finire sempre col minacciarlo in aniera neanche troppo velata"
-Vecchia ultraottantenne che mi fa ciao ciao con la manina e sorride maliziosa (da sempre questa è la fascia d'età in cui il mio fascino dinoccolato riscuote maggiori successi...)
-Potenziale maniaco sessuale con riporto che gira mutandato sul terrazzino a ore 9.15
-Studentessa universitaria che si è quasi buttata dal terzo piano nel tentativo di capire che libro stessi leggendo
-coppia esibizionista con lei che tene le finestre del bagno aperte nelle fasi che precedono la doccia e lui che fa pesi di fronte alla finestra
-inquietante cicciona che occultata dietro alla tapparella del soggiorno osserva tutto e tutti...
Insomma, alla fine un pó impiccione lo sono, ma che ci posso fare se da neanche una settimana, dopo dieci anni di finestra sul giardino interno, mi ritrovo con ben due terrazze che danno su due stade diverse?!
Certe novità, in fondo possono dare alla testa...
domenica 9 settembre 2012
Il malato immaginario
I matrimoni non si celebrano mai di domenica. Chissà poi perchè. Magari per le zitelle che per quel giorno voglio la chiesa libera, per i catecumeni della prima comunione o i cresimandi ante litteram. Fatto stà che supposizioni a parte sono stato invitato al secondo matrimonio in meno di un mese. Roba che neanche Hugh Grant o Vince Vaughn, tanto per citare due più o meno recenti trasposizioni cinematografiche. Il leit motiv corrispondeva grossomodo alla mia ultima partecipazione nuziale, con lui scemo ma non ricco e lei ricca ma non particolarmente avveduta nella scelta. Chiesetta della provincia lombarda, ubicata in uno di quei paeselli dal nome impossibile dimenticato da Dio e dagli uomini. Trattori che sfrecciano davanti alla chiesa, prete mezzo ubriaco alle undici di mattina e duecento invitati malamente assortiti: un discreto esercito di medici per lei, un nutrito elenco di agricoli per lui e tanti tanti parenti.
In questa storia io sono il ragazzo di una delle amiche, quello che prega Dio, Buddha e Allah in occasione del lancio del bouquet e dopo aver simulato un fasullo interesse per gli addobbi si fionda come un aquila sul buffet.
Ricapitolando. Sveglia alle otto, in pedissequa attesa che lei andasse e tornasse dal parrucchiere e loro, intesi come gli amici autoinstallatisi in salotto dalla sera prima liberassero il bagno. Doccia e colazione, con tanto di delizioso frappè preparato dal sottoscritto e mai abbastanza apprezzato dal pubblico in sala. A seguire la prima dolorosa scoperta: i nostri ospiti notturni sarebbero ripartiti subito dopo pranzo, ergo niente passaggio scroccato ed il sottoscritto costretto a fare una delle cose che odia di piú: prender su la macchina nel giorno di festa. Oh cribbio. Vabbè, chiave nel quadro, mettiamo in drive e la Wrangler parte, mentre mi arrivano oscure indicazioni su come arrivare al paesello, che al nostro arrivo ha un che di Silent Hill in salsa lumbard. Una vecchia, dall'aria allegrotta, mi fa cenno di parcheggiare nella sua cascina, azzerando le mie perplessità e la paura di essere rincorso, al ritorno, da un signore attempato con canotta e forcone.
