Me l'avessero detto un anno fa di tutti questi stravolgimenti, credo avrei preso a calci il mio interlocutore e proncunciato qualche frase solenne sulla follia della gente. Ma questo 2012 che per me di normale ha proprio poco, ha deciso di scrivere sulla lavagna dei ricordi la parola rivoluzione a caratteri cubitali, utilizzando i toni piú accesi del rosso.
Verosimilmente dalla settimana prossima si cambia tutto. Casa, città e lavoro, non senza rimpianti, ma con la consapevolezza che non si sarebbe potuto fare diversamente, tenuto conto delle circostanze. Pertanto, quelli che mi lascio alle spalle sono gli ultimi giorni passati a stretto contatto con le persone che per dieci anni hanno rappresentato la mia famiglia putativa lontano da casa. È impressionante come un arco di tempo cosí lungo possa scorrere tanto velocemente, lasciando dietro di se affetti, ricordi ed esperienze, ma anche un grande senso di vuoto. Quello che ho provato sabato mattina, stipando a bordo di due auto di medie dimensioni quanto accumulato dal 2001 ad oggi. Ogni abito cosí come ogni oggetto era legato ad un periodo, figlio di una qualche situazione intrisa, a propria volta, di quel senso della vita che per me resterà sempre un grosso punto interrogativo. C'era il bambolotto gonfiabile con cui mi hanno costretto a girare il giorno della laurea, la cravatta
porta fortuna per le udienze importanti, quel regalo trash di Cristiana, una testa divina con sotto inciso Zeus a cui lei, con arguzia, aveva aggiunto a pennarello "la capa di..."
Cose che in fondo manco sapevo di avere, evocative di sceneggiature in cui io, protagonista assoluto, incontro una Guest Star del periodo X della mia vita, faccio evolvere il nostro rapporto e poi da spettatore annoiato osservo i titoli di coda, in barba ai sentimenti ed ai buoni propositi.
Cose scritte, rigorosamente a mano ed in bella copia. Lettere di qualcuno che non c'è piú, come le istruzioni di mio nonno vergate su di un vecchio calendario, un quaderno con un "ti voglio bene" griffato mamma ed appoggiato sulla scrivania mentre dormivo, in una primissima mattina di febbraio. Lettere della persona che a distanza di quattro anni riempie ancora troppi momenti di vuoto nella mia schematica esistenza.
Il verbale della prima causa vinta, un articolo di giornale col mio nome ed un coltello della seconda guerra mondiale comprato in un mercatino delle pulci e abbandonato in un cassetto, in attesa magari di un terzo conflitto.
Cosa proveró tra meno di una settimana nel chiudermi la porta dietro le spalle sapendo che non torneró piú quí? Difficile dirlo. Perchè è già straziante convivere con l'aria da afflizione generale che regna tra le persone che conosco e non comprendono la mia decisione di cambiare aria. Dal mio capo, che perde il suo golden boy low cost ad F., che se non si è messo a piangere poco ci manca. I rapporti umani, in fondo, sono delle formule piú o meno bilanciate di egoismo, in cui a turno figuriamo come sfruttatori o sfruttati. Per questo nel dirigermi verso una rotta non meglio evidenziata provo un piacevole sollievo, dato dal fatto che dopo dieci anni molte cose si rompono ed aggiustarle non ha piú senso. La riflessione finale è che tutto comincia come non te lo aspetti, si evolve come non immagini e finisce spesso come non vorresti.
Me ne vado in silenzio senza salutare. Odio gli addii, quantomeno perchè dovrebbero essere circoscritti all'ambito tanatologico o essere ribattezzati come "arrivederci con facoltà di recesso". Ma cosí non è purtroppo. A raccontarla fino in fondo poi mi è mancato nel corso degli ultimi mesi quel sostegno di cui avevo assoluto bisogno. Ma è piú una motivazione contestuale che un capo d'imputazione specifico. Che poi si sia trattato di assoluzione con formula piena o dubitativa è tutt'altra storia. Non di condanna comunque.
"Still a little bit of your taste in my mouth
Still a little bit of you laced with my doubt
Still a little hard to say what's going on"
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lunedì 27 agosto 2012
lunedì 23 luglio 2012
Chiamiamole soddisfazioni
Prima o poi tornano tutte, le donne, raccontava sornione tale Andrea, un personaggio assurdo in puro stile "Milano da bere" che si aggirava tra i corridoi della facoltá qualche anno or sono. Solo che non specificava come o sotto quale forma, queste ex o presunte tali, finite per qualche motivo nel dimenticatoio, facciano il loro ritorno sulla scena.
