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martedì 31 luglio 2012
Pensierini post vacanzieri, atto primo.
1. Non sperare di trovare posto su un treno diretto prenotando il giorno stesso della partenza.
2. L'unico regionale disponibile avrà l'aria condizionata rotta, in particolar modo nelle carrozze di prima classe.
3. Nel caso decidessi di provvedere allo spostamento con "mezzi propri" rimpiangerai amaramente la decisione assunta qualche anno prima di acquistare un fuoristrada vintage al posto di una comoda berlina.
4. Duecento destrieri sotto al sedere, un'aerodinamica da scatolone dell'Ikea, tre tonnellate abbondanti e quattro gomme tassellate ti renderanno il golden boy del benzinaio.
5. Tua suocera deciderà di prendere il controllo della tua vita non appena avrai varcato la soglia di casa.
6. Riuscirà nel predetto intento al secondo tentativo, aggirando le tue impenetrabii difese con un piatto di tagliatelle allo scoglio.
6. Scoprirai perchè tuo suocero si fa vivo solo alle ore dei pasti dopo aver conosciuto in un'unica soluzione tutte tre le sorelle della sua dolce metà.
7. La dicitura "Albergo Bio" è una scorrettissima trovata commerciale per farti sembrare sostenibile una pensione mal arrangiata.
8. Al momento della colazione le procaci ragazze della stanza di sotto avranno diritto a tre cornetti alla nutella appena sfornati cadauna. Tu potrai aspirare ad una sfogliatina vuota del giorno prima e, a Dio piacendo, un calcio nelle palle da parte del barista.
9. Tuo padre tenderà a telefornare dopo i pasti per ammorbarti con i suoi problemi.
10. Sacrificherai preziose ore di sonno mattutino per andare a trovare in spiaggia una cara amica della tua lei ed il suo simpatico frugoletto.
11. Tratterrai i tuoi istinti ritorsivi nei confronti del treenne che, tra gli sguardi compiaciuti dei presenti deciderà di utilizzarti come grosso pupazzo personale.
12. I tuoi beceri commenti sulla cugina transoceanica e la sua amica platinata saranno colti in una tavolata affollata e chiassosa dalla nonna della tua lei che, per inciso, credevi sorda.
13. A proposito: grazie Amplifon!
14. Andando a far serata in uno sperduto paesello incontrerai esattamente le due persone per merito delle quali ti eri allontanato dalla città.
15. Se sei cresciuto in Sardegna il contatto diretto col mare Adriatico potrebbe traumatizzarti, soprattutto nel momento in cui non scorgi piú la sagoma dei piedi in dieci miseri cm d'acqua.
16. I ristoranti di montagna non hanno bancomat o se ce l'hanno non funziona.
17. Nell'ipotesi di cui sopra avrai contanti limitati, un ricco e prelibato menú, fame da competizione e l'enigma da grande fratello sulla portata da mandare in nomination.
18. Il cameriere a cui stai simpatico non avrà ovviamente alcun potere decisionale Su quanto esce dalla cucina.
19. Comprerai a carissimo prezzo un paio d'infradito teutoniche che faranno a fette il tuo poveroitalico piede.
20. Dirai sempre il contrario di quello che pensi, riscuotendo nella migliore delle ipotesi dei tiepidi consensi.
lunedì 23 luglio 2012
Chiamiamole soddisfazioni
Prima o poi tornano tutte, le donne, raccontava sornione tale Andrea, un personaggio assurdo in puro stile "Milano da bere" che si aggirava tra i corridoi della facoltá qualche anno or sono. Solo che non specificava come o sotto quale forma, queste ex o presunte tali, finite per qualche motivo nel dimenticatoio, facciano il loro ritorno sulla scena.
A 23 anni avevo un amico di nome David, che si comportava da predatore sessuale con qualsiasi tipa dotata di funzionalità respiratorie primarie, un'amica di nome Diletta, gnocca e matta come un cavallo ed un seminario di medicina legale da portare a termine in vista dell'esame. Ahimè, tale incombenza, consisteva in un'autopsia. Il fatto che poi fossi andato a vantarmi di questa cosa con David, il quale aveva deciso di presentarsi la mattina seguente all'istituto di medicina legale assieme ad una biondina slavata che tampinava quel periodo, pur senza essere iscritto al corso, è un evento del tutto trascurabile. Quantomeno perchè effettivamente quella giornata prenatalizia, ognuno dei partecipanti al corso aveva deciso di portarsi dietro qualcuno per assistere all'autopsia, in una sorta di delirio tanatologico generalizzato. I piú fortunati si erano presentati con la morosa, i meno saggi con colei che speravano lo sarebbe diventato e gli indecisi avevano girato l'invito ad amici/coinquilini.