Ci attende una chiesa addobbata a festa, a riprova del fatto che il papá della sposa è il ras del paese e per il fatidico giorno ha deciso di non badare a spese. La palma del peggiore, manco a dirlo se la becca prima dell'inizio il testimone dello sposo, fasciato in un abito color senape che grida ancora vendetta. Della cerimonia vedo ben poco, nel senso che lei mi abbandona su di una sedia di fronte a una colonna e lí mi eclisso, udendo a random qualcuna delle apocalittiche previsioni del prete alticcio. All'uscita, i rigidi criteri organizzativi della giornata mi fanno sobbalzare. Qualcuno si è preoccupato di redigere una mappa per trovare il castello dove si svolgerà il ricevimento, in versione sia grafica che testuale e non pago ha distribuito agli astanti "bombe" di riso e coccarde. Mentre mi riprendo da cotanto choc, abituato come sono all'organizzazione made at home delle nozze sarde, inizio a squagliarmi. Perchè il fresco di lana risulta esser tale nell'ombra di una chiesetta rupestre, ma molto meno confortevole sotto il sole cocente di mezzogiorno, soprattutto se gli sposini non si decidono a uscire. Partiamo, infine, con una gaia coppietta che si offre di guidare il resto della carovana negli intricati venticinque chilometri che ci separano dal rinfresco. Pessimo errore quello di affidarsi a quei due, che a senso dell'orientamento stanno messi come quel professore tedesco di nome Halzheimer. La strada si allunga di parecchi chilometri, coi nostri sprovveduti capicomitiva che costringono il gruppo a circumnavigare la provincia, con aggravio di fame e consumi. Alla fine peró si arriva lo stesso, col sottoscritto che nella foga di occupare un posto vicino all'ingresso rischia di arrotare un paio di bambini, che per inciso se la sarebbero meritata! Il posto merita, anche se non oso pensare quanto sia costato al ricco padre della sposa. Meraviglioso castello medioevale con giardino all'italiana e camerieri in livrea, che ci danno il benvenuto con un menú tanto insolito quanto disarticolato. Il preantipasto si compone di Focacia e Salame di Varzi(che adoro) Feta e Olive (che non disprezzo) Sushi (che tollero) e nouvelle cuisine (ossia pesce crudo con macedonia di frutta e verdura, che odio...). Inutile dire che una volta coinvolti nei miei loschi traffici un ortopedico ed un rianimatore mi piazzo davanti al tavolo degli aperitivi ed inizio a darci sotto, conscio del fatto che quel che seguirà sarà sul noiosetto andante e il giusto grado alcoolico mi consentirà una costruttiva accettazione degli eventi. Pagato il riscatto al fotografo e liberati gli sposi, alle ore 13 e 12 minuti primi del giorno del Signore 8 settembre 2012 ci si dirige (finalmente) verso la sala da pranzo.
Ogni tavolo aveva il titolo di un film. Giuro! Ed il sottoscritto stava seduto al "Malato Immaginario", con tanto di nome stampato in bella vista sulla locandina. Ripresomi dallo choc di una cosí perversa organizzazione, interiorizzato lo smacco di aver visto il tavolo "Amici Miei" ad una pletora di personaggi senza stile, iniziavo a dar corpo alla mia fama da mangiatore da competizione. Adoro il buon cibo ed il buon vino e, a dirla tutta, sono un convinto assertore del motto "meglio campar sazi che morire sani". Che poi data la massiccia presenza di medici in sala, farsi andare qualcosa di traverso non sarebbe stata una grande idea, perchè, litigando su chi e come sarebbe dovuto intervenire sul paziente avrebbero finito col causare il mio prematuro trapasso. Tre antipasti, altrettanti primi, due secondi e tris di dolci, il tutto condito da fiumi di vino e una certa noia. Perchè i medici sono simpatici i primi venti minuti e poi iniziano a parlare di medicina. Senza piú fermarsi. Cosí mentre la mia bella spiegava al suo gaio amico come infilare un catetere ad un vecchio ed il resto della tavolata sparlava di un collega che aveva caricato un certo filmino moolto personale sul web, io scambiavo frasi di circostanza con una tizia di Varese dagli occhi vacui. E mi rompevo solennemente los cojones. Tanto che tra un rosso ed un bianco trovavo delle somiglianze incredibili. Con lo sposo che sembrava il Dott. Chilton de "Il silenzio degli innocenti" mentre il fratello della sposa era pari pari al Trota Bossi. Tra i tavoli si aggirava anche un nano, inquietantemente simile al cattivo di "Austin Powers", probabilmente scappato dal giardino di un pervertito onanista dato che ad ogni passaggio dello sposo alzava il calice e proferiva solo e soltanto la parola Caxxxo. Inutile dire che il pranzo si protraeva fino alle sette e mezza di sera, col sottoscritto che prendeva a spallate una vecchia per accaparrarsi dei confetti, mentre un tristissimo cantante sulla sessantina, ingaggiato dai genitori dello sposo, scimmiottava penosamente Jim Morrison, che in tutta risposta, da qualche parte, si sarà rivoltato nella tomba.