A 23 anni avevo un amico di nome David, che si comportava da predatore sessuale con qualsiasi tipa dotata di funzionalità respiratorie primarie, un'amica di nome Diletta, gnocca e matta come un cavallo ed un seminario di medicina legale da portare a termine in vista dell'esame. Ahimè, tale incombenza, consisteva in un'autopsia. Il fatto che poi fossi andato a vantarmi di questa cosa con David, il quale aveva deciso di presentarsi la mattina seguente all'istituto di medicina legale assieme ad una biondina slavata che tampinava quel periodo, pur senza essere iscritto al corso, è un evento del tutto trascurabile. Quantomeno perchè effettivamente quella giornata prenatalizia, ognuno dei partecipanti al corso aveva deciso di portarsi dietro qualcuno per assistere all'autopsia, in una sorta di delirio tanatologico generalizzato. I piú fortunati si erano presentati con la morosa, i meno saggi con colei che speravano lo sarebbe diventato e gli indecisi avevano girato l'invito ad amici/coinquilini.
Io, che per natura sono anticoformista, dopo che tutti quelli che conoscevo avevano optato per invitare tizia o caio a questo pseudo splatter in 3D, alla fine mi ero fatto accompagnare dalle due persone piú brillanti e fascinose che conosca: me e me stesso.
Ad accoglierci, una sorta di Jason Myers in salsa emiliana, che dopo averci disgutato raccontandoci di aver appena assaggiato qualcosa che arrivava dalla saletta in cui di lí a poco saremo entrati, ci mostrava orgoglioso i ferri del mestiere.
Quel che ne seguiva era abbastanza bizzarro. Perchè mentre l'anatomopatologo iniziava a sezionare quel poco che restava di un povero vecchietto finito sotto un'auto, una buona metá dei presenti, iniziava a svenire o a dare di stomaco. La bizzarria, appunto, era rappresentata dal fatto che a cadere per primi fossero stati gli studenti di medicina, mentre noi giuristi al contrario, mantenevamo una certa soliditá di stomaco. Ma non di nervi. Tanto che tale Maurizio da Mantova, dopo una battutaccia sul tiramisú, nel vedere la calotta cranica del vecchio scoperchiata, si appoggiava alla porta d'ingresso ed andava giú in verticale, sotto lo sguardo attonito della morettina con cui intrallazzava. David, impassibile, continuava a fare il maniaco con la biondina, incurante del fatto che l'alito della stessa puzzasse ben di piú del cadavere che avevamo di fronte. Io mi annoiavo. E a dirla tutta trovavo terribilmente ingiusto che tutti tranne me avessero qualcuno con cui interloquire. Poi ho visto lei. Che stava per dare di stomaco come metá degli astanti, ma era bella al di là di qualsiasi definizione, anche con una mano sulla bocca ed il viso stravolto. Occhi e capelli corvini, pelle di porcellana ed un generosissimo decolletè. Io ed i miei ormoni ci eravamo rimasti secchi. Seguiva un approccio, tenero e goffo come puó essere solo quello di un ventunenne venuto dal paesello con una ragazza di città, per giunta piú grande di lui. A distanza di anni ci rido un po sú, se ripenso a quella situazione. Cosí come quel giorno interpretavo i suoi spasmi da nausea come risate alle mie brillanti battute, nei mesi seguenti mi sarei incapponito a credere di poter ottenere da quella ragazza una lunga e meravigliosa storia d'amore. Ma cosí non era. Perchè Alice era una profumiera (termine particolarmente in voga al tempo per indicare una che -cit- "te la fa annusare senza dartela") ed io, per restare in tema, una cane da tartufi con l'olfatto scombinato. Diletta, la matta di cui sopra, me l'aveva detto da subito: GAME OVER, amico mio, quando si metterà con te nevicherà all'inferno!
Ma come mio solito, forse mosso da un'incrollabile fiducia nella metereologia applicata ai sentimenti proseguivo in questa folle corsa. Arrivavo a presentarmi davanti al negozio dove lei lavorava con una rosa in mano e, peggio ancora, danzare su di un cubo con lei avvinghiata addosso (per inciso: odio ballare, odio le discoteche ed anche i parallelepipedi mi stanno un filo sulle scatole).