Io, che per natura sono anticoformista, dopo che tutti quelli che conoscevo avevano optato per invitare tizia o caio a questo pseudo splatter in 3D, alla fine mi ero fatto accompagnare dalle due persone piú brillanti e fascinose che conosca: me e me stesso.
Ad accoglierci, una sorta di Jason Myers in salsa emiliana, che dopo averci disgutato raccontandoci di aver appena assaggiato qualcosa che arrivava dalla saletta in cui di lí a poco saremo entrati, ci mostrava orgoglioso i ferri del mestiere.
Quel che ne seguiva era abbastanza bizzarro. Perchè mentre l'anatomopatologo iniziava a sezionare quel poco che restava di un povero vecchietto finito sotto un'auto, una buona metá dei presenti, iniziava a svenire o a dare di stomaco. La bizzarria, appunto, era rappresentata dal fatto che a cadere per primi fossero stati gli studenti di medicina, mentre noi giuristi al contrario, mantenevamo una certa soliditá di stomaco. Ma non di nervi. Tanto che tale Maurizio da Mantova, dopo una battutaccia sul tiramisú, nel vedere la calotta cranica del vecchio scoperchiata, si appoggiava alla porta d'ingresso ed andava giú in verticale, sotto lo sguardo attonito della morettina con cui intrallazzava. David, impassibile, continuava a fare il maniaco con la biondina, incurante del fatto che l'alito della stessa puzzasse ben di piú del cadavere che avevamo di fronte. Io mi annoiavo. E a dirla tutta trovavo terribilmente ingiusto che tutti tranne me avessero qualcuno con cui interloquire. Poi ho visto lei. Che stava per dare di stomaco come metá degli astanti, ma era bella al di là di qualsiasi definizione, anche con una mano sulla bocca ed il viso stravolto. Occhi e capelli corvini, pelle di porcellana ed un generosissimo decolletè. Io ed i miei ormoni ci eravamo rimasti secchi. Seguiva un approccio, tenero e goffo come puó essere solo quello di un ventunenne venuto dal paesello con una ragazza di città, per giunta piú grande di lui. A distanza di anni ci rido un po sú, se ripenso a quella situazione. Cosí come quel giorno interpretavo i suoi spasmi da nausea come risate alle mie brillanti battute, nei mesi seguenti mi sarei incapponito a credere di poter ottenere da quella ragazza una lunga e meravigliosa storia d'amore. Ma cosí non era. Perchè Alice era una profumiera (termine particolarmente in voga al tempo per indicare una che -cit- "te la fa annusare senza dartela") ed io, per restare in tema, una cane da tartufi con l'olfatto scombinato. Diletta, la matta di cui sopra, me l'aveva detto da subito: GAME OVER, amico mio, quando si metterà con te nevicherà all'inferno!
Ma come mio solito, forse mosso da un'incrollabile fiducia nella metereologia applicata ai sentimenti proseguivo in questa folle corsa. Arrivavo a presentarmi davanti al negozio dove lei lavorava con una rosa in mano e, peggio ancora, danzare su di un cubo con lei avvinghiata addosso (per inciso: odio ballare, odio le discoteche ed anche i parallelepipedi mi stanno un filo sulle scatole).