Seguiva, il lancio del bouquet, con buonaparte delle amiche della sposa che schivavano il fatidico mazzo quasi fosse una granata mentre, tale Isabella, che piú realisticamente chiameremo Isabrutta, si esibiva in un triplo carpiato con avvitamento per acchiappare la sua falsa speranza quotidiana.
La storia del giorno finisce quí senza ulterori sussulti. Evviva gli sposi!
In questa storia io sono il ragazzo di una delle amiche, quello che prega Dio, Buddha e Allah in occasione del lancio del bouquet e dopo aver simulato un fasullo interesse per gli addobbi si fionda come un aquila sul buffet.
Ricapitolando. Sveglia alle otto, in pedissequa attesa che lei andasse e tornasse dal parrucchiere e loro, intesi come gli amici autoinstallatisi in salotto dalla sera prima liberassero il bagno. Doccia e colazione, con tanto di delizioso frappè preparato dal sottoscritto e mai abbastanza apprezzato dal pubblico in sala. A seguire la prima dolorosa scoperta: i nostri ospiti notturni sarebbero ripartiti subito dopo pranzo, ergo niente passaggio scroccato ed il sottoscritto costretto a fare una delle cose che odia di piú: prender su la macchina nel giorno di festa. Oh cribbio. Vabbè, chiave nel quadro, mettiamo in drive e la Wrangler parte, mentre mi arrivano oscure indicazioni su come arrivare al paesello, che al nostro arrivo ha un che di Silent Hill in salsa lumbard. Una vecchia, dall'aria allegrotta, mi fa cenno di parcheggiare nella sua cascina, azzerando le mie perplessità e la paura di essere rincorso, al ritorno, da un signore attempato con canotta e forcone.
Ci attende una chiesa addobbata a festa, a riprova del fatto che il papá della sposa è il ras del paese e per il fatidico giorno ha deciso di non badare a spese. La palma del peggiore, manco a dirlo se la becca prima dell'inizio il testimone dello sposo, fasciato in un abito color senape che grida ancora vendetta. Della cerimonia vedo ben poco, nel senso che lei mi abbandona su di una sedia di fronte a una colonna e lí mi eclisso, udendo a random qualcuna delle apocalittiche previsioni del prete alticcio. All'uscita, i rigidi criteri organizzativi della giornata mi fanno sobbalzare. Qualcuno si è preoccupato di redigere una mappa per trovare il castello dove si svolgerà il ricevimento, in versione sia grafica che testuale e non pago ha distribuito agli astanti "bombe" di riso e coccarde. Mentre mi riprendo da cotanto choc, abituato come sono all'organizzazione made at home delle nozze sarde, inizio a squagliarmi. Perchè il fresco di lana risulta esser tale nell'ombra di una chiesetta rupestre, ma molto meno confortevole sotto il sole cocente di mezzogiorno, soprattutto se gli sposini non si decidono a uscire. Partiamo, infine, con una gaia coppietta che si offre di guidare il resto della carovana negli intricati venticinque chilometri che ci separano dal rinfresco. Pessimo errore quello di affidarsi a quei due, che a senso dell'orientamento stanno messi come quel professore tedesco di nome Halzheimer. La strada si allunga di parecchi chilometri, coi nostri sprovveduti capicomitiva che costringono il gruppo a circumnavigare la provincia, con aggravio di fame e consumi. Alla fine peró si arriva lo stesso, col sottoscritto che nella foga di occupare un posto vicino all'ingresso rischia di arrotare un paio di bambini, che per inciso se la sarebbero meritata! Il posto