La magia si rompeva quando, pochi mesi piú tardi, lei mi faceva la classica domanda che una persona prossima all'innamoramento spera di non sentirsi mai rivolgere: "Ma non sarà mica vera questa storia che ti piaccio?! Non voglio certo rovinare una cosí bella amicizia". Evitavo con molta eleganza di darle la risposta che avrebbe meritato (bitch) eclissandomi dalla realtà per un paio di mesi. In fondo lo diceva anche Gianni Agnelli: ci si innamora a vent'anni, dopo si innamorano soltanto le cameriere. Ed io avevo seguito il verbo, idealizzando sulle note distorte del cuore questa persona cosí estranea al mio mondo. La sofferenza per quel rifiuto si rarefaceva nei cinque mesi che seguivano, brillantemente esemplificata da una frase del mio amico G., che oltre ad avere delle serie riserve su Alice, contestava la mia decisione di aver troncato, per correrle dietro, la mia relazione con una ragazza di nome Cristiana. "Tu" mi diceva, "sei il maestro supremo delle cazzate in buona fede, perchè per correttezza hai mollato una che era persa di te, per correr dietro a quella là che già sapevi non ci sarebbe stata. Avevi la Ferrari, ti sei fermato al semaforo e hai visto una Subaru. Hai dato via per poco la tua sportiva italiana e non sei riuscito a comprare una berlinetta giapponese per tamarri. Adesso, caro mio, giri in monopattino e te lo fai pure piacere".
Passavano sette anni e una mattina di febbraio da quella frase. Il tempo per ritrovare il suo sguardo e forse anche una piccola parte di me, poco dopo l'ingresso della sezione civile, tra la guardiola della vigilanza e le iscrizioni a ruolo. Non so a quale dei miei sfaccendati neuroni dare la colpa per averle rivelato che in Studio serviva disperatamente una civilista, ma so che la scelta apparentemente suicida di sponsorizzarla addirittura col capo portava il mio marchio di fabbrica. Questo accadeva piú di due anni fa. Anni, passati a lavorare gomito a gomito, a litigare, a ridere, a confidarsi, creando un menage professionale di tutto rispetto.
Ma, soprattutto a fare delle scoperte sconvolgenti. Perchè se vivi per nove ore al giorno con una che ti ha rifilato un bel due di picche, per giunta dopo averti dato un bel pó di corda per giocare all'impiccato, finisci col diventare il suo confidente, scoperchiando quel metafisico Vaso di Pandora in cui si rivoltano le tue peggiori paure. Cosí dopo lunghi anni passati nella convinzione di non essere abbastanza per una cosí, scopri di avere al contrario qualcosa di troppo. Nell'ordine dei venti centimetri. Di altezza, non siate maliziosi!
Perchè a lei piacciono i nani. Incredibile ma vero. Sindrome da Biancaneve o complesso Edipico rovesciato che dir si voglia io avevo la brutta abitudine di presentarmi sul cavallo bianco quando, au contraire, le regole del gioco imponevano il minipony.
Un paio di loro, particolarmente corrucciati, si sono presentati sabato alla sua festa di nozze.
I centosessantadue centimetri di sposo saranno al quanto remunerativi, per lei, che nello scambio ha guadagnato una festa post matrimonio da quarantamila euri, un diamante che sarà costato la vita a sei o sette minatori ed una grande villa, nel cui parco si è svolto il ricevimento. Ci fossero stati gli altri quattro, avrei preso da parte lo sposo per allinearli di fronte al laghetto.
A 23 anni avevo un amico di nome David, che si comportava da predatore sessuale con qualsiasi tipa dotata di funzionalità respiratorie primarie, un'amica di nome Diletta, gnocca e matta come un cavallo ed un seminario di medicina legale da portare a termine in vista dell'esame. Ahimè, tale incombenza, consisteva in un'autopsia. Il fatto che poi fossi andato a vantarmi di questa cosa con David, il quale aveva deciso di presentarsi la mattina seguente all'istituto di medicina legale assieme ad una biondina slavata che tampinava quel periodo, pur senza essere iscritto al corso, è un evento del tutto trascurabile. Quantomeno perchè effettivamente quella giornata prenatalizia, ognuno dei partecipanti al corso aveva deciso di portarsi dietro qualcuno per assistere all'autopsia, in una sorta di delirio tanatologico generalizzato. I piú fortunati si erano presentati con la morosa, i meno saggi con colei che speravano lo sarebbe diventato e gli indecisi avevano girato l'invito ad amici/coinquilini.
Io, che per natura sono anticoformista, dopo che tutti quelli che conoscevo avevano optato per invitare tizia o caio a questo pseudo splatter in 3D, alla fine mi ero fatto accompagnare dalle due persone piú brillanti e fascinose che conosca: me e me stesso.