La magia si rompeva quando, pochi mesi piú tardi, lei mi faceva la classica domanda che una persona prossima all'innamoramento spera di non sentirsi mai rivolgere: "Ma non sarà mica vera questa storia che ti piaccio?! Non voglio certo rovinare una cosí bella amicizia". Evitavo con molta eleganza di darle la risposta che avrebbe meritato (bitch) eclissandomi dalla realtà per un paio di mesi. In fondo lo diceva anche Gianni Agnelli: ci si innamora a vent'anni, dopo si innamorano soltanto le cameriere. Ed io avevo seguito il verbo, idealizzando sulle note distorte del cuore questa persona cosí estranea al mio mondo. La sofferenza per quel rifiuto si rarefaceva nei cinque mesi che seguivano, brillantemente esemplificata da una frase del mio amico G., che oltre ad avere delle serie riserve su Alice, contestava la mia decisione di aver troncato, per correrle dietro, la mia relazione con una ragazza di nome Cristiana. "Tu" mi diceva, "sei il maestro supremo delle cazzate in buona fede, perchè per correttezza hai mollato una che era persa di te, per correr dietro a quella là che già sapevi non ci sarebbe stata. Avevi la Ferrari, ti sei fermato al semaforo e hai visto una Subaru. Hai dato via per poco la tua sportiva italiana e non sei riuscito a comprare una berlinetta giapponese per tamarri. Adesso, caro mio, giri in monopattino e te lo fai pure piacere".
Passavano sette anni e una mattina di febbraio da quella frase. Il tempo per ritrovare il suo sguardo e forse anche una piccola parte di me, poco dopo l'ingresso della sezione civile, tra la guardiola della vigilanza e le iscrizioni a ruolo. Non so a quale dei miei sfaccendati neuroni dare la colpa per averle rivelato che in Studio serviva disperatamente una civilista, ma so che la scelta apparentemente suicida di sponsorizzarla addirittura col capo portava il mio marchio di fabbrica. Questo accadeva piú di due anni fa. Anni, passati a lavorare gomito a gomito, a litigare, a ridere, a confidarsi, creando un menage professionale di tutto rispetto.
Ma, soprattutto a fare delle scoperte sconvolgenti. Perchè se vivi per nove ore al giorno con una che ti ha rifilato un bel due di picche, per giunta dopo averti dato un bel pó di corda per giocare all'impiccato, finisci col diventare il suo confidente, scoperchiando quel metafisico Vaso di Pandora in cui si rivoltano le tue peggiori paure. Cosí dopo lunghi anni passati nella convinzione di non essere abbastanza per una cosí, scopri di avere al contrario qualcosa di troppo. Nell'ordine dei venti centimetri. Di altezza, non siate maliziosi!
Perchè a lei piacciono i nani. Incredibile ma vero. Sindrome da Biancaneve o complesso Edipico rovesciato che dir si voglia io avevo la brutta abitudine di presentarmi sul cavallo bianco quando, au contraire, le regole del gioco imponevano il minipony.
Un paio di loro, particolarmente corrucciati, si sono presentati sabato alla sua festa di nozze.
I centosessantadue centimetri di sposo saranno al quanto remunerativi, per lei, che nello scambio ha guadagnato una festa post matrimonio da quarantamila euri, un diamante che sarà costato la vita a sei o sette minatori ed una grande villa, nel cui parco si è svolto il ricevimento. Ci fossero stati gli altri quattro, avrei preso da parte lo sposo per allinearli di fronte al laghetto.
A 23 anni avevo un amico di nome David, che si comportava da predatore sessuale con qualsiasi tipa dotata di funzionalità respiratorie primarie, un'amica di nome Diletta, gnocca e matta come un cavallo ed un seminario di medicina legale da portare a termine in vista dell'esame. Ahimè, tale incombenza, consisteva in un'autopsia. Il fatto che poi fossi andato a vantarmi di questa cosa con David, il quale aveva deciso di presentarsi la mattina seguente all'istituto di medicina legale assieme ad una biondina slavata che tampinava quel periodo, pur senza essere iscritto al corso, è un evento del tutto trascurabile. Quantomeno perchè effettivamente quella giornata prenatalizia, ognuno dei partecipanti al corso aveva deciso di portarsi dietro qualcuno per assistere all'autopsia, in una sorta di delirio tanatologico generalizzato. I piú fortunati si erano presentati con la morosa, i meno saggi con colei che speravano lo sarebbe diventato e gli indecisi avevano girato l'invito ad amici/coinquilini.
Io, che per natura sono anticoformista, dopo che tutti quelli che conoscevo avevano optato per invitare tizia o caio a questo pseudo splatter in 3D, alla fine mi ero fatto accompagnare dalle due persone piú brillanti e fascinose che conosca: me e me stesso.