merita, anche se non oso pensare quanto sia costato al ricco padre della sposa. Meraviglioso castello medioevale con giardino all'italiana e camerieri in livrea, che ci danno il benvenuto con un menú tanto insolito quanto disarticolato. Il preantipasto si compone di Focacia e Salame di Varzi(che adoro) Feta e Olive (che non disprezzo) Sushi (che tollero) e nouvelle cuisine (ossia pesce crudo con macedonia di frutta e verdura, che odio...). Inutile dire che una volta coinvolti nei miei loschi traffici un ortopedico ed un rianimatore mi piazzo davanti al tavolo degli aperitivi ed inizio a darci sotto, conscio del fatto che quel che seguirà sarà sul noiosetto andante e il giusto grado alcoolico mi consentirà una costruttiva accettazione degli eventi. Pagato il riscatto al fotografo e liberati gli sposi, alle ore 13 e 12 minuti primi del giorno del Signore 8 settembre 2012 ci si dirige (finalmente) verso la sala da pranzo.
Ogni tavolo aveva il titolo di un film. Giuro! Ed il sottoscritto stava seduto al "Malato Immaginario", con tanto di nome stampato in bella vista sulla locandina. Ripresomi dallo choc di una cosí perversa organizzazione, interiorizzato lo smacco di aver visto il tavolo "Amici Miei" ad una pletora di personaggi senza stile, iniziavo a dar corpo alla mia fama da mangiatore da competizione. Adoro il buon cibo ed il buon vino e, a dirla tutta, sono un convinto assertore del motto "meglio campar sazi che morire sani". Che poi data la massiccia presenza di medici in sala, farsi andare qualcosa di traverso non sarebbe stata una grande idea, perchè, litigando su chi e come sarebbe dovuto intervenire sul paziente avrebbero finito col causare il mio prematuro trapasso. Tre antipasti, altrettanti primi, due secondi e tris di dolci, il tutto condito da fiumi di vino e una certa noia. Perchè i medici sono simpatici i primi venti minuti e poi iniziano a parlare di medicina. Senza piú fermarsi. Cosí mentre la mia bella spiegava al suo gaio amico come infilare un catetere ad un vecchio ed il resto della tavolata sparlava di un collega che aveva caricato un certo filmino moolto personale sul web, io scambiavo frasi di circostanza con una tizia di Varese dagli occhi vacui. E mi rompevo solennemente los cojones. Tanto che tra un rosso ed un bianco trovavo delle somiglianze incredibili. Con lo sposo che sembrava il Dott. Chilton de "Il silenzio degli innocenti" mentre il fratello della sposa era pari pari al Trota Bossi. Tra i tavoli si aggirava anche un nano, inquietantemente simile al cattivo di "Austin Powers", probabilmente scappato dal giardino di un pervertito onanista dato che ad ogni passaggio dello sposo alzava il calice e proferiva solo e soltanto la parola Caxxxo. Inutile dire che il pranzo si protraeva fino alle sette e mezza di sera, col sottoscritto che prendeva a spallate una vecchia per accaparrarsi dei confetti, mentre un tristissimo cantante sulla sessantina, ingaggiato dai genitori dello sposo, scimmiottava penosamente Jim Morrison, che in tutta risposta, da qualche parte, si sarà rivoltato nella tomba.
Seguiva, il lancio del bouquet, con buonaparte delle amiche della sposa che schivavano il fatidico mazzo quasi fosse una granata mentre, tale Isabella, che piú realisticamente chiameremo Isabrutta, si esibiva in un triplo carpiato con avvitamento per acchiappare la sua falsa speranza quotidiana.