Ad accoglierci, una sorta di Jason Myers in salsa emiliana, che dopo averci disgutato raccontandoci di aver appena assaggiato qualcosa che arrivava dalla saletta in cui di lí a poco saremo entrati, ci mostrava orgoglioso i ferri del mestiere.
Quel che ne seguiva era abbastanza bizzarro. Perchè mentre l'anatomopatologo iniziava a sezionare quel poco che restava di un povero vecchietto finito sotto un'auto, una buona metá dei presenti, iniziava a svenire o a dare di stomaco. La bizzarria, appunto, era rappresentata dal fatto che a cadere per primi fossero stati gli studenti di medicina, mentre noi giuristi al contrario, mantenevamo una certa soliditá di stomaco. Ma non di nervi. Tanto che tale Maurizio da Mantova, dopo una battutaccia sul tiramisú, nel vedere la calotta cranica del vecchio scoperchiata, si appoggiava alla porta d'ingresso ed andava giú in verticale, sotto lo sguardo attonito della morettina con cui intrallazzava. David, impassibile, continuava a fare il maniaco con la biondina, incurante del fatto che l'alito della stessa puzzasse ben di piú del cadavere che avevamo di fronte. Io mi annoiavo. E a dirla tutta trovavo terribilmente ingiusto che tutti tranne me avessero qualcuno con cui interloquire. Poi ho visto lei. Che stava per dare di stomaco come metá degli astanti, ma era bella al di là di qualsiasi definizione, anche con una mano sulla bocca ed il viso stravolto. Occhi e capelli corvini, pelle di porcellana ed un generosissimo decolletè. Io ed i miei ormoni ci eravamo rimasti secchi. Seguiva un approccio, tenero e goffo come puó essere solo quello di un ventunenne venuto dal paesello con una ragazza di città, per giunta piú grande di lui. A distanza di anni ci rido un po sú, se ripenso a quella situazione. Cosí come quel giorno interpretavo i suoi spasmi da nausea come risate alle mie brillanti battute, nei mesi seguenti mi sarei incapponito a credere di poter ottenere da quella ragazza una lunga e meravigliosa storia d'amore. Ma cosí non era. Perchè Alice era una profumiera (termine particolarmente in voga al tempo per indicare una che -cit- "te la fa annusare senza dartela") ed io, per restare in tema, una cane da tartufi con l'olfatto scombinato. Diletta, la matta di cui sopra, me l'aveva detto da subito: GAME OVER, amico mio, quando si metterà con te nevicherà all'inferno!
Ma come mio solito, forse mosso da un'incrollabile fiducia nella metereologia applicata ai sentimenti proseguivo in questa folle corsa. Arrivavo a presentarmi davanti al negozio dove lei lavorava con una rosa in mano e, peggio ancora, danzare su di un cubo con lei avvinghiata addosso (per inciso: odio ballare, odio le discoteche ed anche i parallelepipedi mi stanno un filo sulle scatole).
La magia si rompeva quando, pochi mesi piú tardi, lei mi faceva la classica domanda che una persona prossima all'innamoramento spera di non sentirsi mai rivolgere: "Ma non sarà mica vera questa storia che ti piaccio?! Non voglio certo rovinare una cosí bella amicizia". Evitavo con molta eleganza di darle la risposta che avrebbe meritato (bitch) eclissandomi dalla realtà per un paio di mesi. In fondo lo diceva anche Gianni Agnelli: ci si innamora a vent'anni, dopo si innamorano soltanto le cameriere. Ed io avevo seguito il verbo, idealizzando sulle note distorte del cuore questa persona cosí estranea al mio mondo. La sofferenza per quel rifiuto si rarefaceva nei cinque mesi che seguivano, brillantemente esemplificata da una frase del mio amico G., che oltre ad avere delle serie riserve su Alice, contestava la mia decisione di aver troncato, per correrle dietro, la mia relazione con una ragazza di nome Cristiana. "Tu" mi diceva, "sei il maestro supremo delle cazzate in buona fede, perchè per correttezza hai mollato una che era persa di te, per correr dietro a quella là che già sapevi non ci sarebbe stata. Avevi la Ferrari, ti sei fermato al semaforo e hai visto una Subaru. Hai dato via per poco la tua sportiva italiana e non sei riuscito a comprare una berlinetta giapponese per tamarri. Adesso, caro mio, giri in monopattino e te lo fai pure piacere".