Ad accoglierci, una sorta di Jason Myers in salsa emiliana, che dopo averci disgutato raccontandoci di aver appena assaggiato qualcosa che arrivava dalla saletta in cui di lí a poco saremo entrati, ci mostrava orgoglioso i ferri del mestiere.
Quel che ne seguiva era abbastanza bizzarro. Perchè mentre l'anatomopatologo iniziava a sezionare quel poco che restava di un povero vecchietto finito sotto un'auto, una buona metá dei presenti, iniziava a svenire o a dare di stomaco. La bizzarria, appunto, era rappresentata dal fatto che a cadere per primi fossero stati gli studenti di medicina, mentre noi giuristi al contrario, mantenevamo una certa soliditá di stomaco. Ma non di nervi. Tanto che tale Maurizio da Mantova, dopo una battutaccia sul tiramisú, nel vedere la calotta cranica del vecchio scoperchiata, si appoggiava alla porta d'ingresso ed andava giú in verticale, sotto lo sguardo attonito della morettina con cui intrallazzava. David, impassibile, continuava a fare il maniaco con la biondina, incurante del fatto che l'alito della stessa puzzasse ben di piú del cadavere che avevamo di fronte. Io mi annoiavo. E a dirla tutta trovavo terribilmente ingiusto che tutti tranne me avessero qualcuno con cui interloquire. Poi ho visto lei. Che stava per dare di stomaco come metá degli astanti, ma era bella al di là di qualsiasi definizione, anche con una mano sulla bocca ed il viso stravolto. Occhi e capelli corvini, pelle di porcellana ed un generosissimo decolletè. Io ed i miei ormoni ci eravamo rimasti secchi. Seguiva un approccio, tenero e goffo come puó essere solo quello di un ventunenne venuto dal paesello con una ragazza di città, per giunta piú grande di lui. A distanza di anni ci rido un po sú, se ripenso a quella situazione. Cosí come quel giorno interpretavo i suoi spasmi da nausea come risate alle mie brillanti battute, nei mesi seguenti mi sarei incapponito a credere di poter ottenere da quella ragazza una lunga e meravigliosa storia d'amore. Ma cosí non era. Perchè Alice era una profumiera (termine particolarmente in voga al tempo per indicare una che -cit- "te la fa annusare senza dartela") ed io, per restare in tema, una cane da tartufi con l'olfatto scombinato. Diletta, la matta di cui sopra, me l'aveva detto da subito: GAME OVER, amico mio, quando si metterà con te nevicherà all'inferno!
Ma come mio solito, forse mosso da un'incrollabile fiducia nella metereologia applicata ai sentimenti proseguivo in questa folle corsa. Arrivavo a presentarmi davanti al negozio dove lei lavorava con una rosa in mano e, peggio ancora, danzare su di un cubo con lei avvinghiata addosso (per inciso: odio ballare, odio le discoteche ed anche i parallelepipedi mi stanno un filo sulle scatole).
La magia si rompeva quando, pochi mesi piú tardi, lei mi faceva la classica domanda che una persona prossima all'innamoramento spera di non sentirsi mai rivolgere: "Ma non sarà mica vera questa storia che ti piaccio?! Non voglio certo rovinare una cosí bella amicizia". Evitavo con molta eleganza di darle la risposta che avrebbe meritato (bitch) eclissandomi dalla realtà per un paio di mesi. In fondo lo diceva anche Gianni Agnelli: ci si innamora a vent'anni, dopo si innamorano soltanto le cameriere. Ed io avevo seguito il verbo, idealizzando sulle note distorte del cuore questa persona cosí estranea al mio mondo. La sofferenza per quel rifiuto si rarefaceva nei cinque mesi che seguivano, brillantemente esemplificata da una frase del mio amico G., che oltre ad avere delle serie riserve su Alice, contestava la mia decisione di aver troncato, per correrle dietro, la mia relazione con una ragazza di nome Cristiana. "Tu" mi diceva, "sei il maestro supremo delle cazzate in buona fede, perchè per correttezza hai mollato una che era persa di te, per correr dietro a quella là che già sapevi non ci sarebbe stata. Avevi la Ferrari, ti sei fermato al semaforo e hai visto una Subaru. Hai dato via per poco la tua sportiva italiana e non sei riuscito a comprare una berlinetta giapponese per tamarri. Adesso, caro mio, giri in monopattino e te lo fai pure piacere".