La storia del giorno finisce quí senza ulterori sussulti. Evviva gli sposi!
giovedì 30 agosto 2012
Esse come sfiga
Se oggi mi cascasse addosso la morte credo faremo scopa o qualcosa di simile. Che il mio carma volesse lanciarmi qualche messaggio non propriamente amichevole l'avevo intuito l'altro ieri, quando dopo aver afferrato per un braccio e lanciato letteralmente verso il giardino un tossicodipendente che non voleva abbandonare la sala d'attesa dello Studio, ho iniziato a sentire una vocina interiore che prospettava sottili ed inattese vendette.
Lui (il tossico) urlava che era una meraviglia, frasi del tipo "Mi stai trattando come un delinquente?!" ed io, con voce alterata ribadivo un concetto che avevo ben chiaro in testa "No, come un rompicoglioni!". Ma questa è un altra storia. Anche se per inciso avevo le migliori ragioni per prendermela con uno che prima si spaccia per cliente dello Studio e poi cerca di vendere dei gatti su cartoncino.
Solo che dopo mi è rimasto il rimorso, in fondo non mi piace esagerare e sotto sotto sapevo di averlo fatto.
Cosí il Karma o chi per lui ha deciso di ricompensarmi con una giornata da dimenticare, di quelle che ti svegli la mattina e scorgendo i nuvoloni al di là della finestra capisci che probabilmente faresti meglio a restare a letto, tanto per limitare i danni.
Cosa che puntualmente non fai e poi...
E poi ti ritrovi a mezzogiorno in ufficio a ricontrollare per caso un importantissimo avviso, di quelli che avevi letto e riletto trenta volte tranne...l'ultima riga! La maledetta rivelatrice di un concetto drammaticamente chiaro: "Hai fatto una cazzata di dimensioni titaniche!"
Suonato questo primo campanello d'allarme attraversi una sorta di dualismo consequenziale
rappresentabile attraverso le seguenti espressioni "No, stiamo calmi, deve esserci un errore..." e "Ahhhhhhhhhhhhhhhhh! Sono ufficialmente fottuto!!!!"
Seguono dei momenti di genuino panico, durante i quali si approntano soluzioni d'emergenza atte solo a peggiorare una situazione già di per sè disperata.
Come la mia brillantissima idea di coinvolgere in tutto questo la collega in codelega, la quale intuendo la portata della nostra super cappellata inscenava una fantastica crisi di panico a mezzo fax.
In attesa che la mia exit strategy da kamikaze desse i suoi frutti sono tornato a casa dove, in vista del mio imminente trasloco avevo appuntamento col proprietario dell'appartamento.
Personaggio viscido giá professionalmente, in quanto geometra, con mani sudaticce e profumo che sa di cortesia. In fondo bisogna sempre diffidare da chi porta i pantaloni con le tasche laterali e si fa un profilo su Badoo in cerca di donne piu giovani di lui ( ebbene si, ho controllato!). Fatto sta che questo simpatico individuo inizia a girare per casa e fotografare, pretendendo la mia partenza immediata per favorire l'ingresso del nuovo inquilino ed il contemporaneo pagamento del mese di settembre (cosí da poter fregare due scemi in un sol colpo). Ma 530 euri son sempre cinquecentotrenta euri e la mia reazione ha rischiato di essere ancor piú violenta di quella avuta col tossico di cui sopra.
Non fosse che la necessità di recuperare le caparre mi ha ricondotto a scelte meno reazionarie del previsto. Quindi a lui l'affitto di una casa che non potrà riaffittare anzi tempo e a me le chiavi di un appartamento che resterà vuoto per un mese.
Mettendo il film in pausa si potrebbe a questo punto convenire sul fatto che il protagonista della storia abbia patito per oggi un numero sufficiente di sfighe, ma cosí non è.
Perchè se la mia pizzeria d'asporto preferita stasera era chiusa, la seconda in ordine di gradimento aveva alzato i prezzi e ridotto la dimensione del prodotto finale.
Cosí affamato e teso come una corda di violino saluto e vado a nanna, per nulla speranzoso sui positivi esiti del mio tour bolognese di domani.