Passavano sette anni e una mattina di febbraio da quella frase. Il tempo per ritrovare il suo sguardo e forse anche una piccola parte di me, poco dopo l'ingresso della sezione civile, tra la guardiola della vigilanza e le iscrizioni a ruolo. Non so a quale dei miei sfaccendati neuroni dare la colpa per averle rivelato che in Studio serviva disperatamente una civilista, ma so che la scelta apparentemente suicida di sponsorizzarla addirittura col capo portava il mio marchio di fabbrica. Questo accadeva piú di due anni fa. Anni, passati a lavorare gomito a gomito, a litigare, a ridere, a confidarsi, creando un menage professionale di tutto rispetto.
Ma, soprattutto a fare delle scoperte sconvolgenti. Perchè se vivi per nove ore al giorno con una che ti ha rifilato un bel due di picche, per giunta dopo averti dato un bel pó di corda per giocare all'impiccato, finisci col diventare il suo confidente, scoperchiando quel metafisico Vaso di Pandora in cui si rivoltano le tue peggiori paure. Cosí dopo lunghi anni passati nella convinzione di non essere abbastanza per una cosí, scopri di avere al contrario qualcosa di troppo. Nell'ordine dei venti centimetri. Di altezza, non siate maliziosi!
Perchè a lei piacciono i nani. Incredibile ma vero. Sindrome da Biancaneve o complesso Edipico rovesciato che dir si voglia io avevo la brutta abitudine di presentarmi sul cavallo bianco quando, au contraire, le regole del gioco imponevano il minipony.
Un paio di loro, particolarmente corrucciati, si sono presentati sabato alla sua festa di nozze.
I centosessantadue centimetri di sposo saranno al quanto remunerativi, per lei, che nello scambio ha guadagnato una festa post matrimonio da quarantamila euri, un diamante che sarà costato la vita a sei o sette minatori ed una grande villa, nel cui parco si è svolto il ricevimento. Ci fossero stati gli altri quattro, avrei preso da parte lo sposo per allinearli di fronte al laghetto.
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lunedì 7 novembre 2011
Piovosamente
Cerco il bottone "trash" ma non lo trovo, nel disperato ma poco convinto tentativo di archiviare quest'antipatica settimana, fatta di buone azioni che non resteranno impunite e impegni accatastati come gli scatoloni di un trasoloco interrotto. Nel corso degli anni tutto, o quasi, è sempre sembrato scivolarmi addosso, almeno sul versante professionale, mentre su quello umano, fatti salvi gli eventi a forte grado di prossimità, ho sempre cercato di non drammatizzare, traducendo il tutto in una partecipazione emotiva di durata non superiore alle 48 ore solari. Nel senso che la notte dormo e di giorno, se del caso, faccio lavorare sinapsi e coscienza. Purtroppo, ad un certo punto della storia capita qualcosa che mi scombina i piani, ricordandomi che son nudo al di là di ogni evidenza, prescindendo dalle proporzioni del guardaroba su cui pensavo di poter fare affidamento. Ho avvertito i primi spifferi Venerdì scorso, con un fax recapitato per sbaglio sulla mia scrivania e con lui la scoperta, scomoda finchè si vuole, che una coppia di amici, parte integrante della mia famiglia allargata, era in difficoltà. Decisione tragica del sottoscritto: prendere la situazione in mano e aiutarli a venirne fuori. Nell'assumere questa iniziativa avrei dovuto valutare il fatto che chi ben comincia è a metà dell'opera destinata a finir male. Così, adesso, dopo sani esperimenti di equilibrismo giuridico, volti ad esercitare un positivo condizionamento su un cliente e una collega, mi ritrovo col prosaico pugno di mosche in mano. In fondo, quando si tratta di amici, il fatto di mettere in pericolo il mio scintillante deretano, non è considerata un'iniziativa degna di apprezzamento, almeno da parte dei diretti interessati. Non mi si contestano ne tempi, ne modi, ne risultati, accusandomi però di aver vinto solo ai supplementari, una partita che solo per affetto ho deciso di giocare al posto di qualcun altro. Ed arrivati a questo punto sono molto arrabbiato con me stesso, per non aver seguito la regola aurea del lasciar cuocere il mio prossimo nel sano brodo degli stolti, e forse anche per il dubbio, che mi assilla, di non aver fatto abbastanza. Tralasciando il fatto che il tutto mi costerà una discreta cifra, oltre a un'ottima bottiglia di Sauternes che ieri, per festeggiare la positiva chiusura della vicenda, ho porato a casa dei salvati/insoddisfatti. Alemo quella, però, se la sono bevuta.
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