Passavano sette anni e una mattina di febbraio da quella frase. Il tempo per ritrovare il suo sguardo e forse anche una piccola parte di me, poco dopo l'ingresso della sezione civile, tra la guardiola della vigilanza e le iscrizioni a ruolo. Non so a quale dei miei sfaccendati neuroni dare la colpa per averle rivelato che in Studio serviva disperatamente una civilista, ma so che la scelta apparentemente suicida di sponsorizzarla addirittura col capo portava il mio marchio di fabbrica. Questo accadeva piú di due anni fa. Anni, passati a lavorare gomito a gomito, a litigare, a ridere, a confidarsi, creando un menage professionale di tutto rispetto.
Ma, soprattutto a fare delle scoperte sconvolgenti. Perchè se vivi per nove ore al giorno con una che ti ha rifilato un bel due di picche, per giunta dopo averti dato un bel pó di corda per giocare all'impiccato, finisci col diventare il suo confidente, scoperchiando quel metafisico Vaso di Pandora in cui si rivoltano le tue peggiori paure. Cosí dopo lunghi anni passati nella convinzione di non essere abbastanza per una cosí, scopri di avere al contrario qualcosa di troppo. Nell'ordine dei venti centimetri. Di altezza, non siate maliziosi!
Perchè a lei piacciono i nani. Incredibile ma vero. Sindrome da Biancaneve o complesso Edipico rovesciato che dir si voglia io avevo la brutta abitudine di presentarmi sul cavallo bianco quando, au contraire, le regole del gioco imponevano il minipony.
Un paio di loro, particolarmente corrucciati, si sono presentati sabato alla sua festa di nozze.
I centosessantadue centimetri di sposo saranno al quanto remunerativi, per lei, che nello scambio ha guadagnato una festa post matrimonio da quarantamila euri, un diamante che sarà costato la vita a sei o sette minatori ed una grande villa, nel cui parco si è svolto il ricevimento. Ci fossero stati gli altri quattro, avrei preso da parte lo sposo per allinearli di fronte al laghetto.
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martedì 25 ottobre 2011
Tu me souviens
Metti una sera a cena tra amici. Che in fondo non è niente di speciale, se non una soluzione d'emergenza tra un aperitivo abortito, una domenica sera priva di punti qualificanti e un frigo desolatamente vuoto. Il fatto che la scelta sia poi caduta sull'unico posto aperto è un elemento accidentale, così come la circostanza che questa storia abbia come palcoscenico una città di 170.000 anime, dove se non proprio tutti conoscono tutti è quantomeno facile incontrarsi. Capita poi in questi casi che per due giorni su tre, dopo alcuni anni si fa per dire di astinenza, trovi sulla tua strada quella persona che per un certo periodo aveva rappresentato un qualcosa di speciale nella tua vita, senza necessariamente assumere una connotazione di imprescindibilità. Una ex, per farla breve, di quelle che incontri e provi uno strano senso di disagio, come quando arrivi a una festa dove a malapena conosci il padrone di casa e hai il tacito onere di presentarti a tutti gli altri invitati, che dal canto loro faranno tutto il possibile per rendere la cosa oltremodo imbarazzante. A questo aggiungerei che al primo involontario appuntamento col "passato" di due sere fa, sono giunto in compagnia della persona da cui al contrario, dopo quasi tre anni, non riesco proprio a prescindere. Ragione in più per analizzare i "SE" eventualmente connessi al re-incontro odierno, durante il quale ho notato un chiaro senso di ostilità, mascherato, peraltro piuttosto male, con una fredda indifferenza. Non che pretendessi di essere baciato e abbracciato come un familiare che ritorna a casa dopo anni passati in qualche sperduto angolo di mondo, ma allo stesso tempo mi lascia un pò perplesso il "quasi" scontro con una porta girevole nel disperato tentativo di evitare qualsivoglia contatto visivo col sottoscritto. Mi chiedo, cosa sia rimasto di me a tutte quelle persone che per un certo periodo, più o meno lungo, hanno fatto parte della mia vita e che un giorno, per comune accordo o scelta imposta hanno dovuto abbandonarla. Premetto che con Cri la faccenda ha una sua intima complessità, forse perchè come tutte le cose che avrebbero potuto essere grandi è nata troppo presto e nelle