Nessuno mi leverà dalla testa che quel tossico fosse un potente stregone zingaro e che abbia in qualche modo punito la mia intransigenza.
Adios.
Lui (il tossico) urlava che era una meraviglia, frasi del tipo "Mi stai trattando come un delinquente?!" ed io, con voce alterata ribadivo un concetto che avevo ben chiaro in testa "No, come un rompicoglioni!". Ma questa è un altra storia. Anche se per inciso avevo le migliori ragioni per prendermela con uno che prima si spaccia per cliente dello Studio e poi cerca di vendere dei gatti su cartoncino.
Solo che dopo mi è rimasto il rimorso, in fondo non mi piace esagerare e sotto sotto sapevo di averlo fatto.
Cosí il Karma o chi per lui ha deciso di ricompensarmi con una giornata da dimenticare, di quelle che ti svegli la mattina e scorgendo i nuvoloni al di là della finestra capisci che probabilmente faresti meglio a restare a letto, tanto per limitare i danni.
Cosa che puntualmente non fai e poi...
E poi ti ritrovi a mezzogiorno in ufficio a ricontrollare per caso un importantissimo avviso, di quelli che avevi letto e riletto trenta volte tranne...l'ultima riga! La maledetta rivelatrice di un concetto drammaticamente chiaro: "Hai fatto una cazzata di dimensioni titaniche!"
Suonato questo primo campanello d'allarme attraversi una sorta di dualismo consequenziale
rappresentabile attraverso le seguenti espressioni "No, stiamo calmi, deve esserci un errore..." e "Ahhhhhhhhhhhhhhhhh! Sono ufficialmente fottuto!!!!"
Seguono dei momenti di genuino panico, durante i quali si approntano soluzioni d'emergenza atte solo a peggiorare una situazione già di per sè disperata.
Come la mia brillantissima idea di coinvolgere in tutto questo la collega in codelega, la quale intuendo la portata della nostra super cappellata inscenava una fantastica crisi di panico a mezzo fax.
In attesa che la mia exit strategy da kamikaze desse i suoi frutti sono tornato a casa dove, in vista del mio imminente trasloco avevo appuntamento col proprietario dell'appartamento.
Personaggio viscido giá professionalmente, in quanto geometra, con mani sudaticce e profumo che sa di cortesia. In fondo bisogna sempre diffidare da chi porta i pantaloni con le tasche laterali e si fa un profilo su Badoo in cerca di donne piu giovani di lui ( ebbene si, ho controllato!). Fatto sta che questo simpatico individuo inizia a girare per casa e fotografare, pretendendo la mia partenza immediata per favorire l'ingresso del nuovo inquilino ed il contemporaneo pagamento del mese di settembre (cosí da poter fregare due scemi in un sol colpo). Ma 530 euri son sempre cinquecentotrenta euri e la mia reazione ha rischiato di essere ancor piú violenta di quella avuta col tossico di cui sopra.
Non fosse che la necessità di recuperare le caparre mi ha ricondotto a scelte meno reazionarie del previsto. Quindi a lui l'affitto di una casa che non potrà riaffittare anzi tempo e a me le chiavi di un appartamento che resterà vuoto per un mese.
Mettendo il film in pausa si potrebbe a questo punto convenire sul fatto che il protagonista della storia abbia patito per oggi un numero sufficiente di sfighe, ma cosí non è.
Perchè se la mia pizzeria d'asporto preferita stasera era chiusa, la seconda in ordine di gradimento aveva alzato i prezzi e ridotto la dimensione del prodotto finale.
Cosí affamato e teso come una corda di violino saluto e vado a nanna, per nulla speranzoso sui positivi esiti del mio tour bolognese di domani.
Nessuno mi leverà dalla testa che quel tossico fosse un potente stregone zingaro e che abbia in qualche modo punito la mia intransigenza.
Adios.
lunedì 27 agosto 2012
Sembra ieri
Me l'avessero detto un anno fa di tutti questi stravolgimenti, credo avrei preso a calci il mio interlocutore e proncunciato qualche frase solenne sulla follia della gente. Ma questo 2012 che per me di normale ha proprio poco, ha deciso di scrivere sulla lavagna dei ricordi la parola rivoluzione a caratteri cubitali, utilizzando i toni piú accesi del rosso.
Verosimilmente dalla settimana prossima si cambia tutto. Casa, città e lavoro, non senza rimpianti, ma con la consapevolezza che non si sarebbe potuto fare diversamente, tenuto conto delle circostanze. Pertanto, quelli che mi lascio alle spalle sono gli ultimi giorni passati a stretto contatto con le persone che per dieci anni hanno rappresentato la mia famiglia putativa lontano da casa. È impressionante come un arco di tempo cosí lungo possa scorrere tanto velocemente, lasciando dietro di se affetti, ricordi ed esperienze, ma anche un grande senso di vuoto. Quello che ho provato sabato mattina, stipando a bordo di due auto di medie dimensioni quanto accumulato dal 2001 ad oggi. Ogni abito cosí come ogni oggetto era legato ad un periodo, figlio di una qualche situazione intrisa, a propria volta, di quel senso della vita che per me resterà sempre un grosso punto interrogativo. C'era il bambolotto gonfiabile con cui mi hanno costretto a girare il giorno della laurea, la cravatta
porta fortuna per le udienze importanti, quel regalo trash di Cristiana, una testa divina con sotto inciso Zeus a cui lei, con arguzia, aveva aggiunto a pennarello "la capa di..."
Cose che in fondo manco sapevo di avere, evocative di sceneggiature in cui io, protagonista assoluto, incontro una Guest Star del periodo X della mia vita, faccio evolvere il nostro rapporto e poi da spettatore annoiato osservo i titoli di coda, in barba ai sentimenti ed ai buoni propositi.
Cose scritte, rigorosamente a mano ed in bella copia. Lettere di qualcuno che non c'è piú, come le istruzioni di mio nonno vergate su di un vecchio calendario, un quaderno con un "ti voglio bene" griffato mamma ed appoggiato sulla scrivania mentre dormivo, in una primissima mattina di febbraio. Lettere della persona che a distanza di quattro anni riempie ancora troppi momenti di vuoto nella mia schematica esistenza.
Il verbale della prima causa vinta, un articolo di giornale col mio nome ed un coltello della seconda guerra mondiale comprato in un mercatino delle pulci e abbandonato in un cassetto, in attesa magari di un terzo conflitto.
Cosa proveró tra meno di una settimana nel chiudermi la porta dietro le spalle sapendo che non torneró piú quí? Difficile dirlo. Perchè è già straziante convivere con l'aria da afflizione generale che regna tra le persone che conosco e non comprendono la mia decisione di cambiare aria. Dal mio capo, che perde il suo golden boy low cost ad F., che se non si è messo a piangere poco ci manca. I rapporti umani, in fondo, sono delle formule piú o meno bilanciate di egoismo, in cui a turno figuriamo come sfruttatori o sfruttati. Per questo nel dirigermi verso una rotta non meglio evidenziata provo un piacevole sollievo, dato dal fatto che dopo dieci anni molte cose si rompono ed aggiustarle non ha piú senso. La riflessione finale è che tutto comincia come non te lo aspetti, si evolve come non immagini e finisce spesso come non vorresti.
Me ne vado in silenzio senza salutare. Odio gli addii, quantomeno perchè dovrebbero essere circoscritti all'ambito tanatologico o essere ribattezzati come "arrivederci con facoltà di recesso". Ma cosí non è purtroppo. A raccontarla fino in fondo poi mi è mancato nel corso degli ultimi mesi quel sostegno di cui avevo assoluto bisogno. Ma è piú una motivazione contestuale che un capo d'imputazione specifico. Che poi si sia trattato di assoluzione con formula piena o dubitativa è tutt'altra storia. Non di condanna comunque.