circostanze sbagliate. Lei era esageratamente bella, empatica e impulsiva. Io quello di sempre, con qualche anno in meno e tanta immaturità in più. Le cronache raccontano che fosse reduce da una storia sbagliata con un tipo alternativo di nome Marco, immancabile protagonista degli excursus sentimentali di ogni ragazza italica tra i 18 e i 25 anni. Correva l'anno 2003, biblioteca di giurisprudenza, mese di luglio. C'era l'esame di diritto privato da preparare, un caldo pazzesco e il mio amico David a ricordarmi che la fuori ci aspettava la vita. A dirla tutta c'erano anche tre ragazze sedute nel tavolo accanto al nostro e quel vecchio volpone del mio compare non si era di certo fatto sfuggire l'occasione per abbordarle. La cosa lì per lì mi aveva anche seccato un pò, tutto preso com'ero dalla normativa generale dei contratti. E poi ero sufficientemente sicuro del fatto che come al solito, il tutto si sarebbe risolto in una straordinaria debacle, dopo una qualche tremenda gaffe del mio amico, un'autentica istituzione nella materia del "mettersi in ridicolo". Capita però che tra due oche giulive si possa anche trovare un'aquila, per dirla in termini puramente etologici. E mentre David mostrava alle pennute non volanti i risultati di anni passati a far dentro e fuori da una palestra, io volavo eccome, incrociando con quell'atipica ventiduenne le ali del mio pensiero. Ridevamo e commentavamo in maniera assolutamente dissacratoria i nostri improbabili amici, le loro posture, i discorsi assolutamente privi di contenuto. Lei mi trovava diabolico. Io la trovavo deliziosa. Passò una settimana, durante la quale avevo obbligato David ad uscire ogni santa sera con le amiche di lei, che al contrario pareva essere sparita nel nulla. Nessun numero e nessun riferimento, la feroce determinazione di rivederla anche solo un'ultima volta e lo scomodo dubbio che Marco o chi per lui fosse tornato in pista. Una cosa va detta: non sono un uomo facile allo scoramento, io se voglio posso andare avanti per anni, sfidando la logica e l'evidenza, sostenuto dall'incrollabile volontà di raggiungere il mio scopo. Così, una settimana e molte manipolazioni dopo in un venerdì sera a caso, salendo su una punto, avevo lo stesso sorriso di chi ha appena aperto la portiera di una ferrari. I più maligni sosterranno che in entrambi casi, si sarebbe trattato sempre di mamma fiat, ma il mio gaudio era figlio di chi avevo trovato, a sorpresa, ad attendermi sul sedile posteriore. Da quella serata sono cambiate molte cose. Ho capito quanto possa esser bello anchilosarsi un braccio per permettere a qualcuno di dormirci sopra, che alcuni baci sulla guancia possono farti valutare l'idea di non lavare più il viso e che certe persone sono speciali e basta. Le cose tra noi sono andate avanti per un pò, tra alti e bassi, come in quelle storie eccessivamente cerebrali dove, prima o dopo, finisci col pagare pegno a un destino che pretende concretezza. Non so se alla fine abbiano contato di più le differenze o le reciproche similitudini, ma ho la certezza del fatto che tutti i problemi che lei si portava dietro, compresa una realtà familiare quantomeno complessa, abbiano finito col mettermi addosso una certa inquietudine. Seguivano un addio piuttosto scialbo consumato in una mattina di dicembre, una telefonata notturna che mi ricorderò finchè campo e qualche infelice tentativo, da parte mia, di ricucire il rapporto. Così oggi, a distanza siderale dal nostro primo incontro, mi interrogo sulle ragioni dell'atteggiamento di questa sera. C'è ancora qualcosa che cova sotto la cenere? Oppure sono inconsapevolmente passato dalla categoria "ex cordialmente simpatici" a quella di "ex da odiare a tutti i costi"? Cosa resta di noi quando ce ne andiamo? Interrogativi destinati a restare senza risposte. Perchè nell'elaborare i nostri più profondi sentimenti spesso operiamo una selettiva negazione di tutti i ricordi che stridono con l'idea di lieto fine. Se è poi vero che quello femminile è un genere a parte allora devo necessariamente piegarmi all'assioma cardine di mio nonno in base al quale " se l'uomo perdona e dimentica, la donna perdona soltanto..."
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