"Still a little bit of your taste in my mouth
Still a little bit of you laced with my doubt
Still a little hard to say what's going on"
Verosimilmente dalla settimana prossima si cambia tutto. Casa, città e lavoro, non senza rimpianti, ma con la consapevolezza che non si sarebbe potuto fare diversamente, tenuto conto delle circostanze. Pertanto, quelli che mi lascio alle spalle sono gli ultimi giorni passati a stretto contatto con le persone che per dieci anni hanno rappresentato la mia famiglia putativa lontano da casa. È impressionante come un arco di tempo cosí lungo possa scorrere tanto velocemente, lasciando dietro di se affetti, ricordi ed esperienze, ma anche un grande senso di vuoto. Quello che ho provato sabato mattina, stipando a bordo di due auto di medie dimensioni quanto accumulato dal 2001 ad oggi. Ogni abito cosí come ogni oggetto era legato ad un periodo, figlio di una qualche situazione intrisa, a propria volta, di quel senso della vita che per me resterà sempre un grosso punto interrogativo. C'era il bambolotto gonfiabile con cui mi hanno costretto a girare il giorno della laurea, la cravatta
porta fortuna per le udienze importanti, quel regalo trash di Cristiana, una testa divina con sotto inciso Zeus a cui lei, con arguzia, aveva aggiunto a pennarello "la capa di..."
Cose che in fondo manco sapevo di avere, evocative di sceneggiature in cui io, protagonista assoluto, incontro una Guest Star del periodo X della mia vita, faccio evolvere il nostro rapporto e poi da spettatore annoiato osservo i titoli di coda, in barba ai sentimenti ed ai buoni propositi.
Cose scritte, rigorosamente a mano ed in bella copia. Lettere di qualcuno che non c'è piú, come le istruzioni di mio nonno vergate su di un vecchio calendario, un quaderno con un "ti voglio bene" griffato mamma ed appoggiato sulla scrivania mentre dormivo, in una primissima mattina di febbraio. Lettere della persona che a distanza di quattro anni riempie ancora troppi momenti di vuoto nella mia schematica esistenza.
Il verbale della prima causa vinta, un articolo di giornale col mio nome ed un coltello della seconda guerra mondiale comprato in un mercatino delle pulci e abbandonato in un cassetto, in attesa magari di un terzo conflitto.
Cosa proveró tra meno di una settimana nel chiudermi la porta dietro le spalle sapendo che non torneró piú quí? Difficile dirlo. Perchè è già straziante convivere con l'aria da afflizione generale che regna tra le persone che conosco e non comprendono la mia decisione di cambiare aria. Dal mio capo, che perde il suo golden boy low cost ad F., che se non si è messo a piangere poco ci manca. I rapporti umani, in fondo, sono delle formule piú o meno bilanciate di egoismo, in cui a turno figuriamo come sfruttatori o sfruttati. Per questo nel dirigermi verso una rotta non meglio evidenziata provo un piacevole sollievo, dato dal fatto che dopo dieci anni molte cose si rompono ed aggiustarle non ha piú senso. La riflessione finale è che tutto comincia come non te lo aspetti, si evolve come non immagini e finisce spesso come non vorresti.
Me ne vado in silenzio senza salutare. Odio gli addii, quantomeno perchè dovrebbero essere circoscritti all'ambito tanatologico o essere ribattezzati come "arrivederci con facoltà di recesso". Ma cosí non è purtroppo. A raccontarla fino in fondo poi mi è mancato nel corso degli ultimi mesi quel sostegno di cui avevo assoluto bisogno. Ma è piú una motivazione contestuale che un capo d'imputazione specifico. Che poi si sia trattato di assoluzione con formula piena o dubitativa è tutt'altra storia. Non di condanna comunque.
"Still a little bit of your taste in my mouth
Still a little bit of you laced with my doubt
Still a little hard to say what's going